UN RACCONTO DI PIERO FABRIS: “QUELLA NOTTE DI TEMPESTA ACCESE IN ME UN EMISFERO DI STELLE”

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Uno splendido racconto di Piero Fabris, scrittore e artista, offerto ai lettori di “Mola Libera”, per non dimenticare che le nostre vite sono molto di più dell’arida cronaca di queste difficili giornate amare al tempo del Covid-19.

Andammo ad abitare al civico 333 di Corso Sicilia.

Per mio padre fu come ritornare alle origini, ai tempi dell’adolescenza, ai tempi in cui dietro ogni casa del suo paesello vi era un fazzoletto di terra, prezioso orto per la povera gente che viveva di elemosina e poteva mettere in pignatta buone erbe per farne minestroni e brodini vegetali.

Come Marcovaldo di Italo Calvino, passava il tuo tempo a immaginare pollai con le galline per le uova fresche, cespi di insalate verdi con le foglie ricce e piante di fagiolini arrampicate su scheletri di capanne fatte con canne raccolte sulle sponde della lama Balice.

Quello era l’orto riservato alle sue vacanze mentali, il sempre rigoglioso crogiolo del suburbano malinconico, creativo! Sedeva taciturno sotto la pergola del gelsomino da dove era possibile osservare il roseto profumato che in maggio era uno sfavillare di boccioli gialli. Il nespolo che ombreggiava le calle e i garofani rappresentava l’agiatezza raggiunta della famiglia Diminerva.

Un dipinto di Piero Fabris

Quell’albero era lì prima ancora della “Ciclatera”, così come i baresi chiamavano la sbuffante locomotiva mandata in pensione dalle “Filobus elettriche” attorno alla fine degli anni cinquanta. Si diceva che all’ombra degli alberi di gelso delle fermate di quel trenino, congiunzione tra Bari, Carbonara e Ceglie del Campo, fosse nato l’amore del capostipite di quella famiglia e che, a celebrare il loro matrimonio, evento per gli abitanti della contrada Padreterno, fosse stato un tal monsignor Francesco del Riccio, Ricci o Ricco.

Un amore fatto di occhiate, di incontri rubati, di corteggiamenti pazienti e serenate che si concluse con ispezioni alla dote e scambi d’anello per la gioia dei parenti tutti.

Le nozze celebrate nella chiesetta dedicata all’Altissimo, poco lontano dell’albero di nespole, piantato da un patrizio romano, perché tenesse lontano gli influssi negativi degli stregoni, fu l’unica variante alla consuetudine sui matrimoni, che prevedeva la funzione matrimoniale si realizzasse tra le lodi e gli incensi nella chiesa madre della sposa.

Accanto a quel nespolo, consacrato a Saturno, sembra vi fosse una “Chianca chiara” con funzioni di altare, ma come sempre, davanti alle vie delle comodità, anche le solide testimonianze si dissolvono tra nebbia e cenere, perciò quando mi dissero che i lavori per il miglioramento della viabilità avevano fatto brillare il menhir tra il nespolo e la pietra, sollevai le spalle perplesso.

E così tante volte mi son raffigurato i tempi passati: il recinto di pietre che cingeva quell’area sacra con l’ara di pietra; il vano per deposito attrezzi con un caminetto come braciere, denominato dal clan indigeno: la torricella e in seguito sostituita da un fabbricato che oltre agli ambienti per le famiglie contemplava i depositi per la legna e la sansa con i quali si alimentava il forno con funzione sociale.

Memoria vuole che in breve per i mercanti di frutta e verdura, con i loro carretti trainati da cavalli svogliati, la casa rustica della contrada Padreterno divenne un punto di riferimento più della noria che irrigò e dissetò intere generazioni dell’entroterra!

Lo stabile rimase nel tempo il faro, anche per i signori delle ville di fine ottocento. Per mio padre quel rettangolo di tela fertile, sopravvissuta, era il paradiso, mentre per mia madre, abitare a piano strada era semplicemente la possibilità di non far più tante scale con i pesi delle borse della spesa.

