NEL 99° DALLA SUA MORTE: ECCO COME E PERCHE’ GIUSEPPE DI VAGNO FU UCCISO A MOLA

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In occasione del 99° anniversario della brutale uccisione del deputato socialista conversanese, avvenuta a Mola il 25 settembre 1921, “Mola Libera” riproduce il brano dedicato dallo storico molese Giovanni Ricciardelli al triste episodio nel libro “Mola di Bari. Dagli inizi del Novecento al Secondo dopoguerra” di Giovanni Ricciardelli e Andrea G. Laterza.
Domani, sabato 26 settembre, alle ore 10:00, nella omonima via dove fu apposta una targa, nei pressi dell’ex IPSAM, si terrà una cerimonia per ricordare il sacrificio del giovane deputato socialista. La manifestazione è promossa dall’ANPI e dalla “Fondazione Di Vagno”, d’intesa con il Comune di Mola.

Nel 1921, Mola fu teatro di un assassinio politico che suscitò spavento e orrore.

L’uccisione del deputato socialista Giu­seppe Di Vagno diventò fatto politico di grande novità ed emozione per poter essere circoscritto nel piccolo ambito paesano.

Sia pure occasio­nalmente, la nostra città si trovò a vivere, in quegli oscuri giorni di fine settembre, una notorietà politica nazionale che non le si addiceva e che faceva a pugni con tutta la sua tradizione di paese pacifico e tranquil­lo.

Di Vagno cadde in una imboscata fascista la sera del 25 settembre, in Via Loreto, mentre era in attesa del biroccio che l’avrebbe portato nella sua Conversano.

Da poco meno di mezz’ora, il deputato aveva terminato il suo comizio in Piazza XX Settembre, all’angolo del Caffè Roma, per inaugurare la bandiera del Circolo socialista. Di lì, intorno alle 18,30, si era mosso verso Via Loreto chiacchierando con compagni e con vecchi amici molesi.

Giuseppe Di Vagno (Conversano, 12 aprile 1889 – Mola di Bari, 26 settembre 1921)

L’agguato fu una cosa di pochi attimi. Un gruppo di sette o otto persone lo raggiunse alle spalle mentre discorreva col maestro Raffaele Di Capua ed altri due amici. Appena un momento di esitazione per il suo uccisore e, subito, tre colpi di arma da fuoco in rapida successione. Di Vagno cadde sul selciato di terra battuta mentre tentava invano di estrarre la propria rivoltella.

Quando gli spari ebbero termine una bomba venne lanciata nel punto dove il deputato giaceva sanguinante, lo sfiorò e concluse la sua cor­sa sotto il palazzo Laterza con una esplosione che si avvertì in tutto il paese. Il grosso portone ne fu demolito e così buona parte dell’arcata. Tutt’intorno al corpo, inanimato, i poliziotti accorsi contarono trenta­due bossoli di proiettili di grosse rivoltelle, dei quali solo due colpirono alle spalle l’uomo politico.82

Di Vagno morì il giorno dopo alle 12,45 in una stanza disadorna del locale Ospedale Civile, dove era stato trasportato subito dopo l’aggua­to. Invano, il prof. Tarozzi s’era prodigato per salvarlo. L’operazione gli aveva arrestato l’emorragia interna, ma le due ferite (la prima alla regione lombare e la seconda a quella sacrale, con lesioni alla vescica) erano apparse mortali sin dal primo istante.

Si seppe, poi, che gli assassini di Di Vagno erano tutti fascisti di Conversano, che altre volte avevano tentano di ammazzarlo e che il motivo che li aveva spinti a tanto era l’odio politico e nient’altro. La tesi della vendetta personale ed “ambientale”, che le autorità di governo avevano fatto circolare, naufragò miseramente di fronte a prove e a fatti incontrovertibili.

