CASO MORO: SCONVOLGENTI RIVELAZIONI DI GERO GRASSI AGLI STUDENTI DEL “DA VINCI-MAJORANA”

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Nel corso del suo incontro con gli studenti e i docenti dell’IISS “Da Vinci-Majorana” di Mola di Bari, l’on. Gero Grassi, già componente della Commissione parlamentare bicamerale sul caso Moro, ha illustrato la figura e l’opera del grande statista pugliese e, quindi, trattato la genesi, lo svolgimento e l’epilogo del suo sequestro e uccisione, con drammatici particolari inediti al grande pubblico e impressionanti verità segrete.

Non capita tutti i giorni di assistere al racconto, preciso e documentato, di uno dei più grandi misteri d’Italia.

E’ stato l’ex deputato Gero Grassigià componente della commissione parlamentare bicamerale sul Caso Moro, denominata Moro 2, terminata con la relazione del 13 dicembre 2017 approvata dalla Camera -, a dipanare la lunga, complessa e martoriata storia del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro, davanti agli studenti e ai loro docenti dell’IISS “Da Vinci – Majorana” di Mola di Bari, nella mattinata di venerdì 18 ottobre 2019.

Gero Grassi, già deputato e componente della Commissione parlamentare d’inchiesta “Moro 2”, parla agli studenti del “Da Vinci-Majorana” di Mola, venerdì 18 ottobre 2019

Gero Grassi, pugliese di Terlizzi, è stato il deputato promotore e relatore della proposta di legge che nel 2013 ha istituito la nuova commissione, presieduta dall’on. Giuseppe Fioroni, con l’obiettivo di fare definitiva chiarezza sull’evento che, tra il marzo e il maggio del 1978, ha cambiato il corso della storia d’Italia.

L’inchiesta parlamentare è stata ripresa da Gero Grassi nel suo libro “Aldo Moro: la verità negata”, nato sotto l’egida del Consiglio Regionale della Puglia e dell’ANCI Puglia, che l’ex deputato del PD sta portando nelle scuole pugliesi, e ora anche in quelle del resto d’Italia, con diversi progetti didattici sulla figura del grande statista pugliese.

Gero Grassi è legato alla figura di Aldo Moro fin dalla sua fanciullezza, quando fu portato dal padre ad ascoltare, nell’aprile del 1963, un comizio del più celebre politico pugliese nella piazza di Terlizzi, sotto il Municipio, su un palco improvvisato. Così si ricorda Grassi:

«Dinanzi al tavolino, un bambino di cinque anni lo ascolta insieme al padre. Il bambino si addormenta sui suoi piedi. Moro lo prende in braccio e continua a disegnare, con eloquio professionale, ma chiaro, l’Italia che intende realizzare… Si rivolge al bambino chiamandolo per nome e così facendo, parla a tutti i bambini d’Italia. Il bambino oggi invecchiato, si chiama Gero Grassi».

Davanti agli studenti molesi, Grassi ha esordito con il racconto dell’Italia del 1946, quando Moro fa la sua prima campagna elettorale nelle piazze di una nazione uscita a pezzi dalla guerra perduta e dai lutti provocati dal fascismo. Un’Italia da ricostruire dalle sue macerie materiali e morali, con una Puglia povera, analfabeta, impolverata, misera.

La locandina degli incontri promossi dal Consiglio Regionale della Puglia nelle scuole pugliesi e italiane, nell’auditorium dell’IISS “Da Vinci-Majorana”

La carriera politica di Aldo Moro

Aldo Moro

Moro viene eletto all’Assemblea costituente e sempre lo sarà in seguito, in Parlamento, fino alla morte. In quegli anni, insegna diritto all’Università di Bari e, in breve, diventa uno dei politici democristiani più influenti.

Nel 1955 fu ministro di Grazia e Giustizia nel governo Segni I. Fu poi Ministro della Pubblica Istruzione nei governi Zoli e Fanfani, introducendo lo studio dell’educazione civica nelle scuole, elaborando un Piano decennale per l’istruzione finalizzato all’effettivo diritto alla scuola ed ebbe l’intuizione di utilizzare la televisione di stato, la RAI, promuovendo la trasmissione Non è mai troppo tardi, nel 1960, del celebre maestro Alberto Manzi, che insegnò a milioni di analfabeti adulti a leggere e scrivere.

