UN GABBIANO SEMPRE IN VOLO: LA DIFFICILE IDENTITA’ DI UN PROFUGO ISTRIANO IN TERRA DI PUGLIA

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Il prof. Dino Simone continua il suo complesso racconto sulla condizione dei profughi provenienti dall’Istria nel secondo dopoguerra. Non solo un’infanzia con molte difficoltà di inserimento, vissuta a Polignano dopo lo sradicamento da Pola, sua terra natìa, ma la spaesante crisi di identità provata anche da adulto.

di Dino Simone

In crisi di identità

«Non so dove i gabbiani abbiano il nido,

ove trovino pace.

Io son come loro

in perpetuo volo».  (Da Gabbiani, di Vincenzo Cardarelli)

     Dopo la partenza da Pola, nel marzo del 1947, come un gabbiano, anch’io sono stato in perpetuo volo: Polignano, Taranto, Casamassima e poi finalmente Bari.

L’Arena di Pola                                           

    A nessuno di questi luoghi mi sento legato in modo particolare, anche se sono state delle tappe importanti della mia vita. In ciascuno di essi ho lasciato una parte della mia anima e del mio cuore, ma sento che il vincolo più stretto è quello che mi lega alla terra dove sono nato, dove ho trascorso l’infanzia.

Pola 1947: imbarco sul piroscafo Toscana

   Quella di noi profughi è un’identità difficile. È stato detto che si resta “profughi” per sempre, e non solo nell’anima, ma anche nei documenti, nelle carte. Proprio così, l’ho sperimentato sulla mia pelle. In varie occasioni, come è successo a tanti di noi esuli, mi sono sentito non “italiano” ma  soltanto “profugo”, e per giunta dalla Jugoslavia!, al momento della richiesta del codice fiscale (visto che spesso la provincia di Pola, sigla PL, non risulta negli elenchi ufficiali inseriti nei computer di banche o di enti periferici dello Stato), o di certificati e documenti vari. “Nato a…?”,  mi domandava fino a non molti anni fa l’impiegato comunale o della Motorizzazione. “Scusi, come ha detto? Palo?” (Palo del Colle) –  “ No, Pola!” “E dov’è? Allora lei è jugoslavo, croato?”.

   Tornando in Istria provo ogni volta nuove emozioni, nuove sensazioni e tanta nostalgia: vado a cercare le mie radise (radici) e mi chiedo: “Chi sono io?”. La conclusione è che a tutti gli effetti sono polesano (anche se di origini meridionali), istriano, profugo e italiano. Come il mio bisnonno materno, mia nonna e mia madre anch’io sono nato a Pola. Il mio nonno materno era di Pinguente (paese dell’Istria centrale, la romana Piquetum), la mia bisnonna di Albona, la patria di Matthias Flacius Illyricus, importante teologo luterano dissidente del 1500. Mio padre e la sua famiglia erano invece di Polignano a Mare.

   Era destino, oggi si direbbe che era scritto nel mio DNA, che dovessi fare il professore di Greco: 1. Mi chiamo Dionisio (San Dionigi o Dionisio era un santo venerato in molte località dell’Istria, ma era anche il nome del mio nonno paterno)  2.  sono nato a Pola (il nome secondo il poeta Callimaco significa “città degli esuli”). Mi mancava solo una “mare grega” (madre greca), che però per i polesani non era un buon requisito, perché l’espressione “tu mare grega!” significava “quella donnaccia di tua madre!”.

   Per quanto riguarda la fondazione di Pola, nel I libro degli Aitia (“Le cause”) Callimaco, uno dei principali poeti ellenistici (III sec. a. C.), raccontava che un gruppo di Colchi era stato mandato dal proprio re Eèta ad inseguire Giasone e gli Argonauti, che, con l’aiuto di Medea, si erano impadroniti del mitico vello d’oro. Dopo aver perso le tracce dei Greci, i Colchi approdarono sulle coste dell’Adriatico e, temendo la punizione del sovrano, per il fallimento della loro missione, decisero di fermarsi là e di fondarvi una città: Pola (Pòlai, città dei fuggiaschi).

Riprendendo i versi di Callimaco anche Strabone (V, 1, 9), geografo greco dell’età di Augusto, era convinto che la mitica fondazione di Pola fosse dovuta ai Colchi. Invece, secondo gli storici più recenti, più probabilmente Pola fu fondata da popolazioni protoilliriche o protovenete in un luogo ricco di sorgenti naturali e il suo nome non deriverebbe dal greco, ma dovrebbe avere il significato, meno profetico e suggestivo, di “sorgente d’acqua”.

