NICOLA AMATO, L’ODISSEO DELLA FOTOGRAFIA NEI SILENZI IMPOLVERATI DELLA PUGLIA

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L’immersione nelle orbite del Silenzio è il vero motore di Nicola Amato. La ricerca della quiete nella quale ama raccogliersi per contemplare mondi vicini eppur lontani è la sua condizione prediletta per mettere a fuoco le forme di vita: attimi esplosivi e implosivi, i lampi di un istante che illuminano la tela delle realtà nascoste.

Nicola Amato con la fotocamera al fianco, fin dalla più giovane età, nutriva il suo bisogno di esplorare in punta di piedi il territorio, quale fonte e radice del patrimonio umano.

Nel tempo insieme a personaggio come Nino Lavermicocca, Mimmo Doria, Michele D’Elia, Pina Belli D’Elia, Clara Gelao, Raffaele Nigro, Antonella Calderazzi, tanto per citarne alcuni, ha solcato i sentieri impressi nelle pietre, mimetizzati dalla polvere del tempo, ritrovandosi tra le rughe della gente accarezzate dai fasci dei fari: sentinelle sulle rive del “mare nostrum”, specchio e forziere dello scibile.  

Vieste, faro (Foto Amato)

La passione, nel tempo lo ha portato a raccogliere un’infinità di scatti che sono utili per avere un’idea, un’immagine concreta dei costumi, degli arredi urbani, dei luoghi di aggregazione, un vero patrimonio fotografico e di progetti, percorsi, appunti per raccontare la Puglia con i suoi eventi, tradizioni, espressioni, ovvero un bene culturale di notevole valore socio antropologico che rischia di prendere il largo come accaduto per l’archivio di Angelo Saponara finito chissà dove in Germania, ma potrebbe essere consegnato all’oblio, peggio al deperimento, quando finisce nelle mani di personaggi senza cultura che trovano in azzeccagarbugli della giurisprudenza i complici per sottrarre al bene comune scatti della fatica di quanti con i loro impegno hanno immortalato la vita che cambia d’abiti nella ricerca della propria identità.

Attraverso la macchina fotografica, Nicola Amato apre un dialogo col territorio, con l’ambiente che lo circonda e incuriosisce, anzi lo emoziona, riuscendo a istaurare, di volta in volta, un rapporto con le persone delle contrade, con i sentieri della campagna ora dorata, ora scura, ora verde brillante da fare invidia a Franco Fontana.

Palagiano (TA) tra mare e nebbia (Foto Amato)

Lo strumento fotografico è il taccuino d’appunti, una riuscita corrispondenza con le fasce cromatiche a lembo sul mare azzurro che si dissolve nel cielo, ovvero una gradualità di contrasti e sfumature, strisce colorate che trovano nelle dita della luce, dei ritmi delle stagioni il grandangolo con la storia e l’anima del paesaggio.

E così una manciata di chilometri, come potrebbe essere “Costa Ripagnola” a nord di Polignano, diviene per il nostro la tavolozza delle meditazioni solitarie alla quale torna da quasi trent’anni, facendosi testimone dei giochi di luce di una terra, la nostra, selvaggia che si svela, veramente, a chi ne ha rispetto e le diottrie del “viaggiatore” così caro a Manuel Vàzquez Montalbàn o all’animus contemplativo di Claude Monet. Fotografia che documenta i mutamenti e foto per conoscere!

Lo spirito della ricerca lo fa “Pellegrino di Puglia” similmente a Cesare Brandi. La passione per le sorgenti del nostro territorio lo hanno portato a fondare insieme all’attore e musicista Rocco Capri Chiumarulo e al chitarrista compositore Paolo Mastronardi l’associazione culturale TERRAE (https://youtu.be/UtMDpQOh3dE).

Il suo personale viaggio tra devozioni, tradizioni, scoperte di luoghi, riverbero della meraviglia, sono il frutto della instancabile ricerca d’informazioni che riflette la sua idea, il suo pensiero visionario col quale immagina il territorio, per il quale può scegliere il bianco/ Nero, col quale dialoga e cattura l’attimo emotivo restituendocelo alla magia cromatica.

Bari cattedrale solstizio (Foto Amato)

La curiosità del neofita, la passione condivisa con Sergio Leonardi, (fotografo e autore del testo: “La fotografia dell’ottocento a Bari”) lo portarono ad aprire FOTOGRAMMA, un piccolo locale in via Sagarriga Visconti n° 42 in Bari, tra la fine degli anni settanta e inizi degli anni ottanta, un crogiolo di idee e aggregazione senza esclusione di creatività, dove circolavano studi, approfondimenti sul significato della fotografia e le riflessioni, i dibattiti sul significato delle immagini erano la linfa dello studio.

