DON PEDRO E IL SUO GIARDINO DI PIETRA

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Il “Giardino di Don Pedro”, di Valeria Nardulli: pubblichiamo l’immaginifica ed evocativa recensione di Nicola Fanizza, già docente di Filosofia a Milano.

di Nicola Fanizza

Pochi conoscono Pietro Di Giorgio, una singolare figura di architetto e di pittore, vissuto dal 1923 al 2007; eppure le sue opere furono accolte favorevolmente dalla critica in diversi Paesi dell’America latina e tutt’oggi sono oggetto di studio anche in Francia, Germania e Olanda. Ha fatto bene, pertanto, Valeria Nardulli a dedicargli un attento e documentato saggio dal titolo Il Giardino di Don Pedro, Edizioni Ideapress, 2018, pag. 109, Euro 18.

Nicola Fanizza

Il volume ricostruisce la sua biografia artistica – era nato a Mola – a partire dagli anni della sua formazione presso l’Istituto Tecnico per Geometri di Bari. Così veniamo a sapere che subito dopo aver conseguito il diploma di geometra, Di Giorgio si era iscritto alla facoltà di Ingegneria, ma non aveva portato a termine i suoi studi, poiché nel 1947 si era trasferito in Venezuela. Il Venezuela era allora la meta prediletta degli emigranti italiani che non potevano recarsi negli Usa. Offriva, infatti, discrete possibilità di lavoro nell’ambito delle costruzioni, poiché era investito dalle dinamiche di un sensibile sviluppo economico.

Qui si era immerso nel contesto tanto caotico quanto stimolante della Caracas del secondo dopoguerra, quella delle costruzioni avveniristiche e, insieme, dei caffè letterari, delle mostre di pittura e delle riviste d’arte.

Pietro Di Giorgio, in arte Don Pedro

La sua enorme curiosità lo porta a frequentare i circoli di stampo teosofico e alchemico. Gli antichi teosofi greci e orientali gli avevano insegnato che la verità risiede soprattutto dentro di noi, nei principi intellettuali e nella vita spirituale dell’anima. Il contenuto di questa verità stava a fondamento di tutte le religioni. Ed era possibile coglierlo attraverso la sapienza profonda dei grandi profeti che quelle stesse religioni avevano creato, sostenuto, diffuso. Da qui il suo sincretismo che troveremo dispiegato in tutte le sue articolazioni e declinazioni nei progetti preparatori del suo Giardino.

L’alchimia gli apparve per molti versi come l’arte dei viaggiatori, l’arte degli individui che sono in transito, l’arte della trasmutazione. L’alchimista, con il suo lavoro, cerca di produrre nel materiale su cui sta operando, la Materia Prima, una serie successiva di mutamenti per condurlo da uno stato grezzo a uno stato perfetto e incorruttibile. La sua bottega diventò così un laboratorio alchemico, dove si esercitava nella rappresentazione delle forme e soprattutto nell’uso dei colori, rendendoli adatti alle sfumature.

La pittura per Di Giorgio assume ben presto un valore esistenziale. Lo aiuta a mettere a fuoco le sue visioni ad occhi chiusi, lo aiuta a far sì che nella sua anima affiorino colori e forme, lo aiuta, insomma, a pensare con le immagini. Nello stesso tempo controlla la sua effervescenza magmatica senza soffocarla e senza lasciarla cadere in un confuso e labile fantasticare, permettendo così alle immagini di cristallizzarsi in una forma ben definita.

Don Pedro

Con il nome d’arte di Don Pedro, Di Giorgio intraprende così la sua carriera pittorica, presentando le sue opere in diverse mostre che si tennero in diversi paesi dell’America latina. I suoi quadri danno allo spettatore la sensazione di sentirsi incluso nello spazio della rappresentazione. Cosa che avviene tramite alcuni accorgimenti, quali i diversi punti di fuga o la linea dell’orizzonte alta. L’ambiente così sembra avvolgente. Tutto ciò avviene in ossequio all’immaginario alchemico, che postula per l’appunto l’intima interazione tra macrocosmo e microcosmo umano. Lo spazio è pertanto tutt’altro che chiuso e finito, anzi spesso nei suoi dipinti si aprono finestre che fanno intravedere un paesaggio lontano, come un’apertura verso l’infinito.

Nel frattempo Don Pedro conosce gli architetti Carlos Raul Villanueva e Felix Candela. Villanueva, con cui collabora alla realizzazione della Città Universitaria di Caracas, gli insegna la necessità di promuovere l’integrazione fra arte e architettura. A sua volta, Candela – il progettista degli umbrellas (paraboloidi) – lo invita a valorizzare gli elementi tradizionali dell’architettura dei diversi Paesi.