Il numero di “Humanitas”, il giornale fondato e diretto da Piero Delfino Pesce, dedicato al rapimento e uccisione di Giacomo Matteotti (10 giugno 1924), ricordando l’aggressione mortale a Giuseppe Di Vagno, avvenuta a Mola il 25 settembre 1921

Dopo le elezioni politiche del maggio precedente, in cui per la prima volta era stato eletto deputato, Di Vagno era assurto a simbolo di lotta e di giustizia. A lui guardavano soprattutto i braccianti e la povera gente di Conversano. E contro di lui l’avevano giurata gli ambienti agrari e fascisti della sua stessa città. L’impegno che profondeva nella causa in cui credeva gli era stato fatale a soli trentadue anni.

La domenica di sangue portò Mola agli onori della cronaca nazionale. Nella notte tra il 25 e il 26 settembre, il nome della nostra città cominciò a circolare in ogni parte d’Italia.

Di Vagno non era solo un simbolo del socialismo di Conversano e della Puglia, era anche un deputato noto e apprezzato negli ambienti della capitale. Col suo assassinio il fascismo aveva puntato alto. Si badi, un fascismo per nulla forte, con una esigua rappresentanza in Parlamento, ma che tuttavia insanguinava campagne e centri della penisola invocando ordine ad ogni piè sospinto.

La folla di amici, di estimatori e di compagni che bivaccò presso il vecchio Ospedale Civile, mentre Di Vagno stava morendo, era certo il segno di una partecipazione sentita e dolorosa, ma forse anche il presagio terribile di quel che poteva ancora accadere.

Contro quel “feroce assassinio” anche la partecipazione dei molesi fu significativa ed appassionata. La sera del 26 settembre, mentre tutta la città era tappezzata di manifesti a lutto, venne convocato di urgenza il Consiglio Comunale. Una seduta breve per sentire ed approvare, in piedi, l’ordine del giorno letto dal Sindaco Laudadio:

Il Consiglio, udite le dichiarazioni dell’Amministrazione Comunale, unanime, senza discussione, proclama il proprio orrore per l’infame assassinio di cui è stato vittima l’on. Giuseppe Di Vagno. Afferma che nessuna attenuante politica può invocarsi per il truce crimine, freddamente organizzato e perpetrato, come nessuna onta può ricadere su questa Città, che fu sempre palestra di alte e nobili lotte civili; e delibera, dandone ampio mandato all’Amministrazione Comunale, di concorrere con propria rappresentanza ufficiale alle onoranze che si tributeranno all’Estinto, a significazione della stima grandissima che qui lo circondava, di compianto per la giovine eletta vita spezzata, mentre così generosamente fioriva, del cupo dolore di questo popolo che ha visto la sua città bianca scelta a teatro di un gesto di brigantaggio, che Dio non voglia sia l’alba di altre sciagure, che certamente è una stupefacente rivelazione di insospettati destini.

Parole non certo di circostanza. Tuttavia, parole prive di accuse specifiche contro il fascismo, il suo modo violento di concepire la lotta politica e contro tutto quello che il suo movimento andava facendo nei centri della provincia da quando si era organizzato in “fasci di combattimento”, godendo dell’impunità e finanche della complicità delle forze di polizia.

Del resto, non era stato quel Consiglio (tornata del 5 marzo 1921) a liquidare con un voto di rigetto la richiesta del socialista Lieggi “di inviare al Prefetto una protesta contro le azioni che i fascisti andavano perpetrando in alcuni comuni del barese”? E non era stato quello stesso Consiglio, sempre nella tornata del 5 marzo 1921, a respingere il “voto di biasimo”, proposto da Piero Delfino Pesce, “contro il Governo” che stava conducendo, “per sua utilità, l’Italia alla guerra civile”?

Fatte le debite eccezioni, quel Consiglio Comunale sapeva poco di politica. L’intuito e l’analisi dei fatti era affidata alla prassi meschina dell’interesse particolare, pronta a mutare quando ciò poteva tornare utile.

(tratto dal libro “Mola di Bari. Dagli inizi del Novecento al Secondo dopoguerra” di Giovanni Ricciardelli e Andrea G. Laterza, edizione digitale “Mola Libera”, 2019 – Tutti i diritti sono riservati)

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