Opera di Piero Fabris

Ogni volta che pronunciavo il numero del civico dove abitavo, tutti gli abitanti del quartiere esclamavano: “Il forno Diminerva!” E i ricordi del panificio affioravano e si accavallavano assieme a coloratissimi aneddoti. Alla panetteria la gente andava a portare le teglie dei propri manicaretti e si intratteneva, con la scusa di attendere che, le pietanze fossero cotte a puntino, per godere del tepore di quel luogo.

Per tanti il panificio Diminerva e l’isolato che lo circondava non era solo un punto di aggregazione, ma un’oasi di spensieratezza, un segmento dove scherzi ai passanti erano goliardate e rappresentazioni in anfiteatri della letizia dove, scenette improvvisate di matrimonio popolare, erano quadretti umoristici sul niente e tutto di situazioni grottesche di chi si sentiva travolto dal caotico nuovo che avanza, al galoppo degli elettrodomestici.

A notte alta spalancavo la porticina che dava sul giardino e mi posizionavo come un sasso al centro della porzione di terra arata. I miei occhi scalavano lenti sul fianco di un palazzo altissimo, cresciuto come un fungo con la stessa avidità di certi imprenditori edili, fino a raggiungere un mare di nuvole in attesa della luna.

La spensieratezza fu spazzata da un autunno impaziente di farmi rintanare in stanzoni riscaldati con le stufe a bombola, lontano dai finestroni appannati dietro i quali il gelo imperava ammantando tutto con plumbei mantelli. La brina e il freddo conoscevano i passaggi segreti per sorprendermi.

Non ho mai amato il letargo, ma certe volte perdermi nei sogni e risvegliarmi a primavera era un’idea carezzevole. La curiosità è sempre stata la molla e l’alito che si evidenziava nei giorni bigi e freddi!

Ogni tanto mi aprivo un varco di trasparenza sui vetri appannati, quelli affacciati al pozzo verde dell’immaginazione. Il grembo della mia fantasia sembrava arrossarsi e ingiallire! “Cogli l’attimo” mi dicevano con tono canzonatorio alcuni del parentado, ma ero troppo ingenuo per fare discernimento.

“Ci sono cose che mutano e non tornano. Solo le emozioni vissute sono scatti di foto raccolte in album della mente!”.

Oggi mi rivedo solitario e silenzioso a contemplare le piante piegate dalle sferzate del vento. Mi rivedo a osservare le foglie strappate alla linfa vitale, ai rami contorti, sparsi esanimi sul selciato divenuto viscido. Ricordo mia nonna materna con il foulard annodato sotto il mento e la mantellina di lana sulla spalla curva.

Mia nonna quando doveva attirare l’attenzione strillava ed io mi volgevo repentinamente verso di lei, catturato dalla paura che le fosse capitato qualcosa di spiacevole e invece, la trovavo seduta alla seggiolina davanti a una composizione di mele, pere e uva che il Caravaggio avrebbe apprezzato sicuramente per farne una natura morta e certamente Cézanne ne avrebbe fatto oggetto delle sue meditazioni in verticale.

Mi chiedeva osservandomi crucciato: “Ho strillato? Non è colpa mia. Sono sorda”. Io ridevo, il nostro era un rapporto a tempo sincopato. Lei con l’indice mi indicava il piano tavola e piegando il capo rimaneva a fissarmi con un occhio solo. Sembrava dirmi: “Non avrai mica intenzione di prenderti un malanno?”

Tra me e lei finiva con l’esserci uno sospiro profondo, quasi una pausa tra due note che dà ossigeno a intese musicali.

Mia nonna aveva lunghe rughe sulla fronte come righe di uno spartito nel quale i ricordi erano annidati e sulle onde della chioma corvina, vi erano capelli lunghi e bianchi come imbastiti per ritrovare la bussola su un tessuto nero di scure esperienze. La osservavo e, quando intuiva che mi mancava l’aria, tornava a brontolare contro il cielo nefasto, contro gli spifferi, contro l’incoscienza dei giovani, contro le giornate corte nelle cui trame si nasconde l’uomo nero, il coniglio dagli occhi rossi e persino il cavaliere senza testa.