Nel dicembre 1963,  Moro divenne presidente del Consiglio a 47 anni, il più giovane fino ad allora della storia repubboicana, dando vita al “centro-sinistra organico”, con la presenza del Partito socialista nel governo.

Ed è qui che il racconto di Gero Grassi assume toni e contorni drammatici. L’apertura di Moro alla sinistra, con il coinvolgimento diretto nel governo, non è affatto gradita agli ambienti conservatori.

Il prof. Andrea Roncone, Dirigente scolastico dell’IISS “Da Vinci – Majorana” (a sinistra) con l’on. Gero Grassi

Il “Piano Solo”

Antonio Segni, Presidente della Repubblica
1962 – 1964

Il Presidente della Repubblica Antonio Segni è il garante dello sbarramento a sinistra e, il 10 maggio 1964, sposa il “Piano Solo” che gli presenta il Comandante generale dei Carabinieri Giovanni De Lorenzo, già capo del SIFAR, il servizio segreto italiano: con l’attuazione di esso, demandato “solo” ai Carabinieri (da cui il nome), vi sarebbe stato un colpo di stato, con l’arresto di tutti i politici e sindacalisti di sinistra di primo piano, da deportare in una base militare in Sardegna, l’occupazione della RAI e delle redazioni dei giornali di sinistra.

La voce di Gero Grassi si fa emozionata: il piano “Solo” prevedeva l’uccisione di Moro per mano del tenente colonnello dei paracadutisti Roberto Podestà. Dunque, Moro era già, molti anni prima della sua tragica fine, una vittima predestinata: un uomo scomodo, inviso al potere.

Il Generale dei Carabinieri Giovanni De Lorenzo

Il 13 luglio 1964, la RAI annuncia che il presidente Segni ha ricevuto il generale Di Lorenzo per definire la costituzione di un governo militare. La svolta autoritaria è molto vicina e Pietro Nenni, leader dei socialisti, alcuni anni più tardi, nel 1967, rievocherà quel periodo come un “tintinnar di sciabole”. Tuttavia, Nenni accetta di ridimensionare le richieste più progressiste dei socialisti all’interno del governo per evitare il colpo di stato. La minaccia golpista sembra rientrare.

Ma i segnali di ostilità verso Moro e il suo governo continuano.

Gero Grassi e la platea degli studenti dell’IISS “Da Vnci – Majorana” di Mola di Bari

Moro e Saragat affrontano il Presidente della Repubblica Antonio Segni: un esito drammatico

L’8 agosto 1964 – rievoca Grassi alla platea degli studenti  molesi – Aldo Moro e Giuseppe Saragat, allora Vice-presidente del consiglio e Ministro degli Esteri, si recano al Quirinale per un ulteriore chiarimento con il Presidente Segni, sospettato di non aver abbandonato l’accordo con il generale De Lorenzo.

Il confronto tra Moro e Saragat da una parte e Segni dall’altro, si fa drammatico. I due uomini di governo chiedono a Segni di abbandonare qualsiasi proposito legato al Piano “Solo” del generale De Lorenzo, in caso contrario minacciano di deferirlo alla Corte Costituzionale per alto tradimento.

Giuseppe Saragat, Presidente della Repubblica
1964 – 1971

Gero Grassi racconta che Saragat, un uomo alto e corpulento, alza la voce e nella concitazione del momento arriva a mettere le mani al collo di Segni. Il Presidente della Repubblica cade a terra, colto da un malore, un ictus.