   Sono un docente di lettere classiche e per anni ho riletto in classe brani dell’Eneide virgiliana, il cui protagonista, il pius Aeneas, fato profugus (profugo per volere del fato), mi ha sempre affascinato: Enea, un profugo, come noi esuli istriani, come me, che fugge dalla sua città in fiamme, portando sulle spalle il vecchio padre Anchise e tenendo per mano il figlioletto Ascanio (chiamato Iulo dai Latini). Enea, il progenitore dei Romani nell’immaginario dell’Occidente, per il poeta Giorgio Caproni diventa il paradigma dell’esule, del senza patria, controfigura dei vinti e degli sradicati del nostro tempo e può essere considerato anche il simbolo dei migranti dei nostri giorni che fuggono da guerre, distruzione e morte, in cerca di un avvenire migliore  in Europa per sé e per i propri figli.

Enea e Anchise, di Gian Lorenzo Bernini

   Sentendomi un profugus come il pater Aeneas e addirittura identificandomi con lui, che per primo venne in Italia da Troia, per scherzo avrei voluto scrivere una Simoneide, un poema sulla mia vita, ovviamente in latino. Ecco quale avrebbe potuto essere l’inizio del proemio, secondo il modello dell’Eneide:

Vìtam Simonis cano, Polae qui puer ab oris          

Apuliam fato profugus Barensiaque venit         

litora ut pius Aeneas …

(Canto la vita di Simone, che da piccolo dalle coste di Pola venne profugo in Puglia e alle spiagge di Bari, per volere del destino, come il pio Enea…).

   Io mi considero un profugo sui generis, perché più fortunato di tanti bambini della mia età, in quanto non sono passato attraverso i campi profughi e i vari convitti nazionali, però anch’io conservo il tragico ricordo di una guerra, non certo di quella Troiana ma della Seconda guerra mondiale e non posso dimenticare i bombardamenti degli Alleati, le corse verso il rifugio, i racconti di papà sulla lotta partigiana e sulle foibe, l’esodo in massa da Pola.

   “Addio, monti sorgenti dall’acque, ed elevati al cielo; cime inuguali, note a chi è cresciuto tra voi…. torrenti, de’ quali distingue lo scroscio, come il suono delle voci domestiche…” (Manzoni,  P. S. VIII). 

Ogni volta che leggevo in classe l’Addio ai monti, dei Promessi Sposi, pensavo alla mia terra abbandonata (Addìo, Pola!  Addìo per sempre!) e condividevo lo strazio che provava Lucia mentre la barca puntava verso la riva opposta del lago.

Ad un esame di concorso a cattedra  ho svolto addirittura un elaborato in latino su questa pagina famosa: “Quae cogitabat, quae animo volvebat manzoniana illa Lucia… (Quali erano i pensieri, quali i sentimenti della manzoniana Lucia…). Chissà, forse avrei voluto aggiungere che quelli di Lucia erano sentimenti che avevo provato anch’io, ma probabilmente temevo di uscire fuori traccia.

   Al passo di Manzoni ho sempre associato il canto XVII del Paradiso (vv. 55-59) in cui il trisavolo Cacciaguida predice a Dante l’esilio:

Dante

Tu lascerai ogni cosa diletta

più caramente; e questo è quello strale

che l’arco de lo esilio pria saetta.

Tu proverai sì come sa di sale

lo pane altrui, e come è duro calle

lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale. 

La nostalgia dell’esule è presente anche in questi versi del poeta greco Teognide (VI sec. a. C.), che per motivi politici dovette lasciare la sua città e i suoi campi, ora lavorati per altri:

Ho sentito il grido acuto della gru

che annuncia il tempo dell’ aratura.

Nera fitta avverto in fondo al cuore:

altri possiedono i nostri campi fecondi.

Gru in volo

      E all’esodo da Pola mi riportano con la mente i versi della prima ecloga di Virgilio, che esprimono la tristezza del pastore Melibeo, costretto dopo una guerra, come è capitato anche a noi, ad allontanarsi dai luoghi che amava. Melibeo è uno dei contadini che dovettero cedere le loro terre ai veterani di Ottaviano e Antonio (nel 42 a.C.), mentre Titiro rappresenta il pastore fortunato, che, grazie all’intervento di un deus (secondo alcuni lo stesso Ottaviano), conserva il possesso del suo podere:

Nos patriae finis et dulcia linquimus arva,

nos patriam fugimus; tu, Tityre, lentus in umbra

formosam resonare doces Amaryllida silvas. (Buc. I, 3-5)

(Noi la terra dei padri lasciamo e i cari campi, noi fuggiamo dalla patria; e tu, Titiro, tranquillo all’ombra insegni ai boschi a riecheggiare il nome della bella Amarillide.)

