L’ARTE DI CECILIA MANGINI, NUTRIMENTO PER LE COSCIENZE

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Lo scrittore e artista Piero Fabris ci regala un intenso ritratto della grande documentarista molese. Una descrizione di rara efficacia e di indubbia veridicità.

 

CECILIA MANGINI LA DONNA CHE ESPLORAVA LE REALTA’ NASCOSTE

Cecilia Mangini, la regista, la sceneggiatrice, la fotografa, l’indomabile leonessa delle realtà nascoste, nata a Mola di Bari il 31 luglio 1927 è deceduta il 21 gennaio 2021 a Roma.

Di lei conservo l’immagine delle sue rughe come righe di un diario di memorie e sogni dell’Italia del possibile. Ci sono persone che più vanno avanti negli anni e più mettono a fuoco la propria essenza di ulivi millenari con le fronde feconde attente a ciò che gli soffia attorno e, le radici ben piantate nella concretezza che indaga sotto le pietre di muri di intralcio o separazione.

Cecilia Mangini è simile a uno dei nostri ulivi, sentinella e pilastro delle campagne di ogni sud negato, fatto di miseria e raggi che sono luce stigmatizzante.

Mi tornano in mente i suoi occhi vispi e amareggiati sempre alla ricerca dell’autentico, della vera bellezza che è sostanza di valori non di velette e merletti. Non amava i formalismi che creano le distanze!

Dare del Tu per un ulivo della sua statura voleva dire accoglienza, condivisione con chi sapeva guardare lontano e nella profondità delle cose: alle potenzialità!

Un personaggio visionario, scomodo, onesto al quale era insopportabile l’ipocrisia gentile di chi fa le fusa per il proprio tornaconto.

I suoi documentari erano uno strumento di denuncia, i suoi film il manifesto di pensieri e dottrine che sono vita, riflessione per l’uomo che ha in sé progetti edificanti.

Penso a tutto il lavoro per realizzare la pellicola su Gramsci, un’opera che ce lo restituisce come essere umano e non come icona per slogan. La scelta del barese Riccardo Cucciolla come protagonista della pellicola: “Gramsci- I giorni del Carcere” (1977) fu fortemente voluta della Mangini. Il carcere era quello di Turi.

Riccardo Cucciolla in ‘Antonio Gramsci, i giorni del carcere’ (1977)

Indimenticabili le sue parole, quando illustrando la genesi del film, lasciò che intendessimo quanto studio, ricerca, confronto, discussioni accese, vi erano state con Lino Del Fra, suo compagno di vita, prima di arrivare alla realizzazione del soggetto per il lungo metraggio in bianco e nero su Antonio Gramsci. Niente improvvisazione né spettacolarizzazione, solo il desiderio della chiarezza! Un lavoro, il loro, che aveva il ritmo lento della riflessione.

E nel rivedere il film/Documentario: “In Viaggio con Cecilia” scritto e diretto insieme alla molese Mariangela Barbanente, uscito nel 2013 è stato come ricevere un pugno nello stomaco.

Quell’attraversare il ponte sull’Ofanto quasi una metafora del non lasciarsi alle spalle il vissuto. Attraversando le acque era come tornare alla terra aspra di Puglia?

Un lavoro non certo facile da realizzare se si pensa alla sua fermezza e schiettezza, all’amore per la gente invisibile, lasciata nello “Stato dell’abbandono”. Occhi vigili di compagne di strada, non certo, serve sciocche d’interessi di parte!

Quel documentario non è un viaggio nostalgico o bucolico, quanto uno sguardo lucido su paesaggi dell’anime sgretolate. Un susseguirsi di quadri stupefacenti di giovani disillusi, di esseri umani lasciati ai margini. In lei ho riconosciuto lo spirito della combattente, di colei che porta in sé la speranza ed è pronta a incoraggiare chi continua a guardare lontano, instancabile.

Cecilia Mangini era una donna schietta che non badava ai fronzoli, non amava gli effetti speciali. A lei, interessava fermare, in uno scatto, certe situazioni degradanti, anzi evidenziandole, evitava che fossero occultate. Voleva si sapesse, si comprendesse! Le interessava che i ragazzi di strada fossero capiti. Per essi sognava un mondo inclusivo che avesse rispetto per ogni uomo e magari che i governanti pensassero a disegni di legge come utili strumenti di realizzazione per ragazzi annoiati dal vuoto che disintegra.

La sua posizione era contro ogni modello anestetizzante, era contro i miraggi deliranti, quelli che stordiscono e trasformano in oggetti. Era Contro i tentativi che trasformano soggetti in oggetti, chiamati a consumare e che vengono corrosi dalla frustrazione di non essere all’altezza del mondo: quello delle competizioni.

Era dalla parte degli svantaggiati, “Gli ignorati alla città” (titolo di un suo documentario. Sceneggiatura di Pierpaolo Pasolini). Mi torna in mente quel documentario dal titolo: “Essere Donne” (1965), un ritratto senza alterazioni di realtà femminili.

“Essere donne”, un’immagine del documentario di Cecilia Mangini

Da una parte le donne in copertina patinata e dall’altra le donne operaie votate alla sopravvivenza. Cecilia era un ostacolo per quanti creavano falsi modelli. Lei restituiva alla donna la coscienza di sé stessa e, in quell’opera, appunto: “Essere Donne”, mostra di essere femminista nella sostanza, denunciando e liberandole dagli inganni delle maschere, dalle trappole dell’apparire, dai modelli di porcellana, dalle finzioni utili alla stampa dei mercanti di illusioni.