Quando si riprenderà, dopo qualche tempo, avrà riportato la perdita della parola e dell’uso delle gambe. Sull’episodio che ne ha provocato il grave malessere sarà messo il segreto di stato, dice Grassi. Per Segni viene dichiarato l’impedimento temporaneo alle funzioni presidenziali: verrà sostituito, in  via transitoria, dal Presidente del Senato Cesare Merzagora. Alle elezioni presidenziali del dicembre 1964, il Parlamento elegge Giuseppe Saragat: cessano così definitivamente le minacce golpiste, con l’esercito utilizzato da Saragat per tenere a bada i Carabinieri del generale De Lorenzo, e il centro-sinistra di Moro si rafforza.

Negli anni successivi, Moro rivestirà sempre un ruolo di primo piano nella vita politica italiana: ancora Presidente del Consiglio e Ministro degli Esteri.

E da Ministro degli Esteri sicuramente Moro venne a conoscenza di molti segreti della NATO, oltre ad aver propugnato un accordo con il movimento OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) diretto da Yasser Arafat, secondo il quale, i palestinesi, in lotta con lo stato di Israele, avrebbero potuto circolare liberamente sul suolo italiano, impegnandosi tuttavia a non compiervi attentati: ciò al fine di preservare l’Italia da azioni terroristiche internazionali.

La strage dell’Italicus e Moro

In questo quadro maturò un episodio molto inquietante, che la figlia di Moro, Maria Fida, rivelò nel 2004. Gero Grassi ha riportato il fatto nei suoi scritti, lo ha raccontato nella trasmissione televisiva “Atlantide” della RAI, e venerdì scorso lo ha spiegato agli studenti e ai docenti dell’IISS “Da Vinci-Majorana di Mola.

Il 3 agosto 1974, alla stazione Roma Termini, alle 19:58, Moro sale sul treno Roma-Monaco delle 20:05. Alle 20:03, due minuti prima della partenza, due funzionari del Ministero degli Esteri lo raggiungono e gli chiedono di scendere: deve firmare alcuni importanti documenti. Moro scende.

Il treno parte e prosegue: alle 01:23, all’interno della galleria di Benedetto Val di Sambro, sotto l’Appennino, tra la Toscana e l’Emilia, una bomba esplode sul treno, facendo 12 morti e 48 feriti. E’ la strage del treno “Italicus”, che si somma alle tanti stragi precedenti e successive di quegli anni del terrorismo nero, probabilmente pilotato dai servizi segreti deviati.

La violenza cieca del terrorismo

Gero Grassi si sofferma su quella guerra non dichiarata: 20.000 feriti e 2.000 morti, a tanto ammontano le vittime degli attentati dinamitardi dell’estrema destra, tutte vittime civili inconsapevoli, e delle uccisioni e gambizzazioni mirate da parte del terrorismo di estrema sinistra di giudici, politici, sindacalisti, forze dell’ordine, giornalisti, docenti universitari.

E le bombe devastano, fanno a pezzi le persone: nel 1974 non esiste il metodo del DNA per il riconoscimento e la ricomposizione dei corpi dilaniati; con quali conseguenze è facile immaginare, sottolinea Grassi, diffondendosi in particolari drammatici, affinchè i giovani sappiano e non si dimentichi cosa accadde in Italia in quegli anni.

Fu una violenza cieca, richiama l’ex parlamentare, che si alimentò di odio e di trame segrete. Ai giovani studenti, Grassi ha detto come monito: “Di fronte alle ingiustizie, mai la violenza, mai le armi! Perchè la violenza produce sempre violenza. Al “si vis pacem para bellum” dell’Impero Romano, Don Tonino Bello rispondeva con il suo “si vis pacem para pacem”.”

La loggia massonica segreta P2

Licio Gelli, capo della Loggia segreta P2, con i paramenti massonici

Gero Grassi prosegue con il suo racconto, evocando la connivenza tra apparati dello stato, trame golpiste e massoneria deviata, come nel caso della loggia massonica P2, costituita da Licio Gelli, e che vedeva l’adesione di militari, uomini dei servizi segreti, industriali, finanzieri, giornalisti, giudici, politici, alti burocrati dello stato, insomma di personalità con grande potere decisionale e di orientamento dell’opinione pubblica. L’elenco degli affiliati, ritrovato anni dopo, nel marzo 1981, dalle indagini della Magistratura, portò alla luce nomi altisonanti, insospettabili, tutti pronti a tramare contro le istituzioni dello stato per quella svolta autoritaria che non era riuscita con il “Piano Solo” del generale De Lorenzo.

