RENDIAMOLA FASCINOSA E CHIAMIAMOLA “MOLA BELLA”

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Riflessioni e proposte del nostro collaboratore Waldemaro Morgese per trasformare Mola in una città attrattiva e “smart”. Ecco come.

di Waldemaro Morgese

«La casa dove lo scrittore ambientò ‘I morti’ rischia di diventare un ostello e il pub di ‘Ulisse’ è in vendita”: ricopio dall’articolo di un quotidiano, Salvate i fantasmi di Joyce, di Fabio Perrone. C’è ormai molta letteratura sulle case dei “mostri sacri”, un ultimo libro è Évelyne Bloch-Dano, Le case dei miei scrittori, Add editore, Torino 2019.

Questo riferimento mi serve per riflettere sul fatto che tutto il mondo è paese e che ciò che forse avverrà a Dublino (spero di no) è già avvenuto – abbondantemente – a Mola di Bari, dove le tracce museali non solo non esistono (bisognerebbe moltiplicarle) ma quelle pochissime che ci sono vengono sfregiate per incultura: penso alla Doña Flor di Bruno Calvani, ridicolizzata con fasci di luce impropri durante le feste natalizie.

Videomapping sulla facciata di Palazzo Roberti in occasione delle festività natalizie 2019

Anche questo è uno dei motivi per cui mi sento di fare una proposta: migliorare il toponimo “Mola di Bari”, cambiandolo in “Mola bella”. Immaginate l’effetto che farebbe, leggere sulle carte geografiche non più l’incolore “Mola di Bari” ma “Mola bella”? i dotti potrebbero anche istituire un parallelo con “Gallipoli”, che in etimo greco significa appunto “Bella città”.

Il mio zio acquisito in linea materna, il poeta visionario Argo Suglia, propose di cambiare il toponimo “Mola di Bari” in “Mola del mare”: certamente più fascinoso, ma con il difetto di tipizzare solo parzialmente la nostra città che non è solo di mare ma anche di collina.

Infatti a Mola si dovrebbero applicare le parole con cui un importante personaggio (di cui non ricordo il nome) ha descritto Nizza, anzi la “Metropoli Nizza Costa Azzurra”: “una città unica perché vi si può passeggiare dalle montagne al mare”.

Anche per Mola dovrebbe essere così: cioè dovrebbe essere possibile “passeggiare” dal Poggio delle Antiche Ville a Calarena, passando per il centro abitato. Questo dovrebbe essere l’imprinting della nostra città: la “quadra” multifunzionale attorno cui ridefinire tutti gli strumenti urbanistici e di programmazione socioeconomica e spaziale. Questo significa, ad esempio, che bisognerebbe trovare soluzioni che sottolineino ed anzi enfatizzino (anche visivamente) le connessioni, i traits-d’union fra centro abitato, mare e collina.

Una delle costruzioni d’epoca nel Poggio delle Antiche Ville, in contrada San Materno-Brenca

Se questa “passeggiata” riuscissimo a farla diventare sul serio piacevole e confortevole, ecco che cambiare il nome di Mola in “Mola bella” avrebbe un senso compiuto e avremmo anche lavorato in modo sostanziale per trasformarla in una vera “smart city”, dato che oggi – purtroppo – prevale una declinazione riduttiva di questo termine anglosassone, tutta sbilanciata sugli aspetti meramente tecnologici.

La spinta a scrivere questo articoletto mi è venuta, confesso, leggendo i ritagli di stampa sulla lodevole iniziativa del Gruppo Architetti Metropolitani di indire il concorso di idee “Spazi nella città. Un nuovo volto per piazza dei Mille a Mola di Bari”.

Piazza dei Mille dall’alto, con Street View

L’approccio microscopico è infatti la scala migliore per discutere come trasformare Mola in una “città bella”. Al proposito lascio perdere l’iniziativa di legge regionale sulla bellezza, che è solo una passerella politica e alla bisogna elettorale, perché la bellezza non si guadagna con gli articoli di leggi catapultate, ma con un faticoso percorso identitario, consapevole, convinto (se non c’è, nulla diventa bello).

Al proposito, inoltre, non mancherò mai, discutendo di bellezza, di riportare il quesito che si è posto Luigi Zoja: «Ma l’umanità del terzo millennio non potrebbe essere discesa in una civiltà appagata dal neon, per sempre senza sole? Così come la natura sta scomparendo, potrebbe anche la bellezza scomparire dalla terra?» (Giustizia e bellezza, Bollati Boringhieri, Torino 2007). Pur se ritroviamo saldi appigli nella nostra Costituzione (Michele Ainis e Vittorio Sgarbi, La Costituzione e la Bellezza, La nave di Teseo, Milano 2016), è indubbio che l’interrogativo di Zoja sia fuori discussione: anzi ad esempio a Mola la bellezza è scomparsa da tempo!

L’approccio microscopico è fondamentale, certo, ma inserito in un quadro organico. Qualche volta mi sono sorpreso a scrivere sulla mia città (io vivo nel Poggio, la parte collinare di Mola) e non mi dispiace affatto tornare a scriverci, riproponendo alcuni temi già “agitati” in altre occasioni, soffermandomi qui solo su quelli più “emergenziali” per così dire.