L’interesse per le diverse culture e in particolare per le civiltà precolombiane lo spinge a visitare il Messico. I materiali mitici qui raccolti gli serviranno in seguito nell’approntamento della sua opera più importante: Il Giardino di Pietra.

Passeranno, però, diversi anni, prima che Don Pedro possa utilizzarli. Solo nel 1981, quattro anni dopo il suo rientro in Italia, Don Pedro ottenne dall’Amministrazione comunale di Mola l’incarico di progettare e realizzare un giardino pubblico. Il suo obiettivo era palese: coniugare le tradizionali forme e tecniche costruttive presenti nel Mezzogiorno con gli stilemi dell’architettura dell’America centrale.

Giardini di Don Pedro: non sono stati ammessi al finanziamento

Il libro della Nardulli è incentrato proprio sulla sua ultima avventura architettonica. Il volume si articola in due parti: nella prima vengono individuate le motivazioni che hanno ispirato la sua opera; nella seconda, invece, vengono analizzate le tavole dei progetti rimasti incompiuti.

Benchè scelga di non relazionarsi con la sterminata letteratura sulla storia del giardino, la Nardulli avverte comunque l’esigenza di individuare la genealogia del giardino e le tappe fondamentali nella sua evoluzione.

Don Perdo – asserisce la Nardulli – «rifugge dall’idea di un giardino fortemente antropizzato». Il suo è un giardino di «pietra», un giardino che ricoprendosi di licheni diventa «oggetto vegetale vivente».

I quattro elementi empedoclei che stanno a fondamento dell’universo – aria, terra, acqua e fuoco – vengono rappresentati mediante figure geometriche (triangoli), che hanno una valenza simbolica. Trovano, infatti, il loro punto di ancoraggio nel Timeo di Platone.

Il Murale – l’opera più rilevante – è collocato nella parte sud del giardino ed è costellata dagli archetipi delle diverse religioni. Il suo sincretismo di stampo teosofico si dà giustapponendo alle immagini inerenti al Cristianesimo i simboli delle altre religioni. Il suo è un ecumenismo che mira a sensibilizzare i fruitori del giardino all’incontro con le altre religioni e con le altre culture. Il legame fra le diverse civiltà – egizia, mesopotamica, indù, maya, mixteca – viene esplicitato a livello simbolico, veicolando sulla parete un «filo blu di smalto».

L’immagine che più delle altre viene rappresentata sulle pareti del giardino è quella di Quetzalcoatl, il serpente alato. L’interesse di Don Pedro nei suoi confronti dipende probabilmente dal fatto che nella mitologia azteca Quetzalcoatl – il dio dei gemelli – appare, con la sua duplicità, come protagonista di alcune metamorfosi, che hanno una notevole inflessione alchemica. Sono proprio le sue metamorfosi, con il suo sacrificio, a consentirgli di mettere al mondo l’uomo.

Non è un caso che lo stesso Don Pedro nei suoi appunti affermi che «Sul piano simbolico Quetzalcoatl è l’uomo che non è più legato alla terra, dove ha strisciato come serpente … si alza verso il cielo, quale uccello, con la potenza del suo spirito con il coraggio del suo sacrificio».

La dimensione sacrificale presente nella parabola di Quetzalcoatl e, insieme, la sua apertura nei confronti dell’altro da sé viene colta acutamente dalla Nardulli quando afferma che Quetzalcoatl a livello simbolico non è solo un «portatore di civiltà (una sorta di Prometeo), ma anche il primo maestro spirituale», che aveva invitato gli uomini a «bruciare le radici dell’Ego».

Don Pedro legge il mito di Quetzalcoatl con le lenti del Cristianesimo. Il suo sacrificio e quello del Cristo hanno per lui la stessa valenza simbolica e diventano a loro volta comprensibili attraverso il grande vetro della teosofia. Il mito di Quetzalcoatl è un portatore di senso, rimanda all’esigenza di coniugare la trascendenza con l’immanenza.

Valeria Nardulli presenta il suo libro “Il giardino di Don Pedro”, a Palazzo Pesce

La scorsa estate, dopo aver letto il bel libro di Valeria Nardulli, ho visitato verso l’imbrunire il giardino di Don Pedro. La salsedine dardeggiata dal sole si era rappresa sulle piante e i fiori, curati dal custode Martino. Quest’ultimo ce la mette tutta per estirpare la gramigna che sta infestando il terreno e non può porre certo rimedio allo sgretolarsi delle pareti. Tutto ciò va a detrimento dei colori che stanno perdendo la loro originale brillantezza. Di fatto il lavoro della Nardulli doveva servire proprio per salvaguardare ciò che resta dell’opera di Don Pedro. Solo il tempo ci dirà se la sua fatica è stata vana. Chissà? Quando sono uscito, nel cielo stavano sbocciando le stelle d’Oriente!

