ELEZIONI COMUNALI 2023: ECCO PERCHE’ MOLA NON TORNERA’ LA “CONCA D’ORO”. A MENO CHE…

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Nella primavera prossima, in una domenica compresa tra il 15 aprile e il 15 giugno, saremo chiamati a rinnovare il Consiglio comunale e ad eleggere il nuovo Sindaco di Mola. Ma la nostra cittadina non è mai stata così priva di slancio vitale. Servono energie completamente nuove e una mentalità totalmente diversa per tornare a crescere. (Prima Parte)

E’ dalla metà degli Anni Settanta del secolo scorso che Mola non trova più la “quadra”.

Dalla fine della prima lunga esperienza di governo cittadino di Giovanni Padovano (dicembre 1964 – ottobre 1975), Mola ha perso il ruolo di leadership economica e sociale del circondario, che le era appartenuto fin dalla seconda metà del Settecento, quando le più rilevanti famiglie della borghesia cittadina avevano accumulato significative fortune con il commercio via mare delle derrate agricole e il paese venne a caratterizzarsi con un buon numero di frantoi oleari e di concerie, oltre che di esteso artigianato.

Il Sindaco Giovanni Padovano (a sinistra), nel 1987, con Enzo Linsalata, Assessore ai Beni culturali e Vice-sindaco

Uno sviluppo progressivo che aveva subito una battuta d’arresto ai primi dell’Ottocento con il declassamento dello scalo commerciale portuale molese a beneficio dei porti di Bari e di Monopoli, che infatti crebbero velocemente nei traffici mercantili.

Un trabaccolo dell’Adriatico. Fin dagli inizi del 1700, con queste imbarcazioni a vela, i molesi si spingevano fino a Trieste per commerciare olio, mandorle, carrube e altri prodotti della nostra terra.

Cessata quindi la convenienza ad esercitare un naviglio commerciale, Mola si ritagliò così, da allora, un rilevante ruolo nel campo peschereccio, tanto da vantare una delle prime flottiglie in Adriatico nel passaggio dalla vela alla propulsione a motore, sebbene il porto presentasse non pochi deficit infrastrutturali che, in parte, vennero colmati, nel corso del Novecento e, molto tempo dopo, con la costruzione del molo di levante, realizzato alla fine degli Anni ’80 del Novecento.

Peraltro, con il fascismo, grazie ai buoni uffici del Ministro dei Lavori Pubblici Araldo di Crollalanza, di madre molese, Mola conobbe una fervida stagione di realizzazione di opere pubbliche, quasi tutte ancora in pieno esercizio.

Inaugurazione della Fontana Monumentale, 24 aprile 1932 – Al centro, il Ministro Di Crollalanza con il saluto fascista

Nel secondo dopoguerra fu l’agricoltura a prendere slancio, con numerosi agricoltori che, nonostante la ristrettezza del territorio agricolo e la frammentazione fondiaria, impiantarono con successo, anche in zone ben distanti da Mola (nel Brindisino e nel Foggiano) , tendoni di uva da tavola e rigogliosi carciofeti, perfino agrumeti nel Tarantino, tanto da fare del paese uno dei centri provinciali di maggiore esportazione verso i mercati del Nord Italia e da rilanciare il vecchio appellativo, forse troppo enfatico, di “conca d’oro”.

Anche il settore peschereccio, terminato l’asfittico periodo bellico, riprese vigore con numerose imbarcazioni che, rinnovando la tradizione ante guerra caratterizzata da battute di pesca nelle acque greche e del Mediterraneo orientale, fecero base in Sicilia (Siracusa, Portopalo, ecc.) e ad Otranto.

Costruzione espansione porto di Mola, Anni Trenta

Il rinnovamento e l’incremento della flottiglia fu in gran parte dovuto agli aiuti finanziari della Cassa per il Mezzogiorno che molti armatori utilizzarono abilmente, anche provenendo da settori complementari come la realizzazione artigianale di reti.

