“VILLAGGIO TRIESTE”. BARI, 1956: TERRA DI ESULI IN PATRIA

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Un libro che rimanda alla difficile esperienza dei profughi italiani provenienti da alcuni Paesi (Yugoslavia, Romania, Grecia, Libia, Turchia, Nord Africa) e che, a Bari, furono destinati ad abitare in un rione tra lo stadio della Vittoria e la Fiera del Levante.

E’ il titolo di un libricino curato da Paolo Scagliarini editato da LB Edizioni.

Non ha la pretesa di essere un libro di storie, né un saggio socio/antropologico, ma per semplicità e schiettezza è latore di istanze e interrogativi sull’essere comunità sociale. Sono pagine crude attraverso le quali pervadono ricordi, usanze e nostalgia di gente che ha saputo far quadrato per affermare se stessa pur vivendo ai margini di una metropoli che da sempre si vanta d’essere aperta al commercio e sempre attenta ad allestir vetrine, attenta a promuovere più che produrre eventi di rumore.

 “Villaggio Trieste” non dimentica l’esperienza atroce delle foibe, una realtà che la storia ufficiale aveva seppellito. Sempre mi chiedo: Come può un uomo non scorgere nell’altro gli occhi dell’umanità?

Perché un uomo per sentirsi grande ha bisogno di espandersi ed appiattire, rendere ogni luogo simile alla propria idea di bellezza?  Quante generazioni dovranno essere cancellate, spazzate per riflettere su quanto deserto abbiamo seminato? 

Sono domande che tornano, semplici e rumorose, come tuoni sulle tempeste che spargono e ingrassano l’epidemia della paura che innalza barricate e schiude all’odio! Sono retorica per la politica dei furbetti che sull’aridità del cuore dilata i propri interessi.

Finalmente nel 1956 esseri umani, fratelli sradicati dai propri sogni, con i loro progetti accartocciati e custoditi in rifugi di fortuna, trovarono l’approdo e fu l’inizio di un’alba per tanti esuli che finalmente smisero di abitare in baracche, offesa per l’occhio sofisticato che ha bisogno di godersi la città.

Il modo più semplice (qualcuno userebbe il termine: urgente) e meno impegnativo (qualcuno potrebbe obiettare polemicamente) per rispondere ai bisogni era creare un luogo alla periferia dei quartieri salotto. E ancora mi chiedo cosa sia l’accoglienza, come bisogna operare per l’integrazione costruttiva da dove ripartire e vincere la diffidenza, tornare a festeggiare nel rispetto delle proprie tradizioni.

Villaggio Trieste doveva essere l’àncora, il punto fermo per chiudere un capitolo di sofferenze e umiliazioni da cui ripartire e immaginare il futuro e invece è divenuto il terreno dove seminare promesse o parcheggiare selvaggiamente con la presunzione di essere i padroni di tutto ai quali tutto e dovuto che dall’alto di tanta nobiltà lasciano cadere spiccioli rumorosi il cui eco soddisfa le proprie orecchie, ma è offesa per chi riservato e dignitoso contempla disincantato la miseria di certi animi.

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