SIMBOLI TEMPLARI NELLA CHIESETTA MEDIEVALE DI SAN MATERNO

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Le foto del tempietto esistito nelle campagne della nostra frazione, scomparso nei primi Anni ’70 del secolo scorso, mostrano una simbologia riconducibile al Medioevo. In particolare, si tratta di simboli utilizzati dai Cavalieri Templari. Il misterioso Agosmundus, la cui epigrafe funeraria è conservata nella Chiesa Matrice, può avere un legame con quella chiesetta?

Nel precedente articolo del prof. Vito Didonna, “Una chiesetta medievale a San Materno. Opera di un crociato?”, i lettori hanno potuto apprendere  come in contrada San Materno, al confine con il territorio di Rutigliano, esistesse un piccolo tempio che recava sul frontone una deposizione di Cristo stilizzata.

https://www.molalibera.it/2019/10/02/una-chiesetta-medievale-a-san-materno-opera-di-un-crociato/

Tale chiesetta fu fotografata nel 1969 dal dott. Sebastiano Tagarelli che, dopo qualche anno, tornato sul luogo, notò che l’antico manufatto era stato abbattuto e che ben poco di esso rimaneva.

Ne ha trattato il prof. Giovanni Boraccesi, esperto d’arte, nel corso dell’incontro tenutosi a Palazzo San Domenico giovedì 26 settembre e dedicato al culto della Madonna del Rosario (“A Madòenne di Saite“).

Secondo il prof. Boraccesi, il tempietto era di origine medievale e intendeva riprodurre l’edicola del Santo Sepolcro di Gerusalemme.

Sempre a parere dello studioso, il manufatto potrebbe essere stato edificato da un pellegrino o da un crociato di ritorno dalla Terrasanta che, nel cammino di ritorno verso casa, avrebbe pensato di fare omaggio di devozione al Santo Sepolcro, sul primo gradone premurgiano che guarda il mare.

L’ipotesi è molto suggestiva anche se manca di testimonianze e riscontri storici specifici.

In ogni caso, la forma del tempietto fa propendere per una costruzione che rieccheggia l’edicola del Santo Sepolcro, come un disegno del 1149 mostrato dal prof. Boraccesi evidenzia: infatti, era tipico di quell’epoca medievale richiamare in disegni e riproduzioni religiose il luogo della deposizione di Cristo a seguito dei pellegrinaggi in Terrasanta.

IL SIMBOLISMO DEI TEMPLARI NEL TEMPIETTO DI SAN MATERNO

A mio modesto parere, vi è anche altro che rafforza questa ipotesi e le dà ulteriore plausibilità: ed è il simbolismo utilizzato fuori e dentro il tempietto.

In particolare, l’interno della cupoletta reca un simbolismo utilizzato dai Templari: una croce con ai lati quattro stelle.

La parte interna della cupola del tempietto medievale di San Materno, con una croce templare al centro e quattro stelle, una per ogni quadrante

Inoltre, sul frontone esterno, come si è detto, è visibile una deposizione del Cristo stilizzata: si nota in basso il sepolcro vuoto e intorno tre figure che dovrebbero rappresentare i primi discepoli che vi si recarono constatando la mancanza del corpo di Gesù e, quindi, la sua Resurrezione. Sullo sfondo vi sono due croci e appaiono stilizzate foglie di palma che, nel Medioevo, rappresentavano la vittoria sulla morte, quindi la Resurrezione.

La deposizione è contornata da un quadrato formato da stelle a 12 punte. Il quadrato si estende con una linea verso l’alto composta da due stelle a 12 punte e si osserva (anche se meno marcata) un’altra linea verso destra (sempre composta da 2 stelle a 12 punte). Presumibilmente, per simmetria, un’ulteriore linea si estende verso sinistra (anche se nella foto d’epoca si nota debolmente), anch’essa con 2 stelle a 12 punte.