Gli americani, dice Grassi, dopo la forte affermazione eletorale del PCI a metà degli Anni ’70, chiedono a Licio Gelli di adoperarsi per interrompere il dialogo tra Moro e i comunisti italiani. Secondo le risultanze della Commissione Moro 2, il generale dei Carabinieri Franco Picchiotti, iscritto alla P2 e amico di Gelli, dichiarò che: “Tra la fine del 1977 e l’inizio del 1978, Gelli convoca i vertici militari per ribaltare il corso politico del momento voluto da Moro”.

Sono infatti gli anni del “compromesso storico”, teorizzato dal segretario del PCI Enrico Berlinguer, che prevede l’intesa politica tra mondo cattolico e mondo comunista, tra DC e PCI. Un’intesa vista di buon grado da Aldo Moro che spinge la DC ad intraprendere un nuovo percorso di collaborazione con la sinistra italiana, dopo il sostanziale fallimento del centro-sinistra con i soli socialisti.

L’avvertimento di Kissinger

Gli americani non vogliono quell’intesa che esporrebbe i segreti della NATO alla conoscenza di ambienti politici che potrebbero passarli ai sovietici. E Grassi, a tal proposito, ricorda la minaccia che Moro ricevette negli Stati Uniti.

Henry Kissinger, Segretario di Stato USA

Dice Grassi: Nel settembre 1974 il Ministro degli Esteri Moro è a Washington e riceve da Henry Kissinger un avvertimento:Onorevole … lei deve smettere di perseguire il suo piano politico per portare tutte le forze del suo Paese a collaborare direttamente. Qui o lei smette di fare queste cose o lei la pagherà cara. Veda lei come la vuole intendere”.

Ma anche i sovietici non vogliono che il PCI aderisca a quell’accordo: avrebbe significato il venir meno definitivo del legame, già messo in discussione da Berlinguer, tra i comunisti italiani e Mosca. Il muro di Berlino pesa ancora, e molto, in quegli anni. Il nuovo corso di Gorbaciov arriverà solo molti anni dopo.

E anche Enrico Berlinguer rischia molto per la sua politica di autonomia dall’Unione Sovietica. Nel 1973, recatosi in Bulgaria per un viaggio politico, secondo il racconto fatto anni dopo dal politico comunista Emanuele Macaluso, subisce un attentato all’auto su cui viaggiava, diretto all’aeroporto, salvandosi per miracolo.

Enrico Berlinguer

E’ in questo clima complesso, e dalle mille trame oscure, che si prepara la strage di Via Fani con il rapimento di Aldo Moro, la sua prigionia, la sua tragica fine.

Gero Grassi così prosegue nel suo racconto agli studenti.

“Mi faranno fare la fine di Kennedy”

Solo due giorni prima del 16 marzo 1978, giorno dell’eccidio di Via Fani, Moro è all’Università di Roma, dove insegna, per alcune sedute di laurea. Il suo collaboratore Franco Tritto dice a Moro che tra un po’ egli non avrà più tempo per seguire gli studenti, come lo statista faceva assiduamente nonostante i grandi impegni di governo.

Moro gli chiede perchè e Tritto gli risponde che ormai tutti fanno il suo nome come il nuovo Presidente della Repubblica da eleggere a breve. Moro replica: “Non sarò mai Capo dello stato, mi faranno fare la fine di John Kennedy”.

Giulio Andreotti

Insomma, se nel 1974 qualcuno aveva deciso all’ultimo momento di risparmiare la vita di Moro facendolo scendere dal treno Italicus, ora, quattro anni dopo, Moro torna prepotentemente nel mirino di tutte quelle forze, interne e internazionali, che osteggiano il nuovo corso moroteo e che, proprio il 16 marzo 1978, sta per vedere la nascita in Parlamento di un governo presieduto da Giulio Andreotti con l’astensione benevola dei comunisti.