E dove l’agricoltura e la pesca non riuscivano ad assorbire la crescente manodopera ci pensarono la sostenuta emigrazione verso gli Stati Uniti (cessata progressivamente quella verso il Sudamerica) e la cosiddetta “industria dei libretti di navigazione” a produrre forti rimesse dall’estero, spesso in valuta pregiata.

Quella dei libretti di navigazione fu detta “industria”, tenuto conto che – in assenza di una vera industrializzazione del territorio molese, chiesta a gran voce soprattutto dai giovani – alcune migliaia di molesi (con una marineria di lungo corso tra le più numerose in Italia) risultavano imbarcati sulle navi della marina mercantile, italiana ed estera, anche a costo di gravi sacrifici, incidenti e naufragi.

La “Tito Campanella”, scomparsa nel Golfo di Biscaglia il 14 gennaio 1984. Sulla nave erano imbarcati due marittimi molesi

Questo modello di sviluppo aveva però in sè i germi della crisi. 

Furono due i fattori che, in maniera concomitante, progressivamente incrinarono, nei decenni successivi, un benessere che sembrava dovesse crescere in maniera illimitata, tanto che si favoleggiò a lungo di Mola come uno dei comuni italiani maggiormente strabordanti di liquidità, anche se non era affatto vero.

Il primo dei due fattori fu legato alla visione miope della classe politica locale, innanzitutto della Democrazia Cristiana, partito di maggioranza spesso assoluta, che, nei fatti, non volle per Mola uno sviluppo industriale nei primi Anni Sessanta, quando cioè l’adesione del nostro comune al Consorzio per l’Area Industriale di Bari rimase solo un fatto pletorico, sulla carta, tanto che Mola nemmeno pagava le quote annuali di adesione.

Naturalmente, in assenza di un reale interesse dei nostri politici, a cominciare dal nume tutelare della DC molese, il consigliere e assessore provinciale Vitantonio Barbanente, il consorzio dell’area industriale di Bari orientò la sua direttrice verso Modugno e, quindi, perdurando il disinteresse anche in tempi più recenti, verso Bitonto, Giovinazzo e Molfetta.

Vitantonio Barbanente, consigliere e assessore provinciale, seduto, a destra nella foto. In piedi, Vito Antonio Dellegrazie, che nel 1970 diventerà a sua volta consigliere provinciale (archivio “Lo Spiraglio”)

Il secondo fattore, diretta conseguenza del primo, o comunque complementare, fu l’investimento massiccio delle risorse esogene, cioè le rimesse esterne che affluivano al circuito cittadino (provenienti dall’estero, dagli USA prevalentemente, e dal lavoro dei marittimi di lungo corso), nel settore delle costruzioni, tanto che a partire dalla seconda metà degli Anni Sessanta e per tutti gli Anni Settanta si ebbe una notevole espansione edilizia ad ovest di Via Matteotti e Via Regina Margherita (oltre le “lame”), con il sorgere del nuovo quartiere compreso nel quadrilatero Via Toti – Via De Gasperi – Stazione ferroviaria – Corso Italia.

Fu una mole impressionante di liquidità che si riversò sulle imprese edili locali e sui tecnici del settore, che ebbe come immediata conseguenza un fortissimo innalzamento dei prezzi delle nuove abitazioni, in presenza di una domanda sempre più crescente.

In questo periodo, e per tutti gli Anni Ottanta, si ebbe anche il saccheggio del litorale con centinaia di villette costruite a ridosso del mare, molto spesso in maniera abusiva, o comunque con un’interpretazione molto elastica dell’allora vigente Piano di Fabbricazione (precedente al successivo e tuttora in vigore Piano Regolatore Generale).

Il cambio di impostazione economica, con il primato del settore edilizio sui comparti agricolo e peschereccio, implicò anche il mutamento della rappresentanza politica.

