“BAGLIORI PLANETARI”, SULLE ORME DI UN’UMANITA’ SMARRITA

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Un poema di Dante Marianacci che in sé condensa le istanze più profonde dell’essere vivente nella realtà odierna e il suo disorientamento tra sottili mezzi di informazione. Un componimento imbastito da musicalità, sonorità sussurrate che sanno ammaliare con incisività.

“BAGLIORI PLANETARI” di Dante Marianacci (Nino Aragno Editore pagg. 326. € 15,00) è il compendio di un percorso, anzi di un’avventura nella foresta dello scibile e le relazioni con l’oggi del quale il poeta conosce bene i nuovi termini, eco di città affannate e popolate d’ombre ipnotiche.

Un lavoro coinvolgente, dalle evocazioni profondamente “sentite” che invitano all’elevazione: appello agli spiriti indomiti.

Un lavoro intenso, richiamante paesaggi interiori e colline ondeggianti che la natura veste di colori vibranti dalle radici profonde.

Versi, quelli del Marianacci, che sono corde tese per l’arpa del menestrello, il quale, sempre viaggia per mettere a punto le sue liriche nelle quattro mura, studiolo/ crogiolo, del raccoglimento, dove in solitudine creativa riesce a mettere a fuoco versi efficaci, orme, capaci di solleticare e liberare accordi, frutto di costellazioni sapienziali, sassolini surreali incastonati dall’esperienza di chi pellegrinando contempla i campi celesti e, con le proprie radici si genuflette nei solchi del pianeta madre, sempre alla ricerca della matrice umana, essenza dell’Essere nel malessere dei sistemi invisibili della trasmissione insidiosa.

Un tomo prezioso, diario di un’anima attenta e curiosa sui sentieri brulli che, gli anni vissuti, i fatti della storia hanno schiuso alla consapevolezza di come tutto possa apparire fermezza e incertezza.

Navigando per porti tranquilli l’intellettuale si volge con ricercato linguaggio a laghi limpidi e opachi avanzando oltre il declino della civiltà. Un saggio poetico, invito a ritrovarsi nelle oasi del deserto delle solitudini, all’ombra della tempesta delle comunicazioni.

Dove sono i solenni custodi del Planetario? L’autore con chiarezza e lucidità trova parole affilate per compartecipare il “Qui ed Ora” di prigionieri della tecnologia dei servizi, sempre più accartocciati su se stessi, ebbri dell’individualismo autoreferenziale, protetti e soffocati dalla certezza di essere in salotti asettici che li rende orfani di spicchi d’azzurro e assetati di spontaneità.

Dante Marianacci mostra di essere un competente Etereo/nauta, e il suo diario di bordo è la prova di chi circumnavigando nelle galassie dello scibile tira diritto davanti agli inciampi dei blocchi di ghiaccio degli esibizionisti.

Dante Marianacci

Un lavoro, il suo, che si fa largo tra la bruma delle paure e ci interroga profondamente: Quanto siamo prigionieri e in fuga dalla libertà? Siamo in labirinti di illusioni, tra specchi deformanti, ovvero siamo confusi tra miraggi di sagome umane alla ricerca di capire quale sia il nostro posto; bisognosi di trovarci e ritrovarci oltre le trappole dell’apparente perfezione.

E intanto nascondiamo lo smarrimento e schiavi dell’incandescenza pirotecnica ci neghiamo il bisogno nostalgico di ciò che è alto e porta in sé i palpiti dell’universo.

Dante Marianacci si concentra, si raccoglie in versi nitidi e si distacca dalle ombre avide dei bagliori autentici, manifesto improvviso di cristalli liquidi, sciabordio d’oceano, di visioni che si allargano su volte trapunte d’astri nell’attimo di quiete.

Interprete del nostro tempo è invito a fare vacanza, cioè vuoto nelle soste dopo le tempeste del quotidiano frenetico e bugiardo che distoglie dai bisogni del profondo; bisogno che zampilla in moti silenziosi sullo spirito di chi al piattume soffocante non si abbandona e nell’alveo di correnti straripanti della bellezza tiene stretta la bussola puntando al Nord fantastico, all’Itaca del cuore nel periplo tra le giostre dei nobili Cavalieri della ricerca, attenti agli incantevoli fruscii, cifra degli ultrasuoni e infrasuoni, attenti ad attimi luminosi che schiudono a nuove rotte nel naufragio umano, pronti a cogliere nei segni del tempo la scia improvvisa sulle meridiane della trasparenza che fa dell’ombra l’ago e la bacchetta per orchestre di memoria mai prostituite alla irriverenza dei miseri eruditi.

Quelle del nostro Poeta sono pagine d’inciampo, tavole fosforescenti, sogni smeraldini, scrigno di meditazioni affidate al soffio sottile, che è aurea e chiave di volta di punti, campanili sulla vetta schiusa al grembo cosmico.

Poeta interprete dell’oggi, ci consegna con la forza dei versi l’uomo tecnocrate cespuglio di vocaboli e trappole tecnologiche al setaccio dell’oro tra i metalli opalini dell’oggi.

 Dante Marianacci è nato a Ari (Chieti), vive tra Pescara e il suo paese natio. Dopo aver trascorso trent’anni in giro per il mondo come dirigente dell’Area della promozione Culturale del ministero Affari Esteri con lunghe soste a Praga, Dublino, Edimburgo, Budapest, Vienna e il Cairo. Poeta, narratore, saggista, giornalista ha pubblicato dodici raccolte di poesie, tre romanzi e numerose antologie europee di poesia, narrativa e teatro oltre a volumi di saggistica, atti di convegni editi in Italia e all’estero. I suoi lavori sono tradotti in una quindicina di lingue. Tra i tanti testi che ha tradotto in italiano ricordiamo le raccolte di poesia di Lawrence Ferlinghetti, Vladimir Holub, Yang Lian, Charles Tomlinson. Ha collaborato a programmi culturali della Rai e numerose testate giornalistiche nazionali e straniere oltre ad aver diretto, per quasi vent’anni la rivista internazionale di Cultura “Italia&Italy”.

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