Il capolavoro politico di Moro segnerà la sua condanna a morte.

Le connivenze tra i servizi segreti deviati e le Brigate Rosse

Gero Grassi spiega con dovizia di particolari le connivenze che ci furono tra apparati dello stato, servizi segreti deviati e una parte del gruppo terrorista delle Brigate Rosse.

Attraverso queste ambiguità, infiltrazioni tra i brigatisti e sotterranei accordi di alcuni di loro con i servizi segreti deviati, sarebbe maturata l’operazione militare di Via Fani a Roma.

Ad esempio, Grassi richiama il legame che sarebbe emerso, in sede di Commissione parlamentare, tra il generale dei carabinieri Delfino e il criminologo Giovanni Senzani, uno dei capi occulti delle Brigate Rosse, che fu il responsabile del barbaro omicidio di Roberto Peci, fratello di Patrizio, brigatista pentito, rapito e ucciso per vendetta trasversale.

Ma non solo. Gero Grassi spiega che il 18 febbraio 1978 parte da Beirut un telegramma cifrato che preannuncia la strage di Via Fani di un mese dopo. L’autore, con un nome di comodo, era in realtà un colonnello dei servizi segreti.

Insomma, l’operazione che avrebbe portato al rapimento di Aldo Moro con l’uccisione della sua scorta era stata, evidentemente, preparata da tempo.

Roma, 16 marzo 1978, il giorno dell’eccidio di Via Fani

La scena di Via Fani, angolo Via Stresa, a Roma, dopo l’agguato

Il 16 marzo 1978 tutto si compie.

Moro, con la sua scorta, si sta recando alla Camera per la discussione e il voto di fiducia al nuovo governo Andreotti che, proprio quella mattina, è previsto che nasca sotto l’egida di un accordo con il PCI di Berlinguer. Un evento storico e, come si è detto, inviso a tanti, troppi personaggi e forze potenti interne e a grandi potenze straniere.

Accade che in Via Fani, all’angolo con Via Stresa, ci siano tutti, anche le Brigate Rosse, dice Gero Grassi, alludendo alla compresenza di uomini dei servizi segreti, probabilmente anche di altre nazioni, e di “soldati” della delinquenza organizzata.

Un commando, o forse più commando, opera con precisione impressionante. Vengono sparati 96 colpi in 56 secondi: una potenza di fuoco che solo personale estremamente addestrato può gestire con accuratezza. Il maresciallo dei carabinieri Oreste Leonardi e i poliziotti Domenico Ricci, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera, Francesco Zizzi, tutti gli uomini della scorta, vengono tutti uccisi con il colpo di grazia perchè nessuno deve sopravvivere per rivelare cosa ha visto.

Il Bar Olivetti che si trova nelle immediate adiacenze dell luogo dell’agguato si dice che quel giorno fosse chiuso, invece, spiega Grassi era aperto come dimostrano i filmati Tv.

Quel bar – che la Commisione parlamentare individua come probabile base logistica dell’agguato – dice Grassi, era frequentato da boss mafiosi e della ‘ndrangheta, da fascisti dei NAR, una formazione terroristica di estrema destra, come Massimo Carminati e da uomini della Banda della Magliana come Renatino De Pedis.

De Pedis è l’uomo che probabilmente ebbe parte nella misteriosa scomparsa di Emanuela Orlandi e che, alla sua morte, fu sepolto nella Chiesa di Santa Apollinare a Roma, grazie all’assenso di alti prelati del Vaticano. Il suo corpo rimase in quell’importante luogo di culto per molti anni, fino a quando Papa Francesco non ne ha disposto la rimozione.

Un’altra immagine dell’eccidio di Via Fani

Moro viene portato via dal commando e qualcuno poi fa sparire, dalla scena del crimine, la sua borsa piena di documenti di stato: la Commissione appurerà che si tratta di un ufficiale dei carabinieri, visionando con attenzione un video del giorno del rapimento.

