MORGESE: “A MOLA TRIONFANO GLI EVENTI, MA COSI’ NON SI FA VERA CULTURA”

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Ecco il punto di vista di Waldemaro Morgese, già leader di progetti culturali internazionali partenariali, anche pluriennali, in Usa, Russia, Grecia e Albania, nonché già manager culturale quale direttore della Teca del Mediterraneo.

Waldemaro Morgese

Nel mentre l’anno si avvia al suo termine (ed anche, più oltre, il mandato dell’Amministrazione Comunale in carica), desidero fare una personale riflessione sullo stato della “cultura” nella mia città.

L’atteggiamento verso la cultura, essendo un’attività con cui poco si mangia (nonostante l’opinione di qualche ministro), perché implica interessamenti spesso poco compensati, è una vera cartina di tornasole per capire la sensibilità e l’amore disinteressati che si nutrono per i propri concittadini e per il luogo in cui si vive.

Partiamo da un dato di fatto: al di là delle tante chiacchiere, anche giornalistiche e sui Social, è pacificamente verificabile che Mola di Bari semplicemente non esiste sulla carta geografica della “cultura”.

Ciò non significa che non vi siano a Mola operatori culturali validi, anzi di tutto rispetto e valore: sono pochi, potrei enumerarli uno per uno in modo assolutamente obiettivo, ma siccome susciterei invidie o reazioni piccate mi astengo dal farlo in quanto vorrei che l’attenzione fosse concentrata su alcune questioni generali di cui tratterò.

Affinché una città esista culturalmente dovrebbe essere capace di declinare il concetto di “cultura” nel suo significato profondo, che non coincide né si esaurisce nell’eventistica. Gli eventi sono un epifonèma della cultura, uno dei numerosi modi attraverso cui essa si estrinseca, hanno quindi valore autentico solo se si basano su un sostrato robusto fatto di “lavoro culturale”, lavoro culturale non per realizzare l’evento, ma per far avanzare le conoscenze e affinare le sensibilità verso il sapere. Ebbene, tutto questo “sostrato” a Mola non esiste.

È questa la ragione principale (pur se molti non se ne accorgono) per cui Mola è retrocessa paurosamente di rango nel contesto delle città circonvicine: infatti non si retrocede solo per le débacle economiche o welfaristiche, ma anche e soprattutto per la penuria di “cultura”.

Ora, come sarebbe possibile creare “massa critica” culturale di pregio in una città di modeste dimensioni quale è Mola? Risponderei così: soprattutto operando in direzione della costruzione e consolidamento di istituzioni culturali solide, che siano il perno stabile e sicuro del “lavoro culturale” (in cui una componente importante è la ricerca).

Alcune di queste istituzioni sono normalmente riassunte in un acronimo: MAB. Cioè Musei, Archivi, Biblioteche. A cui sono da aggiungere Teatri, luoghi per la Musica e le altre Arti, Scuole, Università della terza età.

Persone distratte o di corta veduta potrebbero pensare che la cultura può ben estrinsecarsi in manifestazioni più leggere, attrattive e soddisfacenti. Ma queste persone sbagliano: perché la cultura ha bisogno di istituzioni stabili e, fra esse, di fondazioni culturali che possano raccogliere risorse pubbliche e private per la realizzazione di programmi culturali seri, anche innovativi e di valore.

Invece cosa è accaduto e accade a Mola? Non – si badi – solo per demerito di questa Amministrazione, ma oltre che di questa anche di più di una delle Amministrazioni precedenti ed anche dei cittadini nel loro complesso (questi ultimi, cioè noi tutti, non si pensi che possano sfilarsi da responsabilità).

A Mola da molti anni a questa parte – quindi ben da prima di questa Amministrazione – è invalso un “format” di organizzazione della “cultura” che potrei definire “furbesco” oltre che del tutto inadeguato, parziale e asfittico: quel “format” che in gergo viene chiamato oggi “CUE”, cioè l’assemblaggio periodico (trimestrale ad esempio), con l’intervento “agevolativo” dell’Amministrazione Comunale, di tutte le espressioni “eventistiche” private che fioriscono nella città (fra cui alcune, magari esterne, drenano cospicua parte dei finanziamenti disponibili semplicemente perché “segnalate” dal potere politico che governa).

Qual è il risultato di questo caotico modello? Un periodico affastellamento di eventi i più disparati, concentrati in pochi mesi, che nulla hanno a che fare gli uni con gli altri, che danno l’impressione – ma solo questa – che la città sia viva e prorompente: il pubblico partecipa, i Social e i Media ne discutono, gli articoletti sulla carta stampata non mancano, le amicizie e le riconoscenze si moltiplicano, i bar e i ristoranti fanno qualche affare e, così, sembra che tutto scorra al meglio!