Il Giardino di Don Pedro, sulla scorta dell’esegesi di Dante Alighieri, non è sbarrato; e soprattutto, non v’è alcuna traccia del Cherubino con la spada infuocata a sorvegliarlo; non è concepito come un passato perduto, né come un futuro a venire, bensì come simbolo di una comunità sempre attuale.

4 Commenti

  1. Non ci sono parole per descrivere quanto Mola poco meriti questa opera, forse dall’inaugurazione è stata mantenuta in condizioni decenti un anno poi, l’abbandono e l’incuria l’hanno ridotta a quello che vediamo ormai decadente da anni. Peraltro nelle stesse condizioni si trovano tutti gli spazi verdi del nostro paese sia di vecchia che recente realizzazione.
    Tutte le amministrazioni che si cono succedute negli ultimi anni, hanno solo realizzato opere che poi non hanno saputo mantenere.

  2. per non parlare della discarica a cielo aperto della scuola ” DE AMICIS” di via Trento…… un vero porcile…. li giace a cielo aperto fra rifiuti e sterpaglie incolte parte della pavimentazione in basole di pietra calcarea rimosse dal lungomare gettato li in occasione dei lavori di rifacimento del 2009 …. QUESTA LA SCOPERTA DEL GENIALE AMMINISTRATORE DI TURNO DELL’EPOCA:RIMUOVO UN BASOLATO IN PIETRA CALCAREA LOCALE PICCONATA E LAVORATA A MANO POSTA IN OPERA SUL MARE DA QUASI 100 ANNI ( QUEL MURETTO SUL MARE ERA UNA TRACCIA IMPORTANTE DELL’EVOLUZIONE URBANISTICA DI MOLA OGGI PERSA) E LO SOSTITUISCO CON UN ‘ANONIMO PAVIMENTO IN CEMENTO INDUSTRIALE DA GARAGE INTERRATO DI PERIFERIA..CON RETE METALLICA E GIA’ IN FASE DI DEGRADO : QUINDI MENTRE CONVERSANO RIMUOVEVA L’ASFALTO PROSPICIENTE LARGO DI CORTE (DAVANTI AL CASTELLO) PER SOSTITUIRLO CON LA PIETRA…… MOLA SOSTITUIVA LA PIETRA PER SOSTITUIRLA CON IL CEMENTO INDUSTRIALE…… PERCHE’ NOI A MOLA SIAMO SPECIALI …. DICEVA IL CANDIDATO AL RINNOVO DELLA CARICA (BOCCIATO CON IL 20% SE NON RICORDO MALE L’ANNO DOPO) ….

  3. Ma la cosa ancor più divertente è che oggi il primo cittadino ci invita ad incontri sul “bilancio partecipativo” ( bocciati anche questi vista la scarsissima partecipazione ai due incontri tenutisi recentemente) chiedendoci di indicargli alcuni interventi o criticità meritevoli di segnalazione …. la segnalazione andrebbe effettuata sindaco si ma alla procura per lo stato di degrado in cui versa quest’area e quella della DE AMICIS … oltre alle svariate opere di urbanizzazione primaria per le quali il Comune ha regolarmente percepito gli oneri di urbanizzaizone dai proprietari costruttori e lottizzanti, dai quali percepisce annualmente la TASI (tassa servizi indivisibili) MA CHE AD OGGI O NON RISULTANO REALIZZATI O PEGGIO VEDONO I SERVIZI PRIMARI COME LA PUBBLICA ILLUMINAZIONE A CARICO DEI PRIVATI RESIDENTI (STRADA GIUNGOLO RESIDENCE ASTIR)

  4. OGNI FAVOLA HA LIETO FINE E UNA MORALE: CI RACCONTASSE L’ILLUSTRISSIMO SIG. SINDACO CHE FINE HANNO FATTO QUEI SOLDI …(VISTO CHEI SERVIZI NON SONO STATI REALIZZATI) E SE LE EVENTUALI SOMME ECCEDENTI HANNO TENUTO CONTO DELLE SVARIATE OPERE DI URBANIZZAZIONE DOVUTRE AI RESIDENTI A FRONTE DELLE SOMME VERSATE E TASSE REGOALRMENTE ESCUSSE ….ATTENDIAMO IL LIETO FINE……… ( E LA MORALE?) …………………………………………………….. mi sa tanto che passo dopo passo la procura si avvicina ……

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