SIMONE: “LA MIA PASSIONE PER IL MONDO CLASSICO E’ NATA AL LICEO DI MONOPOLI”

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Il prof. Dino Simone racconta ai lettori di “Mola Libera” come e perchè, fin dall’adolescenza, è nato il suo amore per la letteratura e il classicismo.

di Dionisio (Dino) Simone

Ricordi di scuola

Dopo aver frequentato le elementari a Polignano mi iscrissi alla Media di  Monopoli. Andavo a scuola in bicicletta, ma nei giorni di pioggia e nei mesi invernali prendevo il pullman (allora si diceva la “corriera”) o il treno.

Ricordo che un giorno persi la corriera (la Marozzi) e dovetti raggiungere la scuola in bicicletta. Piovigginava lungo tutto il percorso. Arrivai a scuola in ritardo, bagnato come un pulcino. Mentre tremavo per il freddo e cercavo di asciugarmi e di riscaldarmi mi accorsi che dalla cattedra la professoressa Leogrande Quaranta mi rivolgeva uno sguardo materno, pieno di tenerezza.

Nelle aule austere del settecentesco convento di San Lorenzo, nel centro storico di Monopoli, dove erano ubicati la media e il ginnasio, ho trascorso cinque anni della mia vita e qui è nata in me la passione per la letteratura e per il mondo classico, grazie alla guida esperta di apprezzati docenti.

Monopoli, Chiesa di San Leonardo, con l’annesso convento del sec. XVII, un tempo sede della Scuola Media “Galileo Galilei” e dell’omonimo Liceo Ginnasio.

È stata la professoressa del ginnasio che ha influito per prima sulla mia formazione letteraria, facendomi amare la poetica delle piccole cose (le Myricae del Pascoli), del frammento (l’ermetismo) e soprattutto Montale e trasmettendomi  il gusto per la prosa d’arte (i Vociani). Ecco l’esercizio a cui ci aveva abituato: annotare ogni giorno su un quaderno le nostre “riflessioni personali”. Testi brevi, spunti, ricerca impressionistica del particolare.

Ricordo ancora di Montale il “girasole impazzito di luce”, “il meriggiare pallido e assorto” e quel camminare lungo “una muraglia / che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia”, metafora della vita umana.

Al ginnasio leggemmo non solo poeti famosi (“poeti laureati”) ma anche una lirica di Vittoria Aganoor Pompilj, una poetessa che non ho mai più incontrato nel mio percorso scolastico.

Grazie  alla docente ginnasiale, con molto anticipo, senza averla ancora studiata in letteratura greca, avevo fatto mia la poetica di Callimaco: “mega biblìon mega kakòn”, un grande libro è un grande malanno, “odio il poema ciclico” e prediligo la poesia breve, docta, e  il labor limae .

Come dimenticare poi i numerosi passi imparati a memoria dei Promessi Sposi e della I Catilinaria di Cicerone, quella che comincia con il celeberrimo Quousque tandem abutère Catilina patientia nostra? (Fino a quando, Catilina, abuserai della nostra pazienza?)

Per interrogarci la professoressa usava i numeri della tombola. Agitava la scatoletta di legno, simile alla vecchia sabina (anus Sabella), che, scuotendo la sua urna profetica  (divina mota urna), predisse al poeta Orazio fanciullo il suo triste destino (fatum triste cecinit, Sat.  I  9, 28-30), e ci guardava negli occhi uno per uno, quasi sogghignando, mentre estraeva i numeretti. Noi aspettavamo il responso col fiato sospeso e con il cuore che ci batteva all’impazzata.

 «Sotto le rosse mura di Parigi era schierato l’esercito di Francia. Carlomagno doveva passare in rivista i paladini. Già da più di tre ore erano lì; faceva caldo; era un pomeriggio di prima estate, un po’ coperto, nuvoloso […]. D’un tratto, tre squilli di tromba: le piume dei cimieri sussultarono nell’aria ferma come a uno sbuffo di vento […]. Finalmente ecco, lo scorsero che avanzava  laggiù in fondo, Carlomagno…». Mentre leggevo l’incipit del Cavaliere inesistente di Calvino mi ricordai di un giorno di tanti anni prima, quando al ginnasio venne a farci supplenza il preside, prof. Gregorio Munno, un signore con i capelli bianchi, severo, assai stimato per la sua grande cultura (aveva  pubblicato molti testi classici commentati).

Ci era stato assegnato dalla nostra docente un brano dell’Anabasi di Senofonte (I, 8, 8-9): «Ciro […] ordinò a tutti di armarsi e di disporsi ognuno al proprio posto di combattimento […]. E ormai era mezzogiorno e i nemici non apparivano ancora; ma all’inizio del pomeriggio si scorse un turbine di polvere, simile a una nube candida, e più tardi una foschia diffusa per largo tratto della pianura […]. Sulla sinistra dello schieramento nemico c’erano cavalieri con la corazza bianca, ésan hippèis leukothòrakes». (trad. F. Ferrari).  Hippèis leukozòrakes, lesse il preside (pronunciava z il th greco) e tradusse “c’erano cavalieri biancocorazzati”.

Questo brano di Senofonte presenta molte  analogie con la scena iniziale del romanzo di Calvino: due eserciti schierati in attesa, quello di Ciro il Giovane, dell’arrivo dei nemici, il secondo, di Carlo Magno. Coincidono anche l’ora e le condizioni meteorologiche. È ormai pomeriggio e fa caldo. In Calvino  il cielo è un po’ coperto, nuvoloso, mentre in Senofonte si forma “un turbine di polvere, simile a una nube candida, e più tardi una foschia diffusa” all’arrivo dello sterminato esercito del re Artaserse.

Un ultimo particolare, ma il più importante: ero in IV ginnasiale nell’ottobre del 1954 quando Trieste fu restituita all’Italia e partecipai anch’io al corteo organizzato dagli studenti dell’Istituto, che sfilò per le vie del paese, tra uno sventolio di bandiere tricolore e l’esultanza della gente.

(Dal mio: Come un gabbiano, Edizioni dal Sud, 2016, pp.  74-77, passim)

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