Invece no: in questo modo produciamo solo uno scoppiettante “eventificio” dalle basi d’argilla. Anche gli eventi di valore perdono così di importanza, confusi nel gran calderone oltre ad essere privati di risorse finanziarie adeguate per il fatto che il format “CUE” postula necessariamente che le risorse pubbliche disponibili siano disperse in mille rivoli.

La città in questo modo offre anzitutto una declinazione molto, molto parziale di cosa è “cultura”: ridotta a “evento”, appunto. Inoltre non aggrega nulla di identitario, di originalmente riconoscibile, di culturalmente profondo, attorno a sé, non stratifica nulla (degli eventi dopo un po’ si perde anche la memoria…), e quindi non ha la possibilità di concorrere a posizioni di maggiore rango nel contesto provinciale e regionale.

Per tali ragioni Mola non ha esattamente tutte le cose che servirebbero.

Non ha una biblioteca funzionante (che, per essere tale, non può essere solo un organismo che dispensa libri ma deve essere un centro che sviluppa negli anni un progetto culturale vivace e radicato, immerso nel “genius loci”, in grado di sviluppare ricerca, produrre sapere e animare cittadinanza attiva; peraltro la biblioteca a Mola non svolge neppure quella funzione elementare di dispensare libri); non ha un sistema museale (il che sembra quasi incredibile a dirsi, mentre necessiterebbe almeno un moderno museo sulla storia della città e sulla vita e le opere dei suoi figli migliori: vi propongo come esempio quello molto tecnologico che è a Bergamo); non ha archivi modernamente intesi; non ha una fondazione culturale; non ha una gestione stabile del teatro (gioiello che pure possiede, eredità ottocentesca); non ha luoghi deputati per la musica e le altre arti; non ha un auditorium degno di questo nome (potrebbe essere radicalmente ristrutturato a questo fine il palasport Pinto?); non ha organismi che facilitino relazioni virtuose fra le scuole e la città; non ha mai proceduto a valorizzare in modo sistematico le proprie personalità che si sono distinte nel campo artistico-culturale, pur se l’imminente novembrino festival annuale van-westerhoutiano potrebbe essere un buon inizio (in campo musicale Mola ha avuto più di un compositore di valore: cosa impedisce di recuperare le opere e farle conoscere sul palcoscenico?); non ha un “qualcosa” di alto valore culturale che segnali la città e la faccia riconoscere anche al di fuori del proprio territorio: a mero titolo di esempio, Monopoli ha la Biblioteca “Prospero Rendella”, Polignano ha la Fondazione Museo “Pino Pascali”, Rutigliano ha il Museo del fischietto in terracotta, Conversano ha il polo museale “Museco”, Mola invece non ha nulla quanto ad eccellenza duratura e a riconoscibilità “erga omnes”, può vantare solo lo svolgimento – ripeto – di eventi effimeri per quanto siano, in alcuni casi, anche coinvolgenti e magnifici.

Insomma, tutto ciò che necessita per fondare e sviluppare una “politica culturale” pubblica organica, coordinata, stabile nel tempo, Mola non possiede affatto, né – ulteriore fatto negativo – ha progetti in atto per invertire la marcia. Il quadro dunque è desolante.

Di chi sono le responsabilità? Dell’attuale livello politico-ammnistrativo soltanto? Illusorio, ingenuo e sbagliato pensarlo.

Le responsabilità sono anche delle vecchie compagini amministrative ed anche di tutta la città, nelle sue varie espressioni, quindi anche responsabilità nostre, intendo di noi cittadini.

Potrà non fare piacere farne cenno, ma c’è un episodio che costituisce dimostrazione che in certi casi sono proprio i cittadini a commettere errori, sia pure nel tentativo di ben fare. Vorrei proporre l’esempio del Palazzo Roberti. Sorse perfino un comitato di agitazione per ottenere che il Palazzo Roberti divenisse oggetto di cospicui investimenti per farne di tutto, in campo culturale.

Il tutto si è tradotto in un clamoroso nulla di fatto (finora) mentre ciò che i cittadini avrebbero sicuramente dovuto fare riguardava un obiettivo meno faraonico, più concreto e fattibile, cioè battersi per la valorizzazione di un altro Palazzo, quello di San Domenico: da rifunzionalizzare per farne sede di archivi, musei e della biblioteca (peraltro colà già presente). Il risultato? Né l’un palazzo né l’altro sono stati valorizzati (finora)! Aggiungo che il Palazzo San Domenico dovrebbe essere valorizzato in unità inscindibile con l’abbellimento della piazza-bomboniera antistante.

Ma, dirà qualcuno, abbiamo la sagra del polpo ed anche le casette di legno sul Lungomare “Oriol Bohigas” (spero vivamente che lo denominino così, a tempo debito).