Fotogramma, tratto dal video della presentazione effettuata il 26 settembre 2019 dal prof. Boraccesi, della chiesetta medievale, con il fontone e la vista laterale

In sostanza, la deposizione del Cristo sarebbe racchiusa in una croce composta da stelle a 12 punte (numero chiaramente visibile nelle stelle meglio conservate dall’usura del tempo): la parte alta, i due bracci, e il quadrato a rappresentare la parte bassa, all’interno del quale sono stilizzate le figure sacre, per un totale di 22 stelle.

Perchè sono state utilizzate le stelle, sia nel frontone che nella parte interna della cupoletta?

Scrive il celebre storico Jacques Le Goff ne “La civiltà dell’Occidente Medievale”: Nel pensiero medievale, ogni oggetto materiale era considerato come la figurazione di qualcosa che gli corrispondeva su un piano più elevato e che diventava così il suo simbolo. Il simbolismo era universale, e il pensare era una continua scoperta di significati nascosti.

Nel Medioevo i numeri e il simbolismo avevano una parte fondamentale nelle raffigurazioni e nelle manifestazioni esteriori del pensiero.

Vediamone il perchè con un excursus tratto dagli scritti di  Vincenzo Pisciuneri nel sito www.sapienzamisterica.it e da altre significative fonti.

La conoscenza misterica dei Templari si rifaceva a due insegnamenti, quello ebraico della Kabbalah e soprattutto a quello numerico e geometrico Pitagorico-Platonico. Mosè proviene dall’Egitto, tutta la scienza egiziana era concentrata nel Tempio. Mosè era del Tempio e fu istruito in tutta la scienza dei Faraoni (Atti VII-2). I Templari portarono in Europa questa conoscenza e la impressero nei libri di pietra, nelle loro cappelle e nelle cattedrali gotiche. Pitagora fu istruito dai sacerdoti egizi per ben 22 anni. Tutte le testimonianze delle costruzioni templari sono espresse sotto forma numerica e geometrica. La geometria sacra templare si basa essenzialmente sul concetto dell’insegnamento pitagorico fatto proprio dai Templari: quello dell’Armonia che si consegue dall’equilibrio degli opposti.
 
I Templari come gli Egizi fecero disegnare e scolpire nella pietra delle loro sacre costruzioni (chiese e cattedrali) figure in cui è racchiusa un’idea. In modo che chi è pronto possa interpretare il simbolo applicando la legge di corrispondenza, riunendo il visibile (il simbolo) con l’invisibile, il conoscibile (la forma) con l’inconoscibile. La parola “simbolo” deriva dal sanscrito e significa: riunisco, raccolgo, metto insieme. Simbolo è ciò che collega, cioè che svolge il ruolo d’interprete.
 
Vediamo di applicare il simbolismo dei Templari alla chiesetta di San Materno.
 
Innanzitutto, partiamo dal FRONTONE ESTERNO.
Rappresentazione del Santo Sepolcro sul frontone del tempietto medievale di San Materno
Come si è detto, il motivo centrale è la deposizione di Cristo, in realtà un sepolcro vuoto, con Gesù già risorto: lo stanno ad indicare le foglie di palma.
 
A mio parere, è interessante anche notare la presenza di sole due croci e non tre, come sul Golgota. Ritengo che la raffigurazione di due croci (e non tre) stia ad indicare la morte e, quindi, la nascita al Paradiso non solo di Cristo ma anche del “buon ladrone”: “In verità ti dico, oggi sarai con me in Paradiso”.
 
Quindi, il contorno al disegno stilizzato: una composizione a croce formata da stelle a 12 punte, per un totale di 22 stelle.
 
Sembrano numeri casuali, ma non dobbiamo sorprenderci se invece un significato ce l’hanno.
 
Da un articolo di Guido Guidi Guerrera apparso su “La Nazione” del 18 ottobre 1989, apprendiamo che sul portale del Duomo di Prato è riportata una stella a 12 punte:Sul pilastro di destra é possibile scorgere la stella a dodici punte, non solo tipica figura zodiacale ma aspetto simbolico della vittoria del bene sul male identificato prima con Iside poi con Maria, nella nostra confessione”.
 