Nicola e Sergio erano affascinati dal bianco e nero, stampavano anche per Antonelli, Ficarelli e Corcelli, per loro la “camera oscura” era un’esperienza affascinante, “… una seconda fase…”, ma non secondaria, nella quale lo stupore schiude le palpebre a ciò che appare! Il tempo passato in camera oscura era simile a una veglia notturna che lentamente svela le albe dell’immagine, scoperta di un istante perpetuato, consegnato all’occhio di chi ogni volta potrà soffermarsi e pensare, ripensare alla vita che scorre, alla vita trascorsa e sorprendersi ancora, grazie a quel che un rullino avvolto su se stesso.

Albanesi, 1991 (Foto Amato)

Nel racconto di Nicola Amato a proposito dell’esperienza con l’analogico si coglie il fremito tutto umano di chi sceglie l’inquadratura migliore di un soggetto e non sa che cosa è veramente impresso.

Il fotografo vuol essere fedele testimone dei fatti, delle azioni improvvise che si bruciano o appiattiscono nella frenesia dell’esistere. Fotografare è girare per la Puglia per costruire ponti di congiunzione utili alla vera “conoscenza”; intrecciare rapporti con la gente alla ricerca del proprio tratturo; viaggio d’esperienze, condivisione di pensieri che sanno andare oltre la “Siticulosa Apulia” …terra assetata, oscurata dalla cappa di polvere opprimente, tanto per parafrasare Orazio, ma soprattutto fremito, attesa.

Poggiorsini, campagna (Foto Amato)

Le collaborazioni con l’archivio di stato, le pinacoteche, i musei le case editrici come: Adda, Electa, Laterza e Mondadori sono il naturale approdo di quei lavori “Sinestetici” capaci di evocare contemporaneamente udito e vista alla maniera dei versi di Dino Campana: “I Dorati Silenzi”.

Libri/ Guida che promuovono il territorio e valorizzano artisti di strada come Domenico Carpentieri dell’Accadia nel Subappennino Dauno che, sanno schizzare icone della devozione popolare con maestria e lasciarla ai soffi polverosi, alle orme di chi si affretta incantato dalle note delle bande musicali avvolte nelle luminarie della festa, dagli ambulanti della frutta secca o dei “giocattoli poveri” che, solo gli “obiettivi sensibili” documentano e consegnano alla dispensa collettiva, piuttosto che alla mera nostalgia di un tempo da declinare al passato perduto.  

Nicola Amato con Domenico Carpentieri

Molte sue esplorazioni tra i paesi della Puglia a fianco e in collaborazione con Giornalisti-scrittori come Tito Manlio Altomare ed Enrica Simonetti sono veri scrigni del nostro folk-Lore!  La foto non è una sequenza di clic che riempiono e svuotano la SIM delle fotocamere digitali, ma uno strumento del discernimento che realizza mosaici di storia e ne alimenta le suggestioni.

Ogni progetto con la sua sequenza di scatti realizza una rete di informazioni che espande la nostra coscienza su oceani di pensiero e annullano le barriere di presunzione di quanti amano il “RUMORE” e con distacco mimetizzano la propria povertà interiore, ignorando il valore dei pilastri del sapere che sa alimentare, rielaborare e restituire alla comunità sociale la propria unicità.

Si coglie tra i fili d’argento annodati sulla nuca la nostalgia di quadrilateri come: “Spazio Immagine” frequentati da artisti come Carlo Garzia, Berardo Celati o Gianni Leone, come se si sentisse orfano delle pareti sulle quali ritrovare il bandolo e il significato civile che è rispetto per la bellezza della regione.  

Oggi Nicola Amato è ancora più selettivo, valuta con calma i lavori che gli propongono, li filtra e raggomitolandosi nella ricerca e sperimentazione si restituisce atmosfere vitali, meditazioni  sulla metropoli estranea a se stessa, cosicché setacciando le innumerevoli immagini d’archivio realizza scatti, riprende idee espositive, apre cassetti del sapere nei quali sono riposti vecchi fotogrammi, li riguarda come fossero matasse  di uno spazio passato che hanno in se l’energia delle quattro dimensioni (altezza, lunghezza, profondità e tempo) compie un servizio alla memoria con la sua “Ricerca del tempo perduto” o forse è un ritorno a Itaca, dettato dal bisogno di ritornare all’essenza dell’arte, alla musica del Silenzio che trova in forme nuove il linguaggio che schiude a un futuro di contenuti, base e àncora, per avere visioni migliori per avventurarsi costruttivamente nell’orizzonte del domani.

E il viaggio continua navigando accanto a Giorgio, il figlio, su un mare palpitante col quale condivide la passione per la musica e la fotografia.

Nicola Amato

3 Commenti

  1. Voglio lasciare un commento xró nn riguarda x tutti gli articoli che sono stati messi. Volevo dire solo una cosa, xchè questo paese e caduto cosi in basso? Si sono fregati le panchine che stavano in torno alla villetta delle fontane nuove. In via Oberdan. Vicino al coop. Che schifo tutti una massa di ladri drogati spacciatori.

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