Ad una ragazza di 19 anni affacciata ad un palazzo circostante, viene sparata una raffica di mitra, senza colpirla, accompagnata dall’espressione tedesca “Achtung, achtung!”, che la giovane riferisce nel suo interrogatorio.

Il giornalista RAI Diego Cimara racconta alla Commissione d’inchiesta che era al Bar Olivetti per la colazione, sentendo parlare alcune persone in un inglese tedeschizzato.

Dove viene portato Moro? Per la Commissione parlamemtare, non è mai stato tenuto prigioniero in Via Montalcini: appena rapito, il covo delle BR era altrove, in Via Massimi, in una palazzina di proprietà dello IOR, la banca vaticana, fa sapere l’on. Grassi.

I 55 giorni della prigionia

I 55 giorni dal rapimento si susseguono frenetici, tra depistaggi, falsi messaggi, ricerche a vuoto, grande spiegamento di forze per far credere al Paese che si vuole ritrovare Moro.

Ma è davvero così? Gero Grassi non ha dubbi: Moro fu lasciato ai suoi carnefici dalla cosiddetta “linea della fermezza”, propugnata dai vertici della DC, con Giulio Andreotti Presidente del Consiglio e Francesco Cossiga Ministro dell’Interno che dicono di non credere alla genuinità delle lettere scritte dallo statista nella sua prigionia e fatte recapitare, attraverso i brigatisti, ai capi di quel partito.

Ma anche dall’ostinazione del PCI di non voler cedere al ricatto terrorista. “Per noi – disse Pecchioli, eminenza grigia dei comunisti italiani, a Cossiga – Moro è morto in Via Fani”, così racconta Gero Grassi.

A descrivere bene quel clima, fu il grande poeta Carlo Bo scrivendo sulla stampa nazionale di deliberato abbandono: “Il Paese lo lascia morire”, ricorda Grassi.

Il ritrovamento del corpo di Aldo Moro

Il 9 maggio 1978, in Via Caetani, a metà strada tra Via delle Botteghe Oscure, sede nazionale del PCI, e Piazza del Gesù, sede nazionale della DC, viene fatta ritrovare la Renault rossa contenente il cadavere di Aldo Moro.

Moro viene ritrovato in Via Caetani, a Roma, nel bagaglio di una Renault rossa

E’ la fine di ogni speranza, coltivata fino alla fine solo dalla sua famiglia, dai suoi amici, collaboratori e allievi e da pochi uomini politici.

Quella Renault, dice Gero Grassi, è la Pietà di Michelangelo dei giorni nostri. Il sudario di una democrazia uccisa insieme a Moro.

Prima di morire, Moro, nella sua ultima lettera, consegnò a sua moglie e alla sua famiglia un pensiero commosso e struggente: “Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali, come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo“.

Come e da chi fu ucciso Moro

Ora il racconto di Gero Grassi si fa incalzante, duro, requisitorio. Spiega agli studenti e ai docenti molesi come e da chi fu ucciso Aldo Moro.

La commissione parlamentare lo ha accertato. Non nel bagagliaio della Renault rossa, come hanno più volte dichiarato i brigatisti. Non nel garage di Via Montalcini, il covo indicato dalle BR, ma altrove. Colpi sparati dal basso verso l’alto, come riporta l’autopsia, e non viceversa come sostengono i brigatisti. Un’autopsia che racconta Grassi fu particolarmente cruenta: per accertare se Moro avesse assunto stupefacenti durante la prigionia, il cadavere fu addirittura parzialmente scuoiato.

Moro era presumibilmente in piedi con la faccia rivolta ai suoi assassini quando gli spararono, non adagiato sul pianale posteriore della Renault, come hanno riferito i brigatisti.

E a sparargli non furono, dice Grassi, i brigatisti Gallinari, Maccari e Moretti (come hanno riportato più volte le cronache negli anni successivi), tutti o alcuni di loro, ma una terza persona non brigatista. Fu probabilmente Giustino De Vuono, uno ‘ndranghetista calabrese, afferma Gero Grassi. E tornano quindi i legami dei brigatisti, oltre che con servizi segreti italiani e stranieri, anche con la mafia e la ‘ndrangheta.