Una creazione di Piero Fabris, scrittore e artista

Da vecchina diveniva strega e ridendo la lasciavo curva sul suo passato, le favole di “Firinzella e Quandaridde”, di “Madama Ghevernna” e qualche frase del tipo: “Ai figli si vuol bene, ma ai nipoti ancora di più!”. Non capivo realmente cosa volesse dire, sollevavo le spalle e tornavo davanti al finestrone come se fossi davanti a una lavagna per cancellare le visioni appannate.

Oltre il vetro vi erano i rami spogli e il fischio del vento continuava a catturare le foglie con lusinghe e le consegnava a un mulinello che le stremava. Davanti alle mie lenti da astigmatico la visione di quello spettacolo cercava un’àncora, un punto di fuoco per le scene di arbusti che danzano nel vento come anime sfuggite al vortice macabro dell’apparenza e ancora intingono i sogni nelle dune notturne dell’etere.

Mi scoprivo a pensare al “Discorso mattutino all’albero Griehm” di Bertolt Brecht: “Griem devo pregarla di scusarmi. Stanotte non ce l’ho fatta a prender sonno, tanto rumoreggiava la tempesta. Guardando fuori ho notato che lei oscillava come una scimmia sbronza…”, mi scoprivo a scavare tra quelle parole, a tentoni nel buio alla ricerca di qualcosa di familiare per ritrovare la rotta del valore tra il falso seducente.

Non ero cosciente di ciò che stavo provando. Lasciai che il sipario scuro calasse su quel giorno e la pioggia improvvisa lanciasse goccioloni sulle siepi e trasformasse in un lago fangoso la palestra delle mie visioni. L’acqua cadeva e le strade divenivano corsi d’acqua in piena, tumultuose cascate senza meta. Osservavo tutto dal mio rifugio impotente. La luce elettrica era saltata. Cercavo candele e lampade a gasolio.

Un’aurea dorata dissipava ogni tetro pensiero, l’incertezza del domani. Mi rannicchiai sotto le coperte in ascolto dell’acqua scosciante. Cercai un libro sulle mensole, mentre fuori oltre il muro tutto era buio. Passai una mano sulla mensola, trovai un libro e lo strinsi al petto, passai la mano sulla copertina di pelle ruvida con il titolo impresso a fuoco. Lo annusai prima di sfogliarlo. Gli occhi scivolarono avidi sulle prime righe. Mi soffermai sul carattere delle lettere, nella penombra della stanza fredda. Le parole erano cristalli di sale, miraggi abbaglianti in deserti d’organi umani, la mia anima strisciava, si graffiava e intanto, come un esploratore, le mie ciglia si schiudevano ai sentieri dell’avventura.

Sfogliare era come slacciare e liberare le idee sigillate dal peso delle pagine velate e rivelate le une sulle altre e, rilegate tra loro per realizzare un ricamo raffinato di storie da donare ai posteri.

Certe parole palpitavano più di altre e sapevano rendere più vivida l’immaginazione, avevano in sé il brivido della blandizia che sfiorando avvolge in un fremito e schiude all’emozione, cerchio senza perimetro e senza confini che, sa essere crogiolo e riflesso di mondi lontani, di luoghi oscuri ed enigmatici dei quali solo il “vero” poeta (creativo autentico) sa contemplarne il significato profondo e farne dono naturale in semplice e chiara luce.

È questa, dissi, la differenza tra artisti puri e non: il dare parole a ciò che sentiamo e non sappiamo esprimere, far dell’invisibile una composizione nitida!

Decisi di farmi lettore e annotare le emozioni in un diario accanto alle parole difficili. Quella notte di tempesta accese in me un emisfero di stelle.

Dalla rubrica:
“Labirinti d’archeologia umana”. Paragrafo uno.

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