   Come Titiro, che, placidamente sdraiato sotto un ampio faggio, osserva Melibeo partire per un esilio senza possibilità di ritorno, molti dei cosiddetti “rimasti” restarono a Pola e in Istria, dopo l’esodo di massa del ’47, perché erano, anche se non tutti, comunisti (pur con motivazioni diverse, come precisa Anna Maria Mori, autrice di Nata in Istria) e, al momento dell’opzione, scelsero la cittadinanza croata, accettando il regime di Tito; altri, indipendentemente dall’età, non vollero lasciare la terra e la casa in cui erano nati e cresciuti, perché avevano paura dell’ignoto; numerosi infine sono quelli a cui le autorità jugoslave rifiutarono la possibilità di partire, specialmente nell’Istria interna e nelle isole (Cherso e Lussino).

   Anche il finale dei Malavoglia di Verga mi ha fatto pensare a profughi e “rimasti”: Alessi e ’Ntoni sono posti di fronte per suggerire un’opposizione di destini: l’uno resta nella casa-rifugio e nel paese-nido, l’altro, strappato da questo tempo e da questo spazio mitici, appare ormai condannato allo sradicamento dell’esilio (Luperini).

   “Per noi che restavamo”, dice la scrittrice Nelida Milani, “era l’inizio di una nuova era. Dopo, infatti, le cose non sarebbero mai più state uguali, né facili”.

Quelli che dovettero aspettare diversi anni prima che fosse accolta la loro richiesta di poter lasciare l’Istria patirono fame, miseria, privazioni di ogni genere, disprezzo perché italiani e subirono intimidazioni e minacce, come hanno raccontato parecchi di loro nei loro diari.

    Comunque, come  precisa Ulderico Bernardi in Istria d’amore, i “rimasti”, che si trovarono a vivere spaesati nella loro terra svuotata di volti, di memorie, di riferimenti consueti… e  i profughi, che  si dispersero per il mondo (dall’Europa al Canada, all’Australia…), sono due forme diverse per un unico dolore.

    In precedenza, tra le associazioni dei profughi e  i “rimasti”, non c’era dialogo, anzi c’era disprezzo. I primi erano definiti “fascisti”, i secondi “comunisti” e complici degli “infoibatori”. Nell’ultimo ventennio tante cose sono cambiate (anche se restano diffidenze e rancori),  i rapporti  sono migliorati e si sono gradualmente intensificati, e ora, finalmente, esuli  (“andati”) e “rimasti” collaborano per la tutela della minoranza linguistica italiana in Istria.

     Ho letto di recente che “abbandonare un bene” significa rinunciare a ogni diritto su di esso. È quello che abbiamo fatto noi: abbiamo “abbandonato” la nostra terra, l’Istria, e i nostri beni (la casa, la campagna), che, come quelli di tutti gli altri, sono stati nazionalizzati dalla Jugoslavia.

In questi settant’anni dallo Stato italiano abbiamo ricevuto solo un modesto risarcimento. Siamo stati noi, italiani dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia, che, con la perdita dei nostri beni, abbiamo pagato per tutti i danni di guerra che l’Italia aveva procurato alla Jugoslavia. ‹‹Abandonar›› è  il vocabolo che in tutti questi anni ho sentito pronunciare più spesso in famiglia: può essere considerato il Leitmotiv, la parola chiave del nostro lessico.

(Da Come un gabbiano, Edizioni dal Sud, 2016, pp.13-18, passim, con modifiche)

1 commento

  1. Riceviamo via whatsapp il seguente commento della dott.ssa Enza Simone e pubblichiamo:

    Commossa. E non solo per aver vissuto anch’io la tristezza di quell’abbandono (i bambini di 6-7 anni non comprendono tutto) ma perche’, come fai intendere molto bene, si resta comunque in qualche modo segnati dalle “sventure”. Noi lo siamo stati per un bel po’ dato che il clima familiare non poteva non incidere sulla nostra formazione : in particolare per una sorta di timidezza o ritrosia… quasi si temesse di infastidire, di non essere accolti. Gli anni, passando, le amicizie, gli affetti hanno aiutato molto. Ed eccoci ora qui : tu che scrivi un bel testo in cui vita e cultura s’intrecciano saldamente consentendo alla tua storia personale di diventare paradigma di mille altre storie simili, sin da quando gli uomini hanno imparato a raccontarle…. ed io che, leggendoti, ripercorro anni e vicende. Contenta e grata, infine, di essere qui.

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