Sul frontale del Duomo di Prato, insieme ad altri simboli Templari, è visibile in basso una stella a 12 punte

 

 

Tra le raffigurazioni della Natività, nella catacomba di Priscilla appare un dipinto risalente al sec. II – III, che presenta Maria con in braccio il piccolo Gesù, con accanto un uomo che indica una grande stella (una stella a 12 punte che rimanda alle 12 tribù di Israele).

Stella a dodici punte nella catacomba di Priscilla
Stella a 12 punte della cabala ebraica. I Templari ripresero molti simboli e numeri dalla tradizione cabalistica. Oggi, la stella a 12 punte è utilizzata dalla Massoneria (ad esempio, è riprodotta sul pavimento della Freemason’s Hall di Londra, quartiere generale della Gran Loggia Unita d’Inghilterra) che, a sua volta, ha ereditato gan parte della tradizione templare.
“Sapienza Misterica” spiega ulteriormente:
 
Sono 12 gli Apostoli, i Cavalieri della Tavola Rotonda, i Segni dello Zodiaco, i Frutti dell’Albero della Vita, le Porte della Gerusalemme Celeste, le Stelle sulla Corona della Regina del Cielo, le Tribù di Israele e i Figli di Giacobbe, i pani presenti sulla tavola del Tempio, i mesi dell’anno.
Dodici sono i principali cavalieri che custodiscono il Graal caduto dal cielo.
 
Il numero necessario per fondare un nuovo monastero cistercense o il numero dei componenti un capitolo templare è di 12, che diventano 13 con il Gran Maestro.
 
Dal Vocabolario Treccani:
L’ordine dei monaci cistercensi si diffuse in Europa nel sec. XII ad opera di Bernardo di Chiaravalle, i suoi membri seguivano una regola basata su uno stretto rigorismo morale (solitudine assoluta, obbligo del lavoro manuale, di povertà, ecc.), e si dedicavano alla bonifica e alla colonizzazione delle terre.
 
Dal sito www.templarisanbernardo.org: La prima regola dell’Ordine dei Templari fu scritta da San Bernardo che riprese come traccia la regola benedettina, forgiandola e rendendola ancora più dura e difficile da rispettare.
 
Come si è detto il numero complessivo delle stelle a 12 punte è 22.
 
Da consultazioni di siti specializzati in numerologia applicata alle scritture sacre si apprende che:
 
Nella numerologia il 22 è un numero “Maestro” (composto da doppia cifra), come l’11, il 33, fino al 99.
 
L’alfabeto ebraico si compone di ventidue lettere. Sempre nella tradizione ebraica, sono 22 i libri del Vecchio Testamento. 
Nei Tarocchi – portati in Europa dai Templari e da essi utilizzati non come strumento di divinazione ma per trasmettere insegnamenti segreti, senza il pericolo di rivelazioni indesiderate ai non iniziati -, ventidue sono gli Arcani maggiori e sono visti come corrispondenti delle ventidue lettere ebraiche e dei ventidue sentieri dell’Albero della Vita. L’albero della vita era un albero che, secondo alcune tradizioni religiose (ebraica e quindi cristiana), Dio pose nel Giardino dell’Eden, assieme all’albero della conoscenza del bene e del male.
 
Ventidue sarebbero, secondo la tradizione ebraica, i libri del Vecchio Testamento; come 22 sono gli elementi che l’onnipotente creò durante i 6 giorni della creazione. Al momento della creazione, Dio in effetti si limitò solo a nominare tutte le cose create e che immediatamente, tramite l’invocazione del loro nome preciso, si manifestarono e vennero così create dal nulla. Questo perchè il nome contiene in sè l’essenza stessa della cosa creata. In virtù del fatto che Dio è l’artefice di tutto il creato, i 22 nomi si riferiscono dunque a “tutto ciò che esiste”. Così proprio nel numero 22 è racchiuso il segreto della creazione dell’universo da parte di Dio.
 
LA CUPOLETTA INTERNA
 
Nella parte interna della cupoletta, come si è detto, è ben visibile dalla foto del 1969 una croce con 4 stelle, 1 per ogni quadrante, il tutto inscritto in un cerchio, quello della cupola.
 
