SIMONE: “HO INSEGNATO FACENDO SENTIRE GLI AUTORI DEL LONTANO PASSATO VICINI A NOI”

1
73

“Nella vita di uno studente è fondamentale la figura del Maestro. Si impara, più che dai libri, dal suo esempio e dalla sua voce.” In queste parole si riassume la pragmatica concezione dell’insegnamento del prof. Dino Simone.

di Dionisio (Dino) Simone

Il prof. Dionisio (Dino) Simone

Professore “emerito”

“Emerito” è un aggettivo che ricorre spesso in questi giorni sugli organi di stampa, in seguito alla morte del “Papa emerito” Benedetto XIV.

Anch’io sono “emerito”, ma semplicemente un prof. emerito, un prof. in quiescenza, in pensione da quasi quindici anni.

Alla domanda se i cambiamenti della scuola nel corso degli anni hanno influito sul mio metodo di insegnamento,  ho sempre risposto che, anche se si è affinato col tempo, perché la mia cultura si è arricchita e la mia esperienza e competenza sono aumentate, il mio metodo non è mutato sostanzialmente molto, così come è rimasto quasi sempre lo stesso il mio rapporto con gli alunni.

Ho fatto lezione operando collegamenti con la realtà e facendo sentire gli autori (tra gli altri Omero, Mimnermo, Saffo, Euripide, Sofocle, Erodoto, Tucidide, Teocrito, Apollonio Rodio, Luciano; Lucrezio, Catullo, Orazio, Virgilio, Petronio, Seneca, Tacito, Apuleio) vicini a noi, nonostante il tempo passato.

Ho sempre presentato gli autori che amavo in modo moderno, partendo dai testi, facendo ascoltare direttamente la voce dei classici, perché parlassero soprattutto al cuore dei giovani, e cercando di attualizzare i contenuti culturali.

Il mio approccio alle discipline e alla classe è rimasto quasi inalterato, perché era valido fin dall’inizio, modellato su quello dei miei maestri, in particolare il prof. Leonida Spedicato (latino e greco) del Liceo “Archita” di Taranto, di cui ho apprezzato l’umanità e la profonda cultura,

Nella vita di uno studente è fondamentale la figura del Maestro. Si impara, più che dai libri, dal suo esempio e dalla sua voce. Lo ribadisce il retore Quintiliano (I sec. d. C.) nella Istituzione oratoria  (II 2, 8): «Sebbene la lettura fornisca molti  esempi da imitare, tuttavia la voce, come si suol dire viva,  dà maggiore nutrimento (tamen viva illa, ut dicitur, vox alit plenius), e specialmente quella di un maestro che amiamo e rispettiamo».

Il professor Leonida Spedicato (Leonida, nomen omen, se pensiamo all’antico poeta greco Leonida di Taranto), che più di tutti ha influito sulla mia scelta universitaria, è stato il mio modello.

I suoi cavalli di battaglia erano Virgilio, Catullo, Orazio, Tacito in latino e i lirici (Saffo, Alceo), gli storici (Erodoto e Tucidide) e i tragici (soprattutto Sofocle ed Euripide) in greco. Le sue lezioni erano seguitissime da tutta la classe. Aveva un’impostazione crociana, caratterizzata dall’amore per il bello, la ricerca  della poesia, distinta dagli elementi allotri, lo stretto legame tra la forma  e l’immagine poetica. L’aggettivo più usato da lui, quando parlava dei grandi poeti, era “stupendo”.

Ora, invece, per effetto dell’imperante “analisi del testo” un qualsiasi brano poetico viene “vivisezionato”: si registrano le figure retoriche di suono (l’allitterazione, l’omeoteleuto e la ricorrenza delle stesse lettere nel verso) e di pensiero (anafora, epifora, metafora, sinestesia, litote, sineddoche, enjambement, correlativo oggettivo) e chi più ne ha più ne metta.

Sarà pure un metodo scientifico, ma un povero liceale perde di vista il messaggio del testo poetico e alla fine impara solo un vuoto formulario. Se avessi insegnato Italiano avrei convinto anch’io gli alunni a strappare i libri di letteratura che insegnano questo metodo, come fa il prof. Keating nel film L’attimo fuggente, perché, secondo me, lascia ben poco spazio alla loro libera interpretazione della poesia.

Il nostro prof. di lettere classiche ci faceva amare i testi che ci presentava, alcuni da lui stesso tradotti e trascritti in bella grafia su molti quaderni. Ci aveva raccontato che, per prepararsi all’esame di concorso a cattedra per l’insegnamento del latino e del greco, aveva dovuto tradurre tutti i classici in programma e che questo lavoro lo aveva impegnato per sette anni.

Sette anni!

Sette,  un numero fatidico, fin dall’antichità:

– i Sette contro Tebe (Eschilo)

– i sette  colli di Roma (ma anche di Pola!)

– sette paia di scarpe ho consumato (Carducci)

– i sette samurai, celebre film di Akira Kurosawa.

Io ci ho impiegato molto meno, ma non ho tradotto personalmente tutti i classici, avevo a disposizione i testi con traduzione a fronte!

(Dal mio Per correr miglior acque. Diario di un prof “emerito” tra serio e faceto, Schena Editore, 2017,  pp. 21-25, passim)

 

 

1 commento

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here