CAUSA SUOLO EX CINEMA CASTELLO. ECCO TUTTA LA STORIA

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Stanziati di recente 10mila euro per le nuove spese legali. Continua l’interminabile vicenda giudiziaria che oppone il nostro Comune all’ex proprietario del cinema Castello. Ripercorriamo l’intricata questione politico-legale, con tutti i fatti, gli atti giudiziari e i protagonisti.

Con una determina del dott. Giuseppe Colella, Capo settore dei Servizi Generali – Ufficio del contenzioso è stata stanziata la somma di € 10.012,48 con imputazione al Cap. 124 del PEG 2019, denom. “liti, arbitraggi, risarcimenti”, per spese e competenze professionali dovute al legale incaricato Avv. Luigi PACCIONE per il giudizio PATANO Roberto c/ Comune (TAR Puglia- R.G. n.1657/2011).

Tale somma è aggiuntiva rispetto agli acconti già liquidati al legale che rappresenta il Comune nell’annosa causa che lo oppone al sig. Patano.

Ecco la determina:

(per scorrere il documento, cliccare in basso sulle icone con le frecce)

determina patano_castello_paccione

Ripercorriamo ora di seguito i termini della complessa questione

SUL COMUNE DI MOLA IL RISCHIO DI UN RISARCIMENTO MILIONARIO AGLI EREDI PATANO PER IL SUOLO DEL CINEMA CASTELLO

Una minaccia grava da anni sul destino del suolo di sedime che ospitò per decenni la sala cinematografica, poi finalmente abbattuta nel 1995.

Si tratta del rischio di un’ennesima condanna del Comune di Mola per l’esproprio di quella superficie, effettuato in occasione della demolizione del cinema.

Dopo numerosi slittamenti e proroghe, nel prossimo mese di dicembre, il CTU (Consulente tecnico d’ufficio), l’ing. Matteo Quagliariello, con studio professionale in Bari, depositerà la sua relazione peritale, finalizzata ad accertare la proprietà del suolo di sedime su cui sorgeva l’ex Cinema Castello.

In sostanza, al di là delle tesi sostenute dalle due parti, il CTU dovrà relazionare al Giudice sull’effettiva proprietà del suolo: demaniale oppure privato.

In primo piano, sotto le mura del Castello, l’area di sedime dopo la demolizione del cinema in una foto del
del 22 luglio 1997

Ricordiamo che, dopo aver perso la causa giudiziaria presso il Consiglio di Stato nel 2009,  ora il Comune di Mola, come extrema ratio, rivendica – davanti al Tribunale civile di Bari – la demanialità dell’area,  a fronte della richiesta di Roberto Patano del rientro nel pieno possesso del suolo, con un cospicuo risarcimento danni che potrebbe dissestare le già esangui casse comunali.

E’ l’ultima spiaggia che rimane al Comune di Mola per evitare un risarcimento milionario a Roberto Patano: solo se il Tribunale di Bari riconoscerà la demanialità del suolo il nostro Ente sarà al riparo.

Altrimenti, sarà obbligatorio e indifferibile pagare l’erede del costruttore e gestore del cinema abbattuto, a partire dal 24 aprile 1995, cioè dalla data di avvio della demolizione.

Innanzitutto, occorre sapere  che, dopo una lunga vicenda giudiziaria, Patano ebbe a suo favore la sentenza del Consiglio di stato n. 5166/2009

Con essa il Comune di Mola venne condannato a restituire al Patano l’area di sedime del demolito cinema. Peraltro, nel 2011 il Consiglio di stato rifiutò il ricorso del Comune di Mola per la revocazione della sentenza del 2009.

Ma vediamo come è nata la questione, che è molto lunga e complessa. L’abbiamo ricostruita nel “Dossier Castello”, in quattro parti, liberamente consultabili su questo sito nella sezione “Inchieste e Dossier”.

Qui riportiamo la parte che riguarda il perchè il Comune di Mola perse la causa giudiziaria: una sconfitta che ha sancito l’obbligo per il nostro Ente di restituire il suolo e pagare un cospicuo risarcimento danni al sig. Roberto Patano, erede del proprietario del cinema, a meno che non venga dimostrata la demanialità di quel terreno.

LA CONTROVERSA INGIUNZIONE DEL SINDACO MAGGI

Per area di sedime si intende, in urbanistica, il suolo occupato e reso impermeabile da una superficie coperta. Nel nostro caso si tratta dell’area sottostante all’edificio adibito a sala cinematografica: in sostanza, una volta abbattuta la costruzione abusiva, Roberto Patano rivendicò la piena proprietà di quel suolo, contro il Comune di Mola, mediante un ricorso al TAR Puglia del 19 luglio 1996.

Perché Patano propose il ricorso? Facciamo un passo indietro per capire meglio la questione.

Tutto ha inizio nel volgere di una manciata di giorni nel lontano aprile del 1995.

L’ex Sindaco Ernesto Maggi

Accertata ormai in via giudiziaria definitiva la piena legittimità dell’ordinanza del Sindaco Padovano del 1987, che stabiliva la demolizione dell’ex cinema, e verificato che il computo dei 90 giorni complessivi assegnati al proprietario per la demolizione erano già decorsi, al Comune di Mola non restava che accertare il mancato abbattimento della costruzione e, quindi, procedere in danno di Patano, acquisendo al contempo la proprietà del suolo a norma di legge.