La DC, che era stata fino ad allora rappresentata prevalentemente da politici provenienti da famiglie contadine ed artigiane, e con una forte legame con le parrocchie molesi, cambiò pelle e progressivamente vide i forti interessi dei costruttori edili e dei tecnici del settore entrare direttamente o per interposta persona negli organismi dirigenti del partito e nel Consiglio comunale

Analoga sorte toccò al Partito Socialista Italiano che, a partire dalle elezioni del 1970, entrò sempre più stabilmente nell’area governativa locale, e agli altri partiti minori di centro-sinistra (Partito Repubblicano e Partito Socialdemocratico).

Il Piano Regolatore, approvato dal Consiglio comunale nel febbraio 1980, ed entrato quindi in vigore nel 1985, non fu altro che la cristallizzazione dei nuovi rapporti di forza, con gli esponenti del mondo delle costruzioni, e ad esso collegati, arrembanti in ogni posizione di potere.

Si ebbe così la seconda ondata di espansione edilizia verso Bari, con il nuovo quartiere del “Cozzetto” prima e di Cerulli poi, e costruzioni a macchia di leopardo in altri quadranti del territorio (San Giorgio, Torre di Peppe, ecc.).

Mola vista dall’alto nella sua attuale espansione

Nel frattempo, il sud-est barese era cambiato.

Dopo il 1975, terminato il decennale mandato di Giovanni Padovano, con la nuova configurazione del potere economico che si faceva anche politico, Mola iniziò a “perdere i treni” che passavano con la seconda modernizzazione del Sud Italia, dopo la prima degli Anni Sessanta.

Il decennio di Padovano – inaugurato con il Consiglio comunale eletto nel 1964 che vedeva una rivoluzione generazionale, attestato da una media di 34 anni dei consiglieri e dal Sindaco tra i più giovani d’Italia, eletto a 25 anni – era stato caratterizzato da una forte ripresa delle opere pubbliche, soprattutto in campo scolastico primario e medio inferiore, ma anche con l’istituzione del Liceo scientifico, e da numerose nuove infrastrutture nel settore idrico-fognario (primo lotto del depuratore e costruzione di un grande serbatoio ai piedi della collina di San Materno) e dell’energia (Mola fu tra i primi comuni della provincia a dotarsi della rete del gas metano di città), dal recupero del Teatro comunale, dall’edilizia popolare e sovvenzionata (Mola fu uno dei primi comuni della provincia ad applicare le leggi 167/1962 e 865/1971), dalla costruzione dello stadio comunale (poi colpevolmente abbandonato nei decenni successivi).

Lo stadio comunale da decenni abbandonato al suo destino. La struttura è totalmente fatiscente e versa in condizioni igieniche spaventose.

Vi era pure una buona vivacità in campo commerciale con numerose attività impiantate, spesso da imprenditori provenienti da comuni dell’hinterland barese (Triggiano) e viciniori, già dai primi Anni Sessanta, che sfruttavano la maggiore propensione di spesa dei molesi a seguito delle cospicue rimesse provenienti dall’estero e dai marittimi.

Tanto che dai paesi vicini, di forte impronta contadina e di scarsa vita mondana, i giovani scendevano a Mola per apprezzare la timida “movida” di quegli anni, con cinema, pizzerie, bar e lo struscio in Piazza XX Settembre.

Dopo il 1975 seguì un quinquennio confuso, durante il quale si avvicendarono i sindaci Giuseppe Papeo (1975-76) e Antonio Gianfrate (1976-80), a capo di due Giunte, segnato dalle ripercussioni locali del “compromesso storico”, con il PCI locale prima in posizione attendista e poi di opposizione, e quindi dall’incertezza provocata dal sequestro Moro e dal terrorismo.

Successivamente, con le elezioni del 1980 e del 1985 la DC ritrovò la maggioranza assoluta e si avvicendarono alla guida dell’Amministrazione comunale i sindaci Giovanni Padovano (1980-81; 1985-87) con tre Giunte e Vitantonio Capotorto (1981-85; 1988-90) con quattro Giunte.