Vogliamo essere quindi una città che si distingue per la cifra mangereccia? Si faccia pure! Del resto c’è anche lo scioglilingua: “gustiamola”. Con la consapevole certezza però che mangiare e bere è una attività certamente piacevole specie in estate, che convoglia di sicuro tante persone, che attira di certo tante simpatie per i politici, per fare circolare sicuramente un po’ di soldini, ma è un esercizio a cui si dedicano – direi banalmente – tutte le città e paesi della Puglia, esattamente come accade per le tradizionali feste patronali e processioni: improbabile quindi che Mola possa scattare di rango e divenire più prospera così.

3 Commenti

  1. Caro Waldemaro,
    ho letto con ..piacere (in effetti, con profondo dispiacere) quanto hai scritto, in forma da par tuo, su qualcosa che, tornando a Mola dopo quasi sessant’anni, avevo notato.
    Anch’io, avevo fatto una analisi della situazione della “cultura” a Mola, notificando al Sindaco, per iscritto, le mie osservazioni, riflessioni e proposte.
    Non un rigo di risposta!
    Se non avessi la copia con il timbro del protocollo del Comune, potrei pensare che quelle note non sono mai state portate alla Sua conoscenza.
    Ho proposto, utilitaristicamente parlando ai fini di sviluppo del territorio, l’aggancio al nome di Ricciotto Canudo, figlio di molesi doc, nato, per caso a Gioia del Colle, sfruttando la sua nomea in tutto il mondo, forse, senza presunzione, maggiore di quella di gran parete delle celebrità molesi, anche se, a Mola, si continua ad ignorare. Ho proposto di prendere come punto d’aggancio, chiamiamolo pure “slogan commerciale” la sua notorietà per la sua teoria delle “SETTE ARTI” e la definizione del CINEMA, quale settima arte, per creare, a Mola, movimenti verso le sette arti.
    Guardando, con professionalità e managerialità allo sviluppo della cultura, nel nostro paese, anche in funzione delle notevoli attenzioni, anche economicamente importanti, ora poste per l’arte, come servizio per il territorio circostante, alle varie forme da essa praticata potrebbero rivolgersi i giovani nella programmazione del loro futuro, creando centri di formazione artistica coordinati e, se volessimo, fusi nella destinazione a “PALAZZO DELLE SETTE ARTI” da attribuire al Palazzo Roberti-Alberotanza.
    La assenza di alcun riscontro è stata totale.
    Sto cercando di far porre l’attenzione a chi gestisce la cosa pubblica che l’occasione della celebrazione del Centenario della morte di Ricciotto Canudo (11 novembre 2023) non deve essere intesa come la conoscenza del nome di un concittadino, ma come lo strumento per portare un enorme contributo alla creazione di un movimento culturale che dia, ai giovani, l’entusiasmo per avvicinarsi alle arti, nonché come occasione di creazione di posti di lavoro, se non di pratica e soddisfazione artistica. Ma per raggiungere questo risultato, occorre lungimiranza e capacità manageriale specie in chi opera nella politica.
    Se, come giustamente dici tu, si pensa che gli eventi (quasi sempre proposti ed organizzati da strutture forestiere già al completo di personale ed artisti) possa avere un significato per il futuro dei nostri giovani, saremo sempre destinati a coprire il ruolo di ignoranti provinciali ai quali, come da antica politica romana, si dava “panem et circenses”, per ricevere consensi ed evitare stimoli alla riflessione.
    Destinati a non lasciare nulla, al territorio sempre pronto ad altre identiche somministrazioni.

  2. Puntualizzo che la attività del comitato per Palazzo Roberti ha prodotto invece cose molto importanti. Innanzitutto la PULIZIA INTERNA. Fu il Comitato che nel 2016 convinse il Commissario Prefettizio dott. Schettini a stanziare lo importo per eseguire detta pulizia. Dal palazzo uscirono fuori ben 71 tonnellate di GUANO. (1 tonnellata sono 1000 kg). Seguirono lavori di puntellamento dei soffitti pericolanti a causa del peso del guano. Quindi fu poi possibile procedere al recupero della facciata, cosa impossibile col guano dentro.
    Adesso si aspetta la presentazione in Regione di un piano di utilizzo del Palazzo per avere i finanziamenti per sistemare la parte interna. Ma questo ritardo è da imputare a chi amministra Mola.
    Grazie Andrea Laterza!

  3. Caro Valdemaro,
    le tue sono le riflessioni di un uomo delle istituzioni che, in quanto tale, tende a feticizzare il ruolo delle istituzioni attribuendo a queste ultime un ruolo – creativo – che non le appartiene.
    Le istituzioni non creano cultura. Basti pensare a Convetsano. Qui la Fondazione Di Vagno non ha mai prodotto una ricerca.
    la Cultura nasce sempre dal basso. E il basso che sta a Mola, come in tutti paesi della Puglia, sta proprio in basso. Fra la cultura accademica e quella prodotta dalla societa’ civile c’e’ un abisso.
    Gli intellettuali sono scomparsi.
    Sono stati sostituiti dagli operatori culturali variamente impegnati nel Marketing territoriale: come ti vendo l’immagine del nostro castello ai milanesi!

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