Il traffico a Mola incombe come una piovra, auspice anche una totale deregolamentazione dei servizi di sosta dovuta alla colpevole inerzia di precedenti amministrazioni, ordinarie e commissariali: non mi si venga a raccontare che senza usare l’auto non si può circolare nel centro abitato, perché allora dovremmo interrogare gli abitanti di Siena e chiedere loro come fanno.

Quindi lavorare per “Mola bella” significa anzitutto un piano del traffico drastico (data la situazione di partenza), che sia in grado di ridurre radicalmente la circolazione delle auto nel centro abitato: personalmente, oltre ai parcheggi esterni baricentrici sono paladino della realizzazione di un grande parcheggio sotterraneo a piazza XX settembre (un vecchio progetto sempre valido), da raggiungere con corsie esclusive dal Lungomare.

Quindi sono d’accordo con quanti sostengono che bisogna interdire il traffico nelle ore critiche del giorno lungo le principali arterie che si diramano da piazza XX settembre e, nel contempo, ritengo che bisognerebbe ridurre la carreggiata rotabile di queste arterie in modo che su un lato si possa parcheggiare a spina di pesce (senza doppie file!) e sull’altro si abbiano marciapiedi più larghi. Naturalmente la banchina portuale (che è un bene pubblico) dovrebbe essere tutta, senza eccezioni, interdetta alle auto e abbellita con panchine, isole verdi e illuminazione adeguata.

Una rara immagine della banchina portuale completamente sgombra dalle auto (foto di Sabino Guardavaccaro)

C’è poi un capitolo dolente, che riguarda il “decoro” estetico delle abitazioni: a Bari un piano particolareggiato aimè poco rispettato ha vietato ad esempio gli infissi in anticorodal o tipologie facciali non in armonia con il “genius loci”: questa questione dovrebbe essere implementata, anche se ormai facciamo comunque la figura di chiudere la staccionata quando i buoi sono già scappati.

Dovremmo considerare l’uso dei corpi illuminanti come un “grimaldello” artistico importante per trasmettere la bellezza: tutte le facciate dei palazzi storici, delle chiese, il Castello Angioino, le fontane, le statue (non quelle abusive di padre Pio, che dovrebbero anzi essere rimosse!) dovrebbero essere illuminate in modo sapiente (bandendo durante le feste natalizie l’orrendo videomapping, è implicito!).

Alcune piazze dovrebbero essere subito riqualificate: piazza dei Mille, certo, piazzetta Quattro fontane, alcuni “angoli” idonei a diventare piazzette, ma soprattutto piazza san Domenico, che dovrebbe divenire l’alter ego di piazza XX settembre.

La fontana ornamentale di Piazza Risorgimento (nota come “quattro fontane”), inaugurata il 18 agosto 1930 su donazione delle ditte appaltatri Ceci Nigro e Vilella Salvatore. Da tempo è ridotta senza erogazione d’acqua, mentre la pavimentazione della piazza e l’importante ipogeo sottostante sono in condizioni di degrado

Ultima questione emergenziale: a Mola vi sono molti spazi interclusi (specie nelle zone di espansione) su cui prospera vegetazione selvaggia e che comunque si sono trasformati in luoghi di risulta e anche pericolosi: bisognerebbe censirli tutti, bonificarli e “metterli in bello”, appunto, rendendoli vivibili anche nelle ore serali.

L’Amministrazione crei una task force di “architetti del paesaggio urbano e rurale” che sappia produrre proposte e un rendering organico per trasformare “Mola di Bari” in “Mola bella”.

Trasformi la biblioteca (difficile chiamarla così oggi…) in una istituzione culturale che promuova memoria e futuro, estraendo il “bello” del passato e congiungendolo con il “bello” di ardite prospettazioni. C’è stato il tempo del Lungomare, affrontato in modo del tutto soddisfacente (anche se ora bisognerebbe pensare alla parte sud); ora è il tempo della riconnessione “bella” fra collina, mare e centro abitato.

La Biblioteca comunale di Palazzo San Domenico (foto Sabino Guardavaccaro)

Non è poi tanto difficile…

Mola dall’alto (foto di Leoluca Iacoviello)

1 commento

  1. Ed invece lo è, difficile da realizzare evidentemente.

    Lo è poichè il “bello” di questo nuovo toponimo proposto (Mola Bella) non puo’ essere sciolto dal “vero” (per i dotti Verum e Pulchrum) e come potrebbe essere Mola Vera con tutti gli scheletri nell’armadio irrisolti che vengono con professionalità ed attenzione elencati da questa rivista online? (allarme tumori, inutile variante, costruzioni a due passi dal mare, solo per elencarne alcuni)

    L’estetica (il bello) che non tenga conto della vera etica (il giusto) sarebbe una parziale realizzazione.

    La ricerca estetica (Mola Bella) dovrebbe dunque essere prima di tutto una ricerca di senso (Mola Vera)
    Lei parla di bellezza come “un faticoso percorso identitario, consapevole, convinto (se non c’è, nulla diventa bello)”. D’accordissimo. Ma allora la domanda è: quale identità vuole scegliere Mola per il suo futuro?

    Non si puo’ solo fare apologia della natura, del monte e del mare: l’ideale forse a cui ambire è che ogni abitante del paese si senta “genius loci” e che, ricercando il vero eserciti dunque il suo diritto/dovere al bello.

    Cordialmente,
    MTS

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