Tuttavia, Padovano non ritrovò lo smalto che aveva contraddistinto il suo decennio d’oro.

I tempi, come si è già detto, erano cambiati: a dettare l’agenda politica era il partito trasversale del “cemento e del mattone” che, infatti, riuscì a far approvare un Piano Regolatore Generale ben calzante per gli interessi dei più importanti costruttori e dei tecnici maggiormente legati alla politica, in alcuni casi direttamente impegnati in essa.

Con queste premesse e con la progressiva allocazione delle rimesse esterne ad alimentare quasi esclusivamente il settore delle costruzioni, i “treni” che Mola perse, uno dietro l’altro, a partire soprattutto dalla seconda metà degli Anni Ottanta, non si contarono più.

Infatti, progressivamente, soprattutto con le leggi a favore degli investimenti nel Mezzogiorno, in particolare con la Legge 64/1986, intitolata “Disciplina organica dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno”, le comunità cittadine dell’hinterland barese e del sud-est barese iniziarono a trasformarsi velocemente.

Tant’è che, grazie ai cospicui aiuti finanziari a fondo perduto erogati dallo Stato all’imprenditoria, sorsero in breve tempo numerosi distretti industriali in tutto il Sud.

In particolare, in provincia di Bari, nel sud-est, oltre ad un rafforzamento notevole della piccola e media industria a Putignano, si ebbero forti investimenti nel settore del mobile (divani) con la Natuzzi di Santeramo che, in breve, divenne leader nazionale del settore con ampi sbocchi commerciali internazionali, oltre alla ragguardevole crescita della Divella di Rutigliano-Noicattaro, con un nuovo stabilimento (inaugurato nel gennaio 1989), che acquisì una rilevante posizione nel settore alimentare nazionale, con forti esportazioni all’estero.

Lo stabilimento della Divella sulla provinciale Rutigliano – Adelfia

Peraltro, nei comuni a noi prossimi si ebbe la progressiva e forte industrializzazione di Monopoli (con numerose aziende meccaniche di buon livello, tra cui l’importante Mermec della famiglia Pertosa, da cui si sviluppò in seguito la Mel System, in campo elettronico, poi diventata Sitael nel settore aerospaziale), ma anche la nascita di significative zone industriali a Conversano (soprattutto nel settore della trasformazione e produzione alimentare, oltre che nel campo radiotelevisivo con Radio Norba prima e Tele Norba dopo, leader nel Sud Italia) e a Noicattaro, con numerose piccole e medie aziende collegate al settore agricolo.

Era infatti accaduto che le importanti agevolazioni finanziarie dello Stato vedevano molto ricettivi quegli imprenditori che si erano già sviluppati nei comuni del sud est barese nel settore agricolo (Mola, nel frattempo era andata incontro ad una progressiva decadenza con l’età media degli agricoltori molto alta e con scarso ricambio generazionale) e nei campi dell’artigianato e della piccola industria a servizio dell’agricoltura.

Uno sviluppo che a Mola, dopo la fiammata degli Anni Sessanta, era scemato perchè sostanzialmente arrivavano dall’estero e dalle navi mercantili quegli introiti, apparentemente più facili da guadagnare, che finivano ad alimentare le banche locali e il settore delle costruzioni.

In sostanza, negli altri comuni del sud-est barese, per gran parte privi di rimesse esterne, il surplus accumulato nel settore delle aziende agricole e dell’artigianato venne investito, fidando negli aiuti a fondo perduto dello Stato, in nuove imprese aventi moderne caratteristiche imprenditoriali, tecnologiche e gestionali, facendo così sorgere nuove zone industriali.

Invece, a Mola, la zona PIP (Piano per Insediamenti Produttivi) di contrada Scannacinque, prevista nel Piano Regolatore Generale, stentava a prendere forma.

Praticamente, gli imprenditori nel campo della commercializzazione dei prodotti agricoli, ai quali era in sostanza destinata, non assunsero mai un’iniziativa forte, anche per il disinteresse della politica locale a promuoverne l’utilizzo.

