L’ANTISEMITISMO HA RADICI ANTICHE, FIN DAI TEMPI DI ROMA

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Il prof. Simone ci invita a riflettere sul pregiudizio verso gli ebrei, manifestata perfino dai grandi letterati latini Orazio, Tacito, Marziale e Giovenale.

di Dino Simone

Una  nuova satira di Orazio, in cui si parla di un seccatore e dei Giudei circoncisi

Ancora Orazio (che di recente abbiamo accompagnato nel viaggio da Roma a Brindisi al seguito di Mecenate), il poeta del carpe diem (“cogli l’attimo”), dell’aurea mediocritas (la “giusta via di mezzo”, “l’aurea moderazione”, in greco metriòtēs), del senso della misura (est modus in rebus) e del ne quid nimis (niente di troppo”), qui alle prese con un seccatore, troppo insistente.

Orazio

Ma Orazio, come vedremo, è anche il poeta che usa parole di scherno nei confronti dei Giudei circoncisi  e superstiziosi.

Bakalovich, Circolo di Mecenate

Da quando era entrato nel Circolo di Mecenate, la vita di Orazio, scriba questorius, libertino patre natus (segretario di un questore, nato da padre liberto), era profondamente cambiata: per strada era ossessionato dalle richieste di favori, di raccomandazioni, di assistenza in tribunale, visto che egli viveva a stretto contatto del potente consigliere e ministro di Augusto.

Diversa era la giornata di Giovenale (I-II sec. d. C.), anche lui autore di Satire. Data la sua condizione di cliens (postulante) – visto che carmina non dant panem (la poesia non dà il pane) – egli era costretto ogni giorno a percorrere le principali strade di Roma o a correre su e giù per i colli della città (il Celio, l’Aventino) per varcare le soglie dei palazzi dei signori (facendosi vento con la toga madida di sudore), a rendere la salutatio matutina al patrono al fine di ottenere la sportula  (panierino con cibi o denaro) per le necessità quotidiane.

Mons Capitolinus – Colle Capitolino

Ibam forte via sacra, sicut meus est mos,
nescio quid meditans nugarum, totus in illis.

È il notissimo incipit della Satira  I 9, un documento divertente, ricco di brio, in cui Orazio presenta un tipo umano particolarmente fastidioso, il seccatore.

Un giorno, mentre il poeta passeggiava per la via Sacra – la via più antica e importante di Roma, che andava dal Foro al Colle Capitolino – e, come sua abitudine, era tutto assorto nei suoi pensieri, ecco che un tale, noto a lui solo di nome, gli si avvicina, gli prende la mano, gli chiede: “Come stai, carissimo? (Quid agis, dulcissime rerum?)”, e poi parla, parla di qualsiasi cosa gli passi per la testa, nonostante i ripetuti tentativi del poeta di liberarsi di quel rompiscatole. Alla fine il tipo rivela di essere anche lui un letterato (“docti sumus”) e aggiunge: “Chi saprebbe comporre tanti versi e tanto in fretta come me?”, senza sapere che Orazio prediligeva la poesia breve e frutto di un accurato labor limae.

Roma, l’antica Via Sacra

Il seccatore ha passato la misura e Orazio cerca di fermarlo:

«Ma non hai la madre, parenti a cui occorre

che tu sia sano? »  «No, non ho nessuno.

Li ho sistemati tutti nella bara».

« O fortunati! Rimango solo io.

Finiscimi, che son perseguitato

da un infame destino».(vv. 26-29, trad. di C. Carena)[1]

Infatti una vecchia fattucchiera – che il poeta inventa di aver conosciuto nella sua infanzia a Venosa – gli aveva predetto un fatum triste, consigliandogli, appena adulto, di evitare i chiacchieroni, se sarà saggio (loquaces,/ si sapiat, vitet, simul atque adoleverit aetas).

Con Mecenate come va?” (Maecenas quomodo tecum?)

Finalmente il seccatore scopre le carte, vuole essere presentato a Mecenate, entrare nel Circolo, ma Orazio, per scoraggiare l’ambizioso intrigante, gli fa capire che Mecenate è un uomo che sceglie con giudizio i suoi amici.

Busto di Mecenate

Al mondo dei favoritismi, in cui crede il seccatore, egli oppone la purezza della casa di Mecenate e dei rapporti che tengono uniti quanti la frequentano. Il mondo che si muove intorno a Mecenate è un mondo in cui semplicità, probità, lealtà  sono regola vissuta.

Ad Aristio Fusco, un caro amico che gli si fa incontro, Orazio cerca in tutti i modi di far capire che vuole esser liberato dal seccatore.

