LE MEMORIE DEL PROF. DINO SIMONE: UN BAMBINO ISTRIANO NELLA POLIGNANO DEL DOPOGUERRA

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“Correva l’anno… Ricordi d’infanzia: non solo vicende tristi nella storia di noi profughi istriani ma anche momenti sereni e i giochi di tanti anni fa”. Ecco come il prof. Dionisio (Dino) Simone ricorda il difficile, ma anche giocoso, inserimento di un bambino, con la sua famiglia esodata da Pola, nella Polignano di fine Anni ’40.

di Dino Simone

   Correva l’anno 1949. Era certamente una domenica di maggio perché, come si vede nella foto, mia sorella Enza ed io semo vestidi de festa in un campo de bisi (di piselli) a Polignano.

Vestidi de festa

   Un mazolin de fiori de bisi orna i capelli di Enza. Io sono, già da allora, “rigorosamente” in giacca e cravatta, come poi sempre nel corso della mia carriera di insegnante. La guera è finita da poco e si vede: ai piedi ho, come anche Enza,  le  zavate  fatte  da  mamma,  come  l’abito, ma sono più fortunato del Valentino “vestito di nuovo” del Pascoli, che “ai piedini provati dal rovo” portava “la pelle de’ suoi piedini”. 

   Le zavàte (o savàte)  erano scarpe di tela con la suola di gomma, ricavata da un vecchio copertone di bicicletta. Per cucire insieme le varie parti delle zavate mamma adoperava el spago sforzìn, molto resistente, mentre per fissare la suola usava i chiodini e una forma da calzolaio.

   Nei primi anni Cinquanta a Polignano giocavo a palla nella piazza davanti alla Chiesa matrice o nelle viuzze del centro storico, prima con la palla di pezza (la bala de strassa) e poi con quella di gomma (che sistematicamente “le guardie” ci sequestravano). Anche se io non vi partecipavo, mi piaceva osservare gli altri ragazzi, che, per le strade del paese, erano impegnati a giocare con u ch(e)rrùzz(e)gh(e), la trottola di legno (in polesano el zurlo) o con u p(e)zz(e)càcchie, la  lippa (in  polesano el pìndolo). Era un gioco consistente nel battere con una paletta su una estremità di un cilindretto di legno appuntito ai due lati. Lo si faceva rimbalzare e poi lo si colpiva al volo per gettarlo il più lontano possibile.

   D’estate correvo con il cerchio (co’l sercio) per le strade di campagna. Si usava un vecchio cerchio di bicicletta senza raggi e una bacchetta di legno o un ferro ricurvo, per spingerlo e per indirizzarne il corso. Si poteva giocare da soli o si facevano le gare, con uno o più compagni e, ovviamente, vinceva chi arrivava primo al traguardo.

   Invece gli unici giochi che avevo fatto a Pola erano quello della caseta (casetta), con Enza e la Loreta, figlia di amici, che a turno si sposavano con me, perchè iero l’unico mas’ceto (maschietto), e a scondòn (a nascondino). Non potevamo giocare nemmeno ai “quattro cantoni” perché eravamo soltanto in tre.

Coppi o Bartali? Juve o Inter? Vespa o Lambretta? Il solito dualismo all’italiana negli anni Cinquanta.

1949 Tutti in posa sulla Lambretta nuova

   Papà  tifava  per Bartali e per l’Inter, io per  Coppi e la  Juve, ma quando nel 1949

comprò la Lambretta, modello B 125, per la prima volta fui d’accordo con lui e contento della sua scelta.  Finalmente poteva recarsi a Taranto, dove lavorava all’Arsenale militare, con lo scooter, mentre per oltre due anni vi era andato da Polignano con la sua bici storica portata da Pola: partiva il lunedì mattina alle quattro e tornava il sabato sera.

Una vecchia foto della bicicletta di papà

    Nel primo dopoguerra, con il modesto salario di papà  rischiavamo spesso a fine mese di rimanere in boleta (senza una lira), ma dava un valido contributo al miglioramento del nostro ménage famigliare mamma, confezionando scialli di lana al telaio ed eseguendo lavori di cucito e ricamo, a mano e a macchina (aveva prima un vecchia Singer, come quella della foto, e poi una moderna Necchi). Diventata più grande, Enza collaborava con lei ed era addetta alla stiratura (co’l  sopresso, come diceva nonna, cioè co’l fero de stirar, prima con quello co’ le bronze, con i carboni accesi, e poi con quello elettrico).  

Una vecchia macchina per cucire Singer
Ferro da stiro con i carboni (el sopresso co’ le bronze)

    Ecco i termini che ricorrevano con frequenza nel lessico di mamma: rochèl de fil (rocchetto di filo) e poi sustìna (bottoncino automatico a pressione) e cordèla (fettuccia, in polignanese u fr(e)sìll.). Tra i verbi, oltre a cusir, far el sorafilo, sopressar (stirare), ricamar e guciar (lavorare a maglia), un posto importante aveva  repezàr (rammendare, rattoppare). «Le braghe strazade e repezade nel dopoguera i le gaveva i poveri e i operai, adesso i le porta i giovani, e più che le xe sbregade (strappate) più i le paga!» diceva mamma, criticando la moda di questi ultimi anni. Come si può vedere, il nostro dialetto istro-veneto era molto più melodioso e comprensibile del polignanese.

Dal mio libro Come un Gabbiano, Edizioni dal Sud, 2016, (pp. 52 e segg., passim).

Il disegno in copertina è di Valeria Nardulli.

 

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