LA “MISURA MEDITERRANEA” COME PIENEZZA DELL’ESISTENZA NEL PENSIERO DI FRANCO CASSANO

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Il pensiero del sociologo Franco Cassano – scomparso nel febbraio 2021 e recentemente ricordato in diversi eventi nella sua Bari, che ne hanno ripercorso l’attività accademica e politica – è sempre al centro del dibattito culturale. Una visione profondamente antifondamentalista, quella di Cassano, che nel suo processo alla modernità non perde mai di vista la complessità, né la propria cifra rivoltosa.

di Francesco Mastromatteo

Il concetto di “misura” è centrale nel pensiero di Franco Cassano e ne anima sia la produzione propriamente saggistica sia quella pubblicistica. Esso trova comunque la sua formulazione più approfondita ed estesa ne “Il pensiero meridiano”.

La misura per Cassano è il marchio della modernità: come ha notato Nobert Elias, il soggetto nella società contemporanea non si esprime in modo illimitato. E’ sottoposto alla repressione, che pone un limite al corpo-macchina e alla natura e lo costringe a selezionare le azioni.

Sono le caratteristiche proprie di quel processo di civilizzazione e individualizzazione in cui il lato emozionale va messo sotto controllo. La modernità dunque pone un confine con la natura, laddove invece la società tradizionale, che non conosceva il monopolio statale della forza, era basata sulla capacità umana di liberare la sua parte animale per sopravvivere.

La misura viene successivamente esacerbata dal capitalismo occidentale moderno: per Max Weber l’autorepressione in ambito protestante enfatizza la razionalità per la crescita illimitata, diventando segno di elezione divina.

Anche nella questione ecologica, d’altronde, la misura è freno alla crescita, e nel pensiero di Serge Latouche le “otto erre” (rivalutare, ricontestualizzare, ristrutturare, rilocalizzare, ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare) sono le parole d’ordine della repressione.

Cassano invece, sulla scorta del pensiero di Albert Camus nobilitato dalla sua lettura, ma anche del Pasolini alle prese con il problema della storia (aspetto che lo divideva da Gramsci), scardina questo approccio.

La misura per il sociologo barese non è un no alla natura; nel Mediterraneo è possibile dirle di sì e non distaccarsene: è un grande lago, ed essa diventa sostanzialmente una posizione tra le terre. La separazione è l’utopia di un mondo artificiale, che nel Nord Europa vede la natura come ostile, inospitale.

Se il liberalismo aveva ipotizzato un’emancipazione senza confine, il marxismo aveva una visione ispirata al provvidenzialismo; anche il cristianesimo è così, ma viene mitigato dalla “sana” corruzione mediterranea. 

La misura quindi non è mettere fra parentesi la propria parte naturale, ma trovare una forma di convivenza tra spirito e natura. E’ pienezza, non rinuncia e la dimensione geografica, l’influenza del luogo non sono variabili da considerare eresia: Cassano le rivaluta in un contesto in cui c’è complicità fra terra e mare, laddove la terra rappresenta le origini, il radicamento, mentre il mare è la possibilità di altro, il gusto della scoperta, il nostos degli antichi greci. Se vogliamo, la contrapposizione fra Ulisse e Abramo.

La scoperta della morte rinfocola l’amore per la bellezza della vita; mentre il Logos classico ha sempre una risoluzione, seguendo una linea retta che arriva a Popper, per Cassano i discorsi sono sempre in contraddizione, all’interno di una ineludibile dimensione tragica.

Lo studioso non dà soluzioni ma mette in guardia dalla dismisura, al di là degli opposti integralismi: Nietzsche sposa il mare, ovvero libertà assoluta, la ricerca dell’Oceano oltre le colonne d’Ercole; Heidegger preferisce rinchiudersi nella terra.

La misura è una strategia che permette di eludere il destino asfittico di chi, scegliendo una traiettoria univoca e inseguendola smisuratamente, si preclude la possibilità di imboccare altre strade, di fermarsi in qualche anfratto o semplicemente di godere del paesaggio intorno.

Tutte le forme di dismisura producono un esito annichilente. Grazie alla misura, al contrario, ritroviamo l’esperienza del molteplice.

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