Io subito lo afferro per la veste,

lo stringo con la mano al braccio inerte,

faccio cenni con gli occhi disperato

perché mi tragga di là. Spiritoso!

Quello sorride quasi non capisse.

Fitte di bile al fegato (meum iecur urere bilis). (Trad. cit., vv. 63-66)

“Non avevi qualcosa da dirmi in segreto?”, gli chiede Orazio. “Sì, certo, ma non ora. Oggi è il novilunio, ed è sabato. Vuoi forse fare un affronto[2] agli Ebrei circoncisi ?”

Venosa, Statua di Orazio

“Io non sono superstizioso”, dice il poeta, mentre Aristio Fusco si finge timoroso degli dei e prende in giro lo scetticismo dell’amico – che anche qui non perde occasione di deridere la superstitio degli Ebrei, come aveva fatto alla fine della Satira I 5, a proposito dell’incenso che si consumerebbe senza fiamma sulla soglia del tempio di Egnazia.

Quel burlone di Aristio Fusco, una vera canaglia,  scappa via e lascia Orazio “sotto la mannaia” (sub cultro). “Una giornata così nera doveva sorgere per me!” (Hùncine solem / tam nigrum surrexe mihi!), esclama il poeta.

Proprio quando la situazione sembra definitivamente compromessa, giunge improvviso l’elemento risolutore.

Il seccatore quel giorno doveva presentarsi in tribunale, avendo offerto cauzione, ma aveva rinunciato per seguire Orazio, per non lasciarsi scappare l’opportunità di essere presentato a Mecenate.

Salva il poeta l’arrivo dell’adversarius di costui nel processo, che gli chiede di fargli da testimone (licet antestari?), per poter dimostrare in tribunale di aver usato le maniere forti per necessità. Orazio accetta e gli porge l’orecchio[3].

L’avversario può così trascinare in giudizio il seccatore, in mezzo a un gran baccano che fa accorrere gente da ogni parte.

C’è nella satira, che è un vero mimo,  vis comica, finezza, ricchezza di sfumature nei dialoghi e nel tratteggiare la psicologia dei personaggi; ironia e rassegnazione insieme: il mondo ha di questi guai, di questi individui ambiziosi e insopportabili, ed è molto difficile liberarsene.

***

Le espressioni di Orazio: hodie tricesima, sabbata e curtis Iudaeis oppedere, come nella satira I 5: credat Iudaeus Apella, non ego, mi offrono lo spunto per soffermarmi sull’atteggiamento di altri scrittori romani nei confronti degli Ebrei (in particolare Tacito, Marziale e Giovenale).

 A leggere i loro testi, ci accorgiamo che nulla è cambiato nei confronti degli Ebrei, sospetti, ostilità, incomprensioni, denigrazioni.

Ma proseguiamo con ordine e cominciamo con un epigramma di Marziale (VII, 30), che potremmo intitolare Esterofilia, in cui si citano gli Ebrei facendo sempre riferimento alla loro circoncisione.

“Prima gli Italiani!” – direbbe oggi un noto personaggio politico.

Invece Marziale ci presenta Celia, che si concedeva a tutti,  Germani, Parti, Daci, Cilici, Cappadoci, Indiani dalla pelle scura, non disdegnando neppure gli Ebrei circoncisi (recutitorm inguina Iudaeorum). “Per quale ragione ti comporti così?” – chiede il poeta. “Sei una ragazza romana e non ti piace nessun… romano?” (quod Romana tibi mentula nulla placet?).

 “ Circoncisi ” [4] : il termine dispregiativo, usato dagli scrittori romani per connotare gli Ebrei, è un Leitmotiv.

Duro è il giudizio di Tacito sul popolo ebraico (Storie V, 4 e 5).

I Romani accusavano volentieri gli Ebrei di isolamento e anche di ozio, per quel giorno di festa ogni sette giorni (il sabato). Secondo lo storico, gli Ebrei si astengono dalla carne suina in memoria del flagello che un tempo li aveva colpiti, cioè la lebbra, a cui quell’animale è soggetto, ma critici non sono d’accordo  con questa motivazione e pensano che la proibizione, che risaliva a Mosè, fosse di natura igienica, dato il clima molto caldo del paese.

 “Nei rapporti tra di loro – dice Tacito – gli Ebrei sono di una onestà a tutta prova e disposti sempre alla compassione, ma odiano tutti gli altri come nemici (adversus  omnes alios hostile odium)”.

L’odio dei Giudei, verso tutti gli stranieri, specialmente i Greci, è attestato oltre che da Tacito anche  da Quintiliano.

Si spiega facilmente l’accusa, se si pensi che gli Ebrei tendevano a salvaguardare con ogni mezzo i loro riti speciali ed evitavano i contatti con i non Ebrei per non contaminarsi, col toccare o consumare cose vietate dal rigore delle loro leggi.