Tanto che l’infrastrutturazione di quella zona PIP (poi definita “industriale”), realizzata con i fondi della Legge 64/86, rimase (e ancor oggi rimane per gran parte) inutilizzata, con in più lo scandaloso esempio del Centro direzionale, con annesse celle frigorifere per lo stoccaggio delle derrate agricole, costruito nel nulla, senza una vera destinazione d’uso, e in breve andato incontro al saccheggio e alla devastazione in assenza di utilizzo e di vigilanza.

L’ex centro direzionale dell’Area PIP di contrada Scannacinque, più volte devastato e saccheggiato per assenza di vigilanza. Attualmente, dopo il recupero dell’immobile a spese delle casse comunali, è stato concesso in uso dal Comune di Mola alla Guardia di Finanza

Nel frattempo, intervenivano ulteriori fattori che avrebbero indebolito irreversibilmente la posizione socio-economica di Mola:

a) il progressivo spostamento degli interessi degli italo-americani verso la terra di radicamento lavorativo, con il disinteresse delle successive generazioni a inviare rimesse in dollari a Mola; b) la crisi nazionale e internazionale del traffico marittimo, con i forti licenziamenti delle maggiori compagnie di navigazione e con la sostituzione, soprattutto sul naviglio battente bandiera di comodo, del personale italiano con quello di Paesi in via di sviluppo.

La compresenza di questi fattori, e cioè lo scarso spirito imprenditoriale, nel perseguire le opportunità offerte dalla nuova legislazione a favore del Mezzogiorno (ben presente invece nelle altre comunità del sud-est barese), coniugato alla forte contrazione delle rimesse dall’esterno del circuito cittadino (emigrati e marittimi), ebbero come risultato il veloce decadimento di gran parte degli indicatori socio-economici registrati dall’ISTAT nel censimento del 1981 oltre che nei dati della Camera di Commercio e della Banca d’Italia nella seconda metà degli Anni ’80.

Fine della Prima Parte

Nella seconda parte analizzeremo la situazione socio-economica e politica del ventennio 1990-2010, concreta premessa per una valutazione della situazione odierna. 

3 Commenti

  1. Ringrazio Andrea Laterza per la chiara e storicamente circostanziata illustrazione di quanto avvenuto nella città della quale mi onoro esservi nato e nella quale ho le mie origini. La delusione provata nel vedere l’assoluta, colpevole e poco educata se non opportunista indifferenza dei destinatari istituzionali alle mie indicazioni tecniche e sollecitazioni passionali per vedere nascere una organizzazione in grado di mettere in campo attività TURISTICAMENTE E CULTURALMENTE capaci di fornire elementi di attrazione e di crescita è stata veramente grande. Si può comprendere la non adesione ai suggerimenti, ma non la assoluta mancanza di riscontro e presa d’atto.
    Non sono legato a personaggi o correnti politiche per cui non ho attribuito il silenzio a queste motivazioni, ma evidentemente gli interessi dei destinatari sono di tale bassa prospettiva da pensare che un “polpo arrosto”, con o senza “sagra” ed il proliferare di affittacamere di basso livello e professionalità, a servizio di chi porta benessere nelle località viciniori, possano essere strumento valido per sollevare l’economia del paese.
    Per non parlare del suggerimento, invano dato, di sfruttare la ricorrenza del centenario della morte di Ricciotto Canudo, un personaggio, figlio di molesi, il cui nome è conosciuto in tutto il mondo più di qualunque altro artista nato a Mola, creando un polo artistico da sfruttare, oltre che per la crescita del paese anche come richiamo turistico ed orientamento dei giovani verso il management nel mondo delle arti, ha avuto migliore fortuna tra l’assordante silenzio e noncurante indifferenza dei destinatari.

  2. Splendido articolo!
    I lettori ringraziano sentitamente.
    Auspichiamo che qualcuno possa trarre delle lucide conclusioni a riguardo, sarebbe anche il momento.
    Viva!

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