La parte interna della cupola del tempietto medievale di San Materno, con una croce templare al centro e quattro stelle, una per ogni quadrante
 
Le 2 stelle in alto sono a 7 punte, quella in basso a sinistra ha 6 punte e quella in basso a destra ne presenta 8.
 
Questo tipo di croce, circondata da stelle, è ben visibile a Venosa nel Complesso della Santissima Trinità, composto da un primo edificio sorto su di una Chiesa Paleocristiana del V – VI secolo, oggi denominata “Chiesa Vecchia”, e da una seconda Chiesa mai completata, denominata “Incompiuta”. Si tratta di una composizione attribuita ai Templari che in Basilicata, in particolare nel potentino, ebbero una presenza molto importante.
 
Croci riconosciute come templari, con stelle nei quattro quadranti, nella Chiesa dell’Incompiuta a Venosa (Potenza)
Il numero variabile delle punte nelle 4 stelle è rivestito di diversi significati.
 
La stella a 6 punte
 
Stelle a 6 punte si trovano ad esempio nel Duomo di San Martino a Lucca, circondanti una croce templare. San Martino è ritenuto uno dei patroni occulti dei Templari.
 
Duomo di San Martino a Lucca, con croce templare e stelle a 6 punte
 
Dal libro di Sant’Agostino “La Trinità”, sappiamo che:
Dio in sei giorni ha compiuto la sua opera, e nel sesto giorno fu fatto l’uomo ad immagine di Dio. Inoltre nella sesta età del genere umano il Figlio di Dio venne nel mondo e si fece Figlio dell’uomo per restaurarci ad immagine di Dio. Noi ci troviamo ora in questa età, sia che si attribuiscano mille anni ad ogni età, sia che ci si basi sui periodi veramente storici ed insigni ricordati dalla Sacra Scrittura. La prima età va da Adamo a Noè e la seconda fino ad Abramo. Poi, secondo la cronologia dell’evangelista Matteo, da Abramo a Davide, da Davide fino alla deportazione in Babilonia, e da questo avvenimento al parto della Vergine. Queste ultime tre età unite alle due precedenti fanno cinque. Perciò la nascita di Cristo ha inaugurato la sesta, quella in cui ci troviamo attualmente, e che durerà fino alla fine sconosciuta dei tempi.
 
Inoltre, sempre facendo ricorso a pubblicazioni di numerologia e al sito “Sapienza Misterica”:
 
Nella numerologia, nello specifico nella cabala ebraica, il numero 6 corrisponde alla lettera vav (la lettera V,W dell’alfabeto latino), e rappresenta completezza, redenzione, trasformazione.
 
La stella a sei punte equivale al fiore della vita a sei petali, alle sei direzioni dello spazio, e al “Chrisma”, dove sono riportati l’alfa e l’omega.
 
Nel Medioevo il Chrisma era il potente simbolo della confraternita dei costruttori, i compagnons, visualizzato sotto la forma di una stella a sei punte. Sulle pareti della Cappella templare di Montsaunès, in Francia, sono rappresentati parecchi Chrisma a sei bracci, marchio della confraternita dei costruttori. Il Chrisma è anche il simbolo dei Maestri Costruttori Templari.
 
La stella a 7 punte
 
Guardando in senso orario, nella cupoletta vi sono le due stelle a 7 punte.
 
Dal sito “Sapienza Misterica”:
 
All’inizio vi erano Due Cavalieri, Ugo (Ugues) de Payns e Godefry (Goffredo) di Saint-Omer.
 
La storia racconta che nell’anno 1118, Nove cavalieri francesi, devoti e in timore di Dio si presentarono dal re di Gerusalemme Baldovino II, hanno come capo fila Hugues de Payns, che diverrà il primo Grande Maestro dell’Ordine quando sarà costituito.
 
Quindi, ai primi Due cavalieri si unirono altri Sette.
 