E si potrebbe dire: “Il suo impegno è ossequio alla verità, tante volte immortalata dalla sua fotografia!” Ma lei avrebbe ironizzato dicendo: “La verità non esiste! Ognuno si crea la propria. E’ così difficile spogliarsi dai preconcetti!”.

Mi sono soffermato a riflettere sul concetto di verità espresso dalla Mangini sempre attenta a far luce sulle ombre, sulle cose nascoste.

La verità? Quale verità? Ci sono tante verità, ma se si optasse per un’unica verità, cioè per una sola visione del mondo a cui tutti debbono adeguarsi, cosa accadrebbe? Non ci sarebbe più la creatività, la diversità che è ricchezza e tutti camminerebbero con i paraocchi senza immaginazione, piegati su sé stessi, sui tracciati dell’ignorare.

Figure come Cecilia riuscivano a suscitare polemiche, sapevano creare dubbi: sale per i neuroni. Tutto il suo impegno era quindi servizio alla memoria, promozione dell’uomo.

I suoi documentari sono lavori ricchi di contenuti o più semplicemente specchi realizzati per restituire a ogni essere la dignità che ci fa liberi, sono richiami alle responsabilità, a essere protagonisti del territorio in cui viviamo.

Cecilia Mangini in giovane età

La regista è un personaggio intelligentemente scomodo dal quale si impara a non mettere la testa sotto la sabbia, né a tacere il tornaconto di alcuni, anche se quel qualcuno è “compagni di visioni”.

Con lei si impara a chiamare le cose col proprio nome. Arte come strumento per nutrire le coscienze, arte per non dimenticare, arte per non ignorare, perché nessuno si abbandoni a facili revisionismi.

E allora, mi torna in mente: “Allarmi siam Fascisti”, un documentario del 1962 (regia di Lino Del Fra, Cecilia Mangini e Lino Micciché) con filmati d’archivio, allora inediti, che ricostruisce cosa fosse stato il fascismo, ma soprattutto un lavoro che, denunciava le connivenze di certa chiesa col regime. Quanti son sempre pronti a cambiare la toga (o saio) pur di essere sul carro dei vincitori?

Un documentario incisivo con i testi del poeta Franco Fortini. Una pellicola scomoda che invano tentarono di bloccare, più che censurare, ma il suo successo fu clamoroso e dimostrò che l’opinione pubblica ha bisogno di sapere, non di effetti speciali, abbaglianti che, distolgono dalle verità storiche. Riesumare certi fatti, suscita interrogativi sulla verità storiche!

Non stupisce quando venne, loro assegnato, il Leone d’oro alla XIII mostra internazionale del documentario di Venezia (1962) per il Cortometraggio: “Fata Morgana”, cioè il treno degli emigranti che vanno incontro ai miracoli economici, abbracciati ai loro pacchi, scialli e valige.

Il viaggio dei terroni, uomini della terra, stanchi, messi nei casermoni, ovvero ai margini delle città dei grattacieli avvolti nella nebbia, dai vetri puliti che, guardano lontano, sordi ai bisogni dei braccianti, respinti nelle periferie come ‘profughi perdenti’, ammucchiati in cantine malsane, dove si fanno coraggio e calore.

I civili scuotono la testa davanti a certe realtà che, comunque, sono serbatoi di manovalanza e consumatori di prodotti delle loro industrie. Un documentario crudo che interroga le coscienze, le scuote.

Cecilia Mangini, artista colta e passionaria, ironica e protagonista della propria vita, una donna coraggiosa che insieme a Lino Del Fra si reca in Vietnam con l’idea di fare sopraluoghi per un film e, nonostante la paura, si fece testimone oculare di cose che non avrebbe mai capito.

Tutto quel materiale rimase chiuso in un vecchio armadio della sua casa romana, fino a che o grazie alla tenacia del regista leccese Paolo Pisanelli, le preziose sequenze sono diventate documentario: “Due scatole dimenticate” (dicembre 2020), un viaggio in Vietnam sottratto all’oblio! Tutto il suo materiale è di gran valore socio antropologico.

Rimasi incantato davanti a “Stendali- suonano ancora”, il cortometraggio del 1960 dedicato ai canti funebri della Grecia salentina. Era geniale nel concepire e realizzare il cortometraggio/documentario: “Divino Amore”, eppure per molto tempo è rimasta in ombra, forse per il suo carattere indomabile?

Dobbiamo alla volontà di Waldemaro Morgese, la produzione del “Non c’era nessuna signora al tavolo”, diretto da Davide Barletti e Lorenzo Conte, una pellicola che ripercorre la storia, i frame, della prima documentarista italiana. Cecilia Mangini un intellettuale raffinato che ha raccontato lucidamente aspetti nascosti dell’Italia con le sue contraddizioni.      

CECILIA MANGINI

di Piero Fabris

La tua autorevolezza
era la semplicità.
In quel Tu disarmante disorientavi i dotti.
Fermezza e desiderio coniugati in un attimo di silente profondità.
In te l’esperienza raccolta
dietro un un obiettivo.
Fermare un’immagine per raccontare l’emozione di vite consumate nell’attesa del riscatto in giorni grigi dimentichi del colore.
Quanta ricerca, quanto studio per trasmettere un’idea di realtà e di possibilità umane.
La storia è memoria, pensiero in immagini,
L’arte dell’immediatezza
inquadrare vie per le coscienze. Il sogno della piazza degli incontri.

Cecilia Mangini con Piero Fabris

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