ENZO DEL RE, IL CANTAPROTESTATORE, NELLE RIFLESSIONI DI PIERO FABRIS

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Una serata d’inizio autunno, tenuta nel Chiostro di Santa Chiara, dedicata alla memoria e all’impegno di Enzo Del Re, nella reinterpretazione di giovani musicisti. Ecco le riflessioni dello scrittore e artista Piero Fabris.

OMAGGIO A ENZO DEL RE, IL CANTAPROTESTATORE

Forse colpa della pioggia o ironia del destino, quando sono giunto nella ex sede dell’accademia di belle arti in Mola di Bari, la sera del 22 settembre 2020, erano tutti intenti ad asciugare le sedie, a montare e accordare strumenti sotto il portico del chiostro Santa Chiara, già storica sede della scuola elementare del paese.

E’ come se tutti dovessimo essere su uno stesso piano e il palco di lato sembrava un altare spoglio.

Mi è tornato alla mente il giorno in cui la grandine accompagnò le sue esequie. Sembra che, col cielo, Enzo Del Re, abbia un rapporto esclusivo come un Santo sui generis, fedele al suo ideale, così direbbe Giovanna Marini, immaginandolo, come sempre, senza fronzoli, intento a far delle percussioni ritmi comunicativi non di seduzione. 

Un “Artista autentico”, intransigente, fedele ai suoi ideali, fuori dagli schemi ipocriti dietro il quale si nasconde l’esibizionismo becero. Ho pensato a Pierpaolo Pasolini, il quale in un’intervista rilasciata a Enzo Biagi, sottolineava la barriera e l’effimera superiorità che la scatola manipolatrice riesce a proiettare sulla gente.

Enzo Del Re

Mi torna alla mente l’immagine del nonno in poltrona davanti al televisore in bianco e nero, la nonna accanto e noi, pulcini con le gambe incrociate, ipnotizzati dallo spettacolo in casa. L’invasione degli elettrodomestici rendeva comoda la nostra vita! Era il simbolo di uno stato industrializzato.

Chissà come doveva essere il paese, quando si stava seduti sull’uscio delle abitazioni e non appiccicati ai cristalli liquidi.

Solo nel 1994 uscì il saggio: “Cattiva Maestra la televisione” di Karl Popper. Noi siamo invecchiati magnetizzati dai miraggi di un mondo a portata di occhi; eravamo sedotti dall’idea del moderno, del rapido che ci porta velocemente ovunque! Ma l’intelligenza non sta nella rapidità con la quale spingiamo dei tasti, ma nella consapevolezza di quel scriviamo, dalla cultura che ci aiuta a discernere l’effimero dalla sostanza.

Avere cognizione di causa, significa essere protagonisti di un’azione. La vera rivoluzione non è distruzione, ma elevazione delle coscienze.  E’ questo uno dei messaggi di Vincenzo Del Re. Ho provato a immaginarlo l’artista molese, mentre Vito Quaranta tentava di coinvolgerlo e lui, sempre burbero, esclamando: “Non mi interessa!” continuava a percorrere la propria via trainando il carrello di esperienze.

Il musicista molese Vito Quaranta, in primo piano

“Il Folk lascia tutto come sta. Non cambia niente”, diceva a Timisoara Pinto, autrice di uno splendido libro, anzi uno scrigno di ricordi, testimonianze, testi di canzoni, foto, ovvero trecento pagine e due CD per evocare e non dimenticare un uomo che desiderava “lavorare con lentezza” e, questa non era solo una canzone, ma invito alla coscienza a essere protagonista della propria vita.

Un messaggero tra la polvere e il fango? Un gallo fastidioso che ogni giorno invita a destarsi perché la bellezza ci è “d’Intorno”, quasi come se l’essenziale fosse semplice realtà matematica.

La sua, una voce di tre ottave per armonizzarsi con aria, acqua, terra e fuoco, per esaltare la Bellezza vera che ci circonda.  La sua passione e la gioia nella condivisione, fanno dire ad Antonio Infantino: “Un patrimonio per il pianeta e le sue creature”.

Ma Enzo Del Re non entrava negli schemi di certa “imprenditoria culturale” che trasforma gli entusiasmi dei menestrelli e dei circensi, di “banditori” in fenomeni da baraccone, oggetti sonori per Salotti “radical Chic” che fanno le rivoluzioni a suon di slogan ed erudite citazioni.

Il suo “Ritorno a Maul” è un atto rivoluzionario. Non una semplice “Uscita di sicurezza”, tanto per citare Ignazio Silone, più che fuga la sua è onestà intellettuale, la stessa che portò Riccardo Bacchelli a scrivere con affilata ironia: “Il Diavolo al Pontelungo”. 