Stella a 7 punte (o eptagramma) sulla facciata del Duomo di Ventimiglia
Il numero Sette “7” compare nelle vicende dei Cavalieri del Tempio, dopo il numero Due. L’Agnello, simbolo di Dio manifestato e sacrificato per il mondo, nel libro dell’Apocalisse di Giovanni è descritto con Sette occhi. Sette sono gli orifizi del capo. Il numero Sette era considerato dai Pitagorici come un numero religioso e perfetto, ed era chiamato Telosforo perché in Lui tutto l’universo e tutta l’umanità è portata al punto culminante, che è quello di riunire nell’Unità, tornare alla sua condizione originale, unicità. Il numero Sette è il giorno festivo di tutta la Terra, il giorno della nascita del mondo.
 
Per lo studioso Ottavio Bosco la Stella a Sette Punte è un segno sacro a Venere intesa come dea dell’amore: nell’albero cabalistico essa rappresenta la settima Sephirah.
 

Il numero sette deriva dal celestiale tre e dal terrestre quattro, per cui l’ettagramma (o eptagramma) riconduce all’uomo nella sua totalità (corpo e anima).

I significati attribuiti a questo simbolo sono comunque molteplici: sette sono i colori, sette i giorni della settimana, sette sono i toni primordiali e ancora sette sono i livelli celestiali del paradiso.

Secondo un punto di vista alchemico sono sette anche gli elementi (acqua, fuoco, aria, terra, vita, luce e magia). Insiemi perfetti, quindi.

La stella a 8 punte

Dal sito “Sapienza Misterica”:

Il numero Otto “8” rappresenta le quattro coppie di sostanze divine, il doppio quadrato, i quadrati dello Spirito e della Materia, il processo mediante il quale lo Spirito discende nella Materia, e questa risale verso lo Spirito. “II mondo di Pitagora”, ci dice Plutarco, consisteva di un doppio quaternario. La Tetrade o Quaternario, riflettendosi su se stessa, produce le quattro coppie, il numero Otto. L’Otto simbolizza il moto eterno e la spirale dei cicli, rappresenta la respirazione regolare del cosmo.
 
Il numero otto rivela l’equilibrio tra l’ordine terrestre e quello celeste.
 

La stella a otto punte è onnipresente nelle chiese della Toscana. Nel lato frontale del pulpito marmoreo del Duomo di Barga (Lucca) dedicato all’Annunciazione e alla Natività, a sinistra sopra una vasca battesimale ornata con un fiore di Lys (il giglio, ndr), si vede un fiore a doppia corolla con 8 e 16 petali, e al centro sopra San Giuseppe una stella a otto punte. A destra il tema dell’Annunciazione, Maria e l’angelo; sopra l’angelo tre stelle, una a sei, l’altra a sette e infine a otto punte.

Un numero di punte nelle stelle che, esattamente, ricorre nella chiesetta medievale di San Materno.

Duomo di Barga (Lucca) con stelle a 6, a 7 e a 8 punte. La Chiesa è considerata un primario luogo di culto dei Templari

Inoltre, la stella a 8 punte ricorre anche in Puglia, con una fortissima somiglianza alle stelle tracciate sulla parte interna della cupola della chiesetta di San Materno.

Da un articolo di Marco Di Donato, apprendiamo che a Ugento (Le), a circa cinque metri di profondità, interamente scavata nella roccia tufacea, si apre un luogo particolarmente suggestivo, realizzato verso il 1100 dalla comunità che qui viveva: parliamo della “Cripta del crocifisso” di Ugento (Le). 

L’interno della cripta ricco di affreschi datati tra il XIII e XVII secolo riproducenti animali, personaggi, figure zoomorfe, stelle a 6 e 8 punte, scudi con croci rosse e nere, ed altro ancora. Elementi particolarmente insoliti che riportano alla mente un passato fatto di segreti e persecuzioni.

Cripta del Crocifisso di Ugento, la volta con stelle a otto punte e sei punte. E’ molto importante notare come le stelle di questa cripta presentino una fortissima somiglianza stilistica con quelle tracciate nella parte interna della cupola della chiesetta di San Materno.