Questo loro appartarsi fu male interpretato dai Romani.

Ad esempio Giovenale (Satira 14, vv. 103-104),  giunge ad affermare che gli Ebrei “soltanto ai loro correligionari indicano la strada, soltanto i circoncisi guidano alla fonte richiesta” (non monstrare viam eadem nisi sacra colenti / quaesitum ad fontem solos deducere verpos).

Per quanto riguarda la circoncisione, secondo Tacito gli Ebrei hanno stabilito l’usanza di circoncidersi (circumcidere genitalia instituēre) per riconoscersi da tale segno particolare.

In realtà non era una caratteristica dei soli Giudei, ma presso gli Israeliti assunse un’importanza maggiore, in quanto rito nazionalistico-religioso. La sua origine, che è remotissima, resta oscura.

Sempre nella citata Satira XIV, sulla cattiva educazione e sul cattivo esempio che molti genitori danno ai propri figli, Giovenale sostiene che gli Ebrei (vv. 96-106) erano noti a Roma per quella loro festa del sabato (sabbata), del tutto ignota al calendario romano; per non mangiare carne di porco – perché sono convinti che non ci sia nessuna differenza con la carne umana – e per l’uso della circoncisione (“e presto si fanno circoncidere”, et mox praeputia ponunt, v. 99). La credenza che adorassero nuvole, secondo il poeta,  nasceva forse dal fatto che gli Ebrei, rifiutando immagini della divinità, si rivolgevano al cielo nelle loro preghiere perché il Tempio di Gerusalemme era stato distrutto completamente nel 70 d. C.

Come tutti i popoli dell’Impero romano, anche gli Ebrei – i Giudei, che abitavano la provincia della Iudaea o che vivevano a Roma come peregrini (stranieri), – avevano il diritto di osservare le loro abitudini e praticare la loro religione, quando non erano in contrasto con le leggi dello Stato.

Ma certamente i molteplici movimenti di sommossa che insanguinarono la Giudea, la rivolta del 66 d.C. e la guerra che ne seguì, fino alla conquista e alla distruzione di Gerusalemme da parte dell’imperatore Tito nel 70, esercitarono un’influenza anche sulla vita degli Ebrei di Roma.

Roma , Arco di Tito, particolare con la Menorah, il candelabro a sette braccia ebraico

Con la distruzione del Tempio di Gerusalemme  – simbolo della presenza del Dio degli Ebrei – crolla un elemento dell’identità ebraica e inizia la diaspora (dispersione, esilio) del popolo d’Israele.

Per i Romani la nazione ebraica diventa una nazione sconfitta; gli oggetti del culto ebraico (tra cui la Menorah, il candelabro a sette braccia) sono rappresentati come trofei di guerra sull’arco di trionfo costruito in onore di Tito.

Francesco Hayez – Distruzione del Tempio di Gerusalemme

Sotto il regno di Adriano una nuova sommossa scoppia in Giudea nel 135. La sua dura repressione porta ad un abbandono in massa della Palestina da parte di molti Ebrei: la capitale Gerusalemme, ricostruita e diventata colonia romana con il nome di Aelia Capitolina, viene vietata ai figli di Israele. Ha così inizio la “grande diaspora” (dispersione, esilio).

Mentre Adriano fece proibire la circoncisione, perché i Romani la consideravano come una vera e propria mutilazione, contraria alle leggi stabilite, e la assimilavano alla castrazione, Antonino Pio ristabilirà la legalità di questa pratica soltanto per gli Ebrei e i loro discendenti.

[1] Da: Orazio, Tutte le poesie, a cura di Paolo Fedeli, Mondadori 2012).

[2] Veramente Orazio, in segno di scherno nei confronti dei Giudei, usa un termine molto volgare, oppedere: “scorreggiare in faccia” (M. Labate, Conte-Pianezzola), “spetezzare contro, quindi insolentire” (Castiglioni-Mariotti). “Sputare in faccia”, traduce C. Carena; “vuoi fare offesa” (E. Cetrangolo); “fare un affronto”(A. Ronconi).

[3] Al testimone, con gesto rituale, si toccava il lobo dell’orecchio, ritenuto sede della memoria. Perciò “porgere l’orecchio” equivale a “accettare di prestare testimonianza”.

[4] Curti, recutiti, verpi: un vero ritornello. Orazio li chiama curtis Iudaeis, Marziale parla di recutitorum inguina Iudaeorum (recutitus = circonciso), mentre nell’epigramma VII 82 usa il termine verpos, come fa anche Giovenale nella Satira XIV.

Foro romano

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