Il Del Re, non voleva essere lo schiavo emigrante di tutti gli imperialismi, ma un libero protagonista della vita. Libero, quindi, non vittima delle mode, dei successi, ma un uomo che conosce il sapere/ sapore dell’uva e delle ciliegie, un uomo che non ha bisogno di restrizioni dettate da altri per vivere nel rispetto delle buone regole (Era un anarchico contestatore puro), per lui la Libertà era intesa come “Rispetto della Libertà dell’Altro”.

I suoi erano principi dettati dal DNA, perciò non è strano che vendesse le sue musicassette a prezzi “Giusti”, evitando di fare della creatività un furto, ma per troppi, le sue scelte, erano dettate dalla follia.

Sì, Enzo Del Re era pazzo per le logiche degli avidi, perché con quel talento avrebbe fatto i soldi e sarebbe vissuto con grandi comodità, invece ha scelto di vivere coerentemente in una “Splendida Povertà” che trasformava in virtù il poco e, infatti sapeva fare di una semplice sedia lo strumento ritmico, utile ad amplificare le idee.

Ebbi la sensazione, quando lo conobbi che la sua autenticità, il suo essere fuori le righe, creasse imbarazzo a qualche parente e amico, ma dopo la morte sono spuntati epitaffi da santo laico, eroe della rivoluzione e pioniere del buono, dei quali ne farebbe volentieri a meno. 

Già, non vi è da stupirsene se in eventi patrocinati, in tanti accorrono, forse per splendere di luce riflessa, sedendo in prima fila; accadde anche a Monsignor Tonino Bello che io scambiai per un contadino, quando giunse con la sua utilitaria. I primi ad avviare la sua canonizzazione furono coloro che in vita lo avevano ostacolato!  

Dario Fo, quando andammo a trovarlo a Milano a Porta Romana, parlando di lui, del compagno di memorabili concerti, si commosse e per un attimo i suoi occhi sembrarono persi nella memoria. Chissà cosa rimpiangesse di quei tempi d’effervescenze e, cosa invidiasse all’Artista linguafono, il premio Nobel? 

Piero Fabris con Dario Fo

Raccontava, Peppino Volpe, che una volta su un muro lessero: “Servire il Popolo” ed Enzo Del Re, lapidario, disse, davanti a quella scritta: “Il popolo, se crede, si serva da solo! Io non sono servo di nessuno”.

D’istinto mi son detto: “No al servilismo sciocco! Poi ho riflettuto su questa sua presa di posizione e, mi è tornato in mente il prologo a “UN UOMO” di Oriana Fallaci, quando parla della folla, come bestia mostruosa.

Ho pensato a quanti guardando all’eco della notorietà o al Marketing, mettono il cervello sotto sale.

E allora bisogna Fermarsi e dire un NO SCHIETTO, alla MASSA dei decerebrati che non si interroga!

Quanti evitano di pensare e denunciare il lercio per vigliaccheria o tornaconto? Quanti ripetendo litanie da gregge impaurito, pronto ad abitare in oscuri ovili di sopravvivenza, mettono la testa sotto la sabbia, asserviti al potere del mercato dei prepotenti, piuttosto che allo spirito della legalità?

Vincenzo Del Re non credeva al servilismo, immaginava un popolo cosciente delle proprie potenzialità che sapeva “adorare e ringraziare”, promuovere, condividere festosamente i prodotti della terra, i sapori, i profumi delle stagioni dell’essere uniti in un sogno che è rispetto per la vita comune. Singolarità in sintonia, quindi, dove ognuno porta il proprio peso, fin lì, dove vi è la piazza degli incontri umani.

Un’opera di Piero Fabris dedicata a Enzo Del Re

Nell’abbraccio del chiostro di Santa Chiara, il calore e uomini spartiti, hanno riempito la notte nel nome del cantastorie, in ordine d’apparizione li cito come testimoni di un’idea da  Cantaprotestatore: PuntinEspansione; Vito Forthyto Quaranta (con lui Mariella Dipalma, Francesco De Palma, Vince Abbracciante, Giorgio Vendola); Paolo Bevegnù; Elena Ledda e Mauro Palmas.

Annamaria Minunno e Timisoara Pinto coordinavano l’evento, omaggio al cantautore molese.

(da sinistra) Timisoara Pinto, Annamaria Minunno e Piero Fabris

Un soffio di malinconia serpeggiava, come una goccia di mare, una goccia tra gente che bagna le coscienze del “Tutti” siamo il mare e… se questo Mare non ci sembra più blu, tra rifiuti e pescecani, accartocciato in sordi individualismi che sbattono le energie migliori alla deriva, parafrasando, Domenico Modugno, un altro interprete del nostro Bel Meridione, ci sembra di cogliere tra le onde musicali: …Che non dobbiamo affogare in un bicchiere. Bisogna tener desta la Speranza in questa bufera che ci appiattisce e ci vuole schiavi sciocchi, seppelliti dalla paura che vuole chiude il sipario sulla cultura, sale e lievito per i Curiosi Spiriti.     

Un altro omaggio di Piero Fabris a Enzo Del Re

                     

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