Alzando lo sguardo al soffitto, si possono vedere le numerose stelle affrescate e gli scudi riportanti croci rosse e croci nere. In particolare possiamo contare 29 scudi con croci rosse e 18 con croci nere che, se da un lato ricordano le classiche croci dei “crociati” dall’altro fanno ipotizzare a una presenza Templare e Teutonica nella cripta di Ugento.

La volta della cripta di Ugento con scudi Templari

 

Marco Di Donato nella Cripta di Ugento

ALCUNE CONCLUSIONI

Per l’excursus mi sono avvalso, come si è detto, di apporti specialistici di studiosi in un campo piuttosto ostico, quello dell’interpretazione dei simboli medievali, molto spesso esoterici (cioè riservati ai discepoli, agli iniziati, con esclusione di un pubblico più largo). Se ho omesso qualche citazione me ne scuso con gli Autori e volentieri correggerò.

In definitiva, per tutto quanto è stato richiamato, si deve dedurre che l’apposizione del simbolismo nella chiesetta medievale già esistita nelle campagne di San Materno (scomparsa dopo il 1969, presumibilmente nei primi Anni ’70 del secolo scorso), non sia affatto casuale, ma richiami con buona evidenza i simboli utilizzati fin dalla loro fondazione, nel XII secolo, dall’Ordine dei Templari.

Non è pertanto peregrino affermare che il territorio molese abbia visto, quanto meno di passaggio, una presenza dei “monaci guerrieri”, in partenza e/o di ritorno dalla Terrasanta o comunque di pellegrini che in Palestina avevano assorbito un determinato linguaggio simbolico e iniziatico.

Come si è avuto modo di scrivere nell’articolo: “Alle origini di Mola: il misterioso Agosmundus era un cavaliere templare?” dai porti pugliesi partivano i pellegrini e i crociati per la Terrasanta e, quindi, vi facevano ritorno. Le testimonianze storiche in tal senso sono inoppugnabili lungo tutta la costa pugliese.

https://www.molalibera.it/2019/09/24/alle-origini-di-mola-il-misterioso-agosmundus-era-un-cavaliere-templare/

 

 

 

Peraltro, nelle campagne pugliesi i Templari avevano organizzato un esteso sistema di masserie per la produzione di grano, cereali e legumi che inviavano via mare in Terrasanta dai porti della costa, come riportato nello studio di Oronzo Cilli, “I templari a Barletta – Nuove acquisizioni” (Regione Puglia – Assessorato alla Pubblica Istruzione – CRSEC)

In quei decenni del XII secolo, potrebbe essersi fermato a Mola anche il misterioso Agosmundus, la cui epigrafe funeraria, ritrovata nel 1774 nella cripta della Chiesa Matrice, informa che egli qui morì nel 1150.

Come abbiamo scritto in quell’articolo, probabilmente non sapremo mai chi sia stato per davvero storicamente Agosmundus. Tuttavia sappiamo che era un presule, cioè un religioso, “nurrensibus” (proveniente con buona probabilità dalla sub-regione sarda della Nurra, dalla quale si mossero verso la Terrasanta numerosi cavalieri e prelati) e che aveva vissuto lietamente gli ultimi 14 anni della sua vita sebbene prigioniero o forse soltanto volontariamente rinchiuso.

Tuttavia, quel “nurrensibus” potrebbe rimandare anche a “Norreni”, come erano detti genericamente nel primo Medioevo i popoli germanici della fascia nord-europea. E, in effetti, il nome Agosmundus, sebbene non ricorra in altri documenti storici, riporta ad antichi nomi germanici con il suffisso “mund” e “mond”, come Agimondo, Agimundo e Arimundo (si veda “Onomastica Germanica”, Wikipedia).

Non vogliamo azzardare troppo, ma la presenza probabilmente coeva di Agosmundus sul suolo molese e del tempietto di San Materno potrebbe non essere del tutto casuale.

