GOTHAM CITY, E’ OVUNQUE. E JOKER SI NASCONDE TRA DI NOI

0
141

Il film con Joaquin Phoenix continua a far discutere: è diventato un fenomeno mediatico su scala globale. Ecco un nuovo punto di vista.

di Andrea Costanza

La risata di Arthur Fleck appare strana sin dai primi istanti in cui comincia il film.

Un lamento isterico che si protrae nell’imbarazzo generale, un lamento causato da un particolare disturbo neurologico di cui il protagonista è affetto.

Ride di fronte alle violenze e alle brutture che assiste nel suo quotidiano, ride della sua solitudine, delle sue allucinazioni, dei suoi fallimenti, la sua risata malsana si fa rivelatrice di un altrettanto malsano stato di cose ed egli ne denuncia la gravità appunto attraverso il suo riso irrisorio, comportandosi come quei giullari che un tempo osavano criticare in modo beffardo le ingiustizie del potere.

Arthur si sente un comico che vorrebbe “portare risate e gioia nel mondo” e quel mondo però lo ripudia, lo rigetta ritenendolo un prodotto deteriore delle sua nidiata.

Qui da una parte troviamo i primi della classe, i benestanti, gli sbruffoncelli, quelli che scalano la vetta e ce la fanno, dall’altra gli ultimi, i falliti, i malati, gli aspiranti suicidi, i dimenticati, gli offesi, i vilipesi.

Arthur Fleck è uno di questi. Emaciato, scheletrico, vive di stenti con la sua anziana mamma di cui si prende cura. Un invisibile fra tanti invisibili che persino il servizio sanitario nazionale, ovvero lo Stato, decide di scrollarsi di dosso privandogli delle costose medicine che non può permettersi di acquistare.

Quel mondo dilaniato dalle disuguaglianze e dal risentimento sociale nel film si chiama Gotham City, qui da noi lo possiamo rivivere in qualunque posto del nostro pianeta, purché lodi o quantomeno giustifichi la mancanza di empatia in ognuno dei suoi aderenti.

Anche qui da noi la cura dell’altro è assente e si capisce il perché: se noi tutti non ci reputassimo dei concorrenti e quindi se non concorressimo gli uni contro gli altri in questo ‘si salvi chi può’ al fine di raggiungere la tanto desiderata realizzazione individuale, il sistema per come lo conosciamo collasserebbe.

Arthur Fleck diventa Joker perché viene abbandonato, relegato ai margini da tutto e da tutti. Non avendo più nulla da perdere né da guadagnare, non gli resta che consegnarsi totalmente alla sua follia, nella speranza che la sua morte acquisisca più senso della sua vita, in cui dubita di aver mai vissuto.

Domandiamoci: oggigiorno, nelle nostre Gotham City, nei nostri verminai in cui tutti apparentemente si mostrano felici e sorridenti, quanti e quante ce ne sono di Arhur Fleck che nascondono al mondo le rispettive angosce dietro quei sorrisi di circostanza?

E quanti ne vivono da reietti e incompresi e inascoltati? E quanti e quante corrono il rischio di tramutarsi, un giorno, in Joker?

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here