Il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga

D’altronde, Gero Grassi riporta le dichiarazioni di Francesco Cossiga: “Ho conosciuto tutti i brigatisti che hanno custodito Moro, tranne chi lo ha ucciso; che non era un brigatista”.

E ancora Cossiga, dice Grassi, alla domanda di un giornalista risponde: “Se andassi in Paradiso vorrei incontrare Moro, che abbiamo ucciso da innocente”.

Insomma, un intreccio mortale tra tutte quelle persone, forze e organizzazioni che avevano un motivo per volere la morte di Moro.

“Sei anni fa – afferma Grassi – nel carcere di Opera a Milano, passeggiano nell’ora d’aria un mafioso pugliese e Totò Riina.

La loro conversazione viene intercettata. L’ergastolano pugliese chiede a Riina perchè la mafia uccise, a Palermo, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Riina risponde: ‘per fottergli le carte di Moro'”.

Era infatti accaduto che, all’atto dell’uccisione di Dalla Chiesa e di sua moglie Emanuela Setti Carraro, il commando mafioso si era appropriato della borsa del generale, nella quale era contenuta la chiave della cassaforte della sua abitazione. Tra quelle carte c’era il memoriale Moro – scoperto anni prima in Via Montenevoso a Milano, un covo brigatista – custodito dal generale Dalla Chiesa.

Il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa

Un memoriale, quello autentico, che quindi non vide mai la vera luce, ma che, al contrario, secondo le affermazioni di Gero Grassi, attinte dalla relazione finale della commissione d’inchiesta, fu scritto a tavolino, successivamente, da altre mani. Mani pesanti e menti pensanti, a sentire Grassi.

Un memoriale di ricostruzione ex post degli avvenimenti di Via Fani, della prigionia e della morte di Moro fu preparato da Valerio Morucci e Adriana Faranda, brigatisti chiusi nel carcere di Frosinone, e consegnato, per il tramite di una suora, a Francesco Cossiga nel marzo 1990, diventato nel frattempo Presidente della Repubblica.

In realtà, quelle mani pesanti e menti pensanti – secondo le risultanze della Commissione Moro 2, riportate agli studenti molesi da Gero Grassi – non furono quelle di Morucci e Faranda. 

I brigatisti Valerio Morucci e Adriana Faranda

Quel memoriale – riferisce Grassi – sarebbe stato scritto, o forse rielaborato, a più mani da personaggi eccellenti: Cossiga, Pecchioli e il giudice Imposimato, oltre che dal SISDE, il servizio segreto interno italiano.

Insomma, per la Commissione Moro 2 il memoriale Morucci fu un’abile operazione politica volta ad attribuire tutte le responsabilità dell’affaire Moro, dalla genesi all’epilogo, alle sole Brigate Rosse, tenendo così al di fuori il ruolo giocato da altre oscure forze nazionali e internazionali e mettendo in sordina l’ostinata “fermezza” voluta dai gruppi dirigenti della DC e del PCI.

Il lascito morale di Aldo Moro

Il racconto di Gero Grassi si ferma qui, ma si vede e si capisce dal suo viso che tanto altro avrebbe da raccontare ai giovani del “Da Vinci-Majorana” di Mola.

Al di là delle vicende cruente del rapimento, della prigionia e dell’uccisione di Moro, quello che Grassi ci tiene a consegnare agli studenti è il lascito politico e morale dello statista.

Moro voleva l’Europa dei popoli e aspirava ad una democrazia matura, inclusiva, superando le regole della divisione delle nazioni europee volute dal patto di Yalta.

Da allora abbiamo visto passare molta acqua sotto i ponti della Storia, ma il testamento di Aldo Moro è nelle sue parole forse più cariche di significato, con le quali Gero Grassi ha concluso il suo incontro a Mola, pronunciate profeticamente dallo statista nel suo ultimo intervento alla Camera dei deputati il 28 febbraio 1978:

Questo Paese non si salverà, la stagione dei diritti e delle libertà si rivelerà effimera, se in Italia non nascerà un nuovo senso del dovere“.