Una prima chiave di lettura da me fornita era riferita alla possibilità che Agosmundus, di ritorno dalla Terrasanta, fosse rimasto invischiato nelle lotte di quel periodo tra Normanni (che controllavano la Puglia dopo averne scacciato i Bizantini) e gli stessi Bizantini che anelavano a farvi ritorno.

E che quindi Agosmundus fosse stato in qualche modo tenuto prigioniero (sia pure blandamente) dai Normanni per poi morire nella Chiesa Matrice primigenia, probabilmente esistita prima di quella edificata dagli Angioini se, come hanno sostenuto diversi autorevoli storici (Giannone, in primis), Mola viveva già in epoca normanna, come piccolo nucleo abitato.

Un centro con un suo porto attivo durante quella dominazione, evoluzione – nei secoli successivi alla calata delle popolazioni barbariche lungo la penisola – di un  antico insediamento romano, sorto intorno alla Turris Iuliana (come è ben noto, lo testimoniano i mosaici di una villa romana, ora esposti nel nostro Castello Angioino), lungo la Via Traiana. 

L’insediamento romano recava un molo (ritrovato nelle acque di Cala Padovano). Da cui il probabile nome latino di “moles” alla località (e quindi, nel tempo, Mola),  cioè molo, porto, approdo, quale sbocco al mare dell’antica città peuceta di Azetium, poi la Rudiae romana, entrambe antesignane della Rutilianum normanna.

Alla luce della presenza del tempietto medievale di San Materno potrebbe anche darsi una lettura alternativa alla ragione della presenza del misterioso Agosmundus su suolo molese.

Si tratta, naturalmente, solo di una ricostruzione ipotetica. Eccola:

Agosmundus, di ritorno dalla Terrasanta, quale presule, avrebbe voluto lodare il Signore fermandosi in territorio molese sul primo gradone premurgiano e qui aver eretto, probabilmente con alcuni compagni di viaggio, il tempietto riecheggiante l’edicola del Santo Sepolcro di Gerusalemme.

Nel farlo, sarebbe ricorso al richiamo della simbologia che i Templari andavano diffondendo in quegli anni e, comunque, all’esoterismo che permeava tutta la cultura cristiana di quel periodo.

Potrebbe quindi essersi recluso volontariamente, in una sorta di eremitaggio, nelle campagne dell’attuale San Materno, all’interno del tempietto che aveva contribuito ad edificare, posto lungo la via vecchia che collegava la Rutigliano normanna al mare.

Quindi, una volta morto gli sarebbe stata dedicata l’epigrafe funeraria. Il suo corpo potrebbe essere stato traslato nella cripta di una Chiesa primigenia d’epoca normanna, sulla quale fu poi probabilmente edificata l’attuale Matrice, oppure ad essere traslata fu soltanto la lapide, magari molti anni dopo.

Sono naturalmente tutte ipotesi non suffragate da riscontri storici documentali.

Tuttavia, la compresenza di Agosmundus e del tempietto medievale segnato dalla simbologia templare, dovrebbero farci propendere per una lettura nuova e alternativa della Storia molese.

Dovrebbe essere abbastanza chiaro, anche ai più scettici, che Mola fu rifondata da Carlo d’Angiò, non già fondata.

Non solo in base alle suggestioni che Agosmundus e la chiesetta dai segni templari riportano, ma soprattutto per il ritrovamento all’interno del perimetro del nostro Castello Angioino di una cisterna, resto di una costruzione, classificata dalla Soprintendenza di Bari come altomedievale e, quindi, anteriore all’epoca angioina.

Probabilmente sarà necessario investigare ancora e, nello specifico, nell’area della Chiesa Matrice. Se un nucleo abitato bizantino e poi normanno esisteva prima della rifondazione angioina, doveva esserci senz’altro una Chiesa principale, quale luogo di culto della comunità.

In tal senso, alcuni ritrovamenti avvenuti in scavi dei primi anni 2000 intorno alla Matrice, per lavori di edilizia privata, andrebbero opportunamenti indagati e storicizzati dalla Soprintendenza.

La ricerca storica è un continuo divenire ed è opportuno approfondirla in ogni direzione.

 

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