“LA COMPAGNIA DEL MELOGRANO”: QUANDO BARI ERA FUCINA DI POESIA E DI CULTURA

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La recensione di Waldemaro Morgese dell’ultima opera di Piero Fabris: un bel libro, un florilegio di messaggi fascinosi e coraggiosi che rivive, in chiave romanzata, la vita e la poetica di Hrand Nazariantz, il poeta armeno trapiantato a Bari, in una città, nei primi decenni del Novecento, ricca di fermenti, di personalità e di luoghi culturali di grande rilievo.

LA COMPAGNIA DEL MELOGRANO, ROMANZO DI PIERO FABRIS

Waldemaro Morgese

Il romanzo di Piero Fabris La Compagnia del Melograno (Radici Future Produzioni, Bari, 2021, pagg. 214, € 15.00) è un’opera che non esito a definire eccellente; anche ben risolta sul piano della “cifra” stilistica e dell’intreccio.

Sull’intreccio (la “storia” narrata) avrei un solo dubbio e riguarda la scelta dell’Autore di “incapsulare” nella parte finale del libro un omaggio ad alcune mode contemporanee, in questo caso sulla scia del “Codice da Vinci” di Dan Brown e del suo protagonista principale Robert Langdon, esperto internazionale di simbologia e crittografia religiosa.

Ma a parte questo particolare, il romanzo potrei definirlo un florilegio di messaggi fascinosi ed anche coraggiosi, che di certo colpisce nel profondo il lettore purché sia una mente coraggiosa e ricettiva.

Cecilia Mangini con Piero Fabris

Sul romanzo aleggia in ogni pagina la figura di Hrand Nazariantz: il poeta simbolista armeno nato nel 1886 a Iskudar-Costantinopoli ed esule a Bari nella parte più feconda della sua vita artistica (dal 1913).

Personalmente ho appreso dell’esistenza di Hrand esattamente nel dicembre 1987, quando Pasquale Sorrenti mi regalò il suo “Hrand Nazariantz uomo, poeta, patriota”, pubblicato con Levante Editori in occasione del venticinquesimo della morte del poeta.

Un’immagine di Hrand Nazariantz

Il romanzo è sapientemente costruito grazie ad una approfondita frequentazione da parte dell’Autore di una vasta messe di documenti e fonti sul poeta armeno e, soprattutto, sul milieu artistico-culturale che si venne a costituire attorno alla sua carismatica e sotto certi aspetti inquietante figura.

Quindi potremmo definirlo anche un romanzo “storico”, di una tipologia che conosce interessanti esempi nel panorama letterario: citerei perfino il romanzo incompiuto di Pier Paolo Pasolini “Petrolio”, che al suo interno ha numerosi innesti documentali. E tuttavia non deve affatto credersi che l’opera di Fabris sia in qualche modo paludata: anzi, è uno splendido avvicendarsi di spunti di riflessione e di godimento estetico offerti al lettore attento.

Enumererò questi “fiori” (o petali del florilegio) ma prima intendo dichiarare una mia sensazione che ho avvertito fin dalle prime pagine, vale a dire un prepotente impulso a considerare un rimando filmico.

Ebbene, La Compagnia del Melograno mi ha fatto pensare a “Midnight in Paris”, scritto e diretto da Woody Allen, e mi spiego. Il film di Allen catapulta il protagonista, l’aspirante scrittore Gil, quasi un secolo addietro, nella Ville Lumière degli anni Venti, ove incontrerà Scott Fitzgerald, Picasso, Buñuel, Hemingway, Stein.

Pur senza il marchingegno del viaggio nel tempo anche Fabris ricostruisce magistralmente le atmosfere soprattutto della Bari intellettuale ed artistica del tempo di Hrand: richiamando in vita i suoi pittori, i suoi letterati, i suoi poeti e scrittori e i luoghi in cui si riunivano per discutere di arte, di poesia, di cosmogonia.

Con maestria (e fascino) Fabris ricostruisce anche l’aura spiritualista, simbolista ed essoterica (oltre che avanguardistica) che percorse agli inizi del XX secolo il capoluogo pugliese, citando nomi topici come Rudolf Steiner (una cui importante opera fu tradotta dagli Editori Laterza) o Giuliano Kremmerz (al secolo Ciro Formisano, forte presenza neopitagorica a Bari), o anche i futuristi che animarono il movimento marinettiano in Puglia.

Ma quali sono questi “fiori”?

Il revival di personalità e luoghi mitici del capoluogo pugliese, cui ho accennato, non solo degli inizi del Novecento ma anche di alcune decine di anni fa, come ad esempio la Libreria Sorrenti, il Bar Sottano, il Circolo Canottieri Barion, il ristorante del Circolo Unione.

Gli omaggi alle bellezze di Troia e soprattutto alla “massa critica” culturale della Conversano di alcuni decenni fa, ricostruita in modo efficace per sottolineare che la vera cultura non è eventistica ma una lunga e paziente sinergia fra le capacità umane (anche quelle capacità giovanili che si riunivano nel giardino con l’albero di melograno).

Le splendide descrizioni delle atmosfere veneziane.

Un forte richiamo alla valore immaginifico della poesia, che parla senza mediazioni: “la poesia è distillato del cuore. Raffina l’animo”; “I poeti verranno, saranno come pellegrini dalle lingue di fuoco, saranno i figli di miraggi immensi fatti di segreti incanti”. La condivisione di una idea di poesia “che non inciampa nell’ipocrisia di intellettuali prostituiti alla notorietà, ma poeti visionari, che si sono immersi nel flusso cosmico della bellezza autentica”.

La valorizzazione di musei e biblioteche (imperdibile il battibecco con il custode demotivato di un museo periferico!).

Il valore medicamentoso del ricordo: Santino, padre di Sophie, “inciampa nei ricordi”, oppure è “inarcato sulla pertica della memoria”.

Il fastidio per tutto ciò che sia rozza esaltazione dell’effimero, del vacuo: “si ritrovarono nella Bari del proprio tempo, che si consuma in eventi spettacolari senza ali né radici, tra il brusio di gente sull’uscio dei negozietti e lo scalpitio dei passi sui lastricati, tra le corti e i vicoli”; ovvero la condanna dell’involuzione dei futuristi “belli ingegni naufraghi nei bassi fondi della popolarità”.

L’idea che la bellezza è fatica e non è per tutti: “i semplici non devono essere confusi con i banali, perciò l’isolamento e la riservatezza erano un obbligo per chi è conscio del miele della propria arte”; “non si prepara un letto di rose per gli asini”; i veri artisti “son persone vicine al popolo e distanti dalla gente”.

Il senso acuto della caducità e dello svanire di tutto: “Dei sognatori di un’alba di bellezza, gli animatori della cultura raffinata, i protagonisti di un’epoca di grandi progetti sembra non sia rimasto nulla o meglio, sia rimasto ben poco e niente”.

Insomma questo “florilegio” è un insieme di suggestioni subliminali molto coerenti fra loro, che da un lato sono la poetica e le convinzioni dell’Autore, dall’altro impreziosiscono il racconto e rappresentano il vero lascito che l’Autore affida al poeta, all’uomo e al patriota magnificato.

Il romanzo ci parla? Hrand ci parla? L’Autore ci parla? Ci parlano certo, in modo forte e chiaro, dal momento che l’oggi è un’epoca di spettacolo, spesso di stilemi scontati, di vanesio protagonismo.

 

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