L’on. Gero Grassi (terzo da sinistra) con il prof. Andrea Roncone, Dirigente scolastico dell’IISS “Da Vinci – Majorana” e alcune docenti dell’istituto

 

 

3 Commenti

  1. MOLTE COSE DI QUEI 55 GIORNI SONO ANCORA DA SCOPRIRE,MA UNA COSA È SEMPRE STATA CHIARA: I COMUNISTI NON VOLEVANO CHE UN PARTITO DEMOCRATICO COME LA DC POTESSE ESPRIMERE QUELL’ANSIA DI PROGRESSO E DI DEMOCRAZIA CHE GIUNGEVA DA UNA DIVERSA CONCEZIONE DELLO STATO! I COMUNISTI DI TUTTE LE RISME NON AMAVANO MORO COME NON AVEVANO AMATO STURZO E DE GASPERI! IN PIÙ INVIDIAVANO A MORO L’ AUTOREVOLEZZA E LA SERIETÀ DI UN LINGUAGGIO AUTENTICAMENTE DEMOCRATICO! COMUNQUE,OLTRE A TANTI COMPLOTTISTI, FURONO LE BR A FUCILARE VERAMENTE ALDO MORO E NON ALTRI! POI NON SAPPIAMO CHI È STATO A SPARARE E NON È IMPORTANTE! QUELLO CHE CONTA È CHE LA STORIA HA GIÀ CONDANNATO LE BR PER SEMPRE!!

  2. Ma come puo’ un anti-comunista di tale “baldanza” sparare affermazioni talmente gratuite e prive di significato, come se volesse farsi passare come un conoscitore dei comunisti di 50 anni fa. Questo sig. Baldanza quasi sicuramente non era nemmeno nato, ma anche se fosse un vecchio longevo, che Dio lo benedica, ma mi chiedo se non avesse avuto dei litigi con i comunisti partigiani che non la menavano tanto per la lunga e che non erano teneri con gente del genere. In ogni caso, affermando quanto ha scritto, il sig baldanza condivide al 100 % cio’ che i falsi amici Moro (che tra l’altro Moro conosceva benissimo) pensavano di lui e che hanno spinto tutte le forze “anti-sovietiche” nazionali ed internazionali per preparare la sua morte. Il sig baldanza non se n’è accorto, accecato da un odio che non é soltanto politico (anticomunista) ma razziale e contro le libertà umane: tutto cio’ contro cui Moro aveva messo in guardia gli sguatteri di Montecitorio il 28 febbraio 1978.
    Questo signore rappresenta proprio cio’ che Moro temeva che si producesse in questo nostro bel paese, amato da tutto il mondo, eccetto questi “baldanzosi” individui.
    Chiuda il becco baldanzo, signor baldanza a vada in chiesa a confessare i suoi peccati !

  3. Gentile Sig. Mezzina,

    Mi unisco al Suo messaggio, non che ritenga che Ella abbia bisogno di un supporto da parte mia, ma per mero sentire personale.

    Il Sig. Baldanza, rappresenta la visione miope, catto-perbenista, tipica dei marmi delle chiese e degli ambienti della allora DC.

    Moro doveva morire per tanti, per gli Americani, ( probabilmente fu lo stesso Kissinger in un colloquio a paragonarlo a Kennedy), per la medesima URSS ( temeva la perdita del più grande partito comunista non in orbita blocco sovietico), per i colleghi della DCI ( che dovevano obbedire agli ordini, cosa che evidentemente fecero).

    Scagliarsi solo contro i comunisti nazionali, vuol dire NON comprendere uno scenario complesso e noto a pochissimi allora, ma ampiamente descritto da oltre 15 anni.

    Ritenere in un’ultima analisi, che Moro sia stato rapito con precisione militare da 20 ragazzotti, con mitra vetusti e con addestramento militare pari a zero è più auto suggestione che volontà di accettazione delle verità istituzionali.

    Moro doveva morire, lo sapevano tutti, lui per primo, per volontà di poteri forti e per volontà sopra i governi.

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