Ecco, infatti, cosa scriveva in proposito il Prof. Aldo Loiodice, legale del Comune, al Sindaco Maggi l’11 aprile 1995: “In risposta alla nota prot. N. 7126 del 3 aprile 1995, facendo seguito al colloquio avuto con l’Ill.mo sig. Sindaco, riferisco quanto segue. La sentenza del TAR Puglia – Bari – sez. I n. 1062/94 è esecutiva a tutti gli effetti di legge in quanto il Consiglio di Stato, in esito all’udienza del 17 marzo 1995, nella quale è passata in decisione il ricorso N.R. 7985/94, ha respinto l’istanza di sospensiva proposta dal ricorrente Patano. Codesta Amministrazione, attesa l’esecutività della sentenza, può adottare i provvedimenti previsti dall’art. 7 della legge 28/2/1985 n. 47 e, pertanto, può adottare il provvedimento che, accertando l’inottemperanza all’ingiunzione a demolire, costituisce titolo per l’immissione nel possesso e per la trascrizione nei registri immobiliari; effettuato tale adempimento, si può procedere alla demolizione dell’immobile abusivo. L’opinione sopra esposta è stata concordata con il prof. Sorrentino e conferma quella espressa a suo tempo.”

Dunque, sarebbe bastato un sopralluogo del Comando di Polizia Municipale per effettuare la verifica e per far scattare quanto previsto all’art. 7 della legge 47/1985 che, infatti, stabilisce: “Se il responsabile dell’abuso non provvede alla demolizione e al ripristino dello stato dei luoghi nel termine di 90 giorni dall’ingiunzione, il bene e l’area di sedime (…) sono acquisiti di diritto gratuitamente al patrimonio del comune. (…). L’accertamento dell’inottemperanza alla ingiunzione a demolire, nel termine di cui al precedente comma, previa notifica all’interessato, costituisce titolo per l’immissione nel possesso e per la trascrizione nei registri immobiliari, che deve essere eseguita gratuitamente. L’opera acquisita deve essere demolita con ordinanza del sindaco a spese dei responsabili dell’abuso (…).”

In effetti, il sopralluogo avviene il 12 aprile 1995 a cura del comandante della Polizia Municipale Berlingerio coadiuvato dal tenente Tanzi e dal vigile Deflorio.

Il verbale di accertamento, tra l’altro, così riporta: “Il Sig. Sindaco di questo Comune, ritenendo opportuno portare ad esecuzione l’ordinanza sindacale n. 73 del 26/6/1987, prot. N. 1350 e per essa la sentenza del TAR Puglia – Bari – Sez. I, n. 106 dell’8/3/1994, esecutiva a tutti gli effetti di legge, disponeva con nota prot. N. 7954 del 12/4/1995, apposito sopralluogo. Pertanto, in ottemperanza a quanto innanzi riportato, i sottoscritti hanno accertato, verso le ore 15,00 di oggi, che la costruzione abusiva, realizzata a ridosso del Castello Angioino, già adibita a sala cinematografica, da qualche tempo non più in esercizio, di proprietà del sig. Patano Roberto, non è stata demolita, così come ordinato con i predetti provvedimenti. Al momento del sopralluogo, l’immobile abusivo era chiuso ed il sig. Patano era assente”.

A questo punto, tenuto conto che i 90 giorni assegnati dall’ordinanza n. 73/1987 del Sindaco Padovano, pur con il calcolo della sospensione dei termini, erano abbondantemente decorsi almeno dal 20.9.1994, e alla luce del verbale di accertamento di inottemperanza redatto dal Comando della Polizia Municipale, al Sindaco Maggi – secondo quanto indicato nella lettera del Prof. Loiodice – sarebbe stato sufficiente immettere il Comune nel possesso dell’immobile, effettuare immediatamente la trascrizione nei registri immobiliari dell’area di sedime e procedere alla demolizione della costruzione abusiva a spese del Patano.
Invece, il giorno successivo, 13 aprile 1995,  il Sindaco Maggi emette un nuovo provvedimento, n. 8149, con il quale “ingiunge al sig. Patano Roberto (…) che il manufatto sia demolito a cura e spese del proprietario entro 10 gg. dalla notifica del presente atto in conformità della sentenza del TAR Puglia sede di Bari n. 1062/94 del 22 giugno 1994 esecutiva a tutti gli effetti di legge. La mancata esecuzione nei termini indicati, comporterà l’applicazione di ogni ulteriore provvedimento di cui all’art. 7 della legge 28.2.1985 n. 47.”

Questa volta, Patano non se lo fa ripetere e, una volta ricevuto l’atto, provvede, a partire dal 24 aprile 1995 a demolire il vecchio cinema in disarmo, peraltro ottemperando alle successive prescrizioni del Sindaco Maggi, del 27 aprile, sulla rimozione dell’amianto presente nella copertura dell’edificio.

24-04-1995 – La prima picconata che avvia la demolizione totale del cinema

Il Patano, dal suo punto di vista, mette così a segno un’ottima mossa preventiva, che, come vedremo, gli consentirà in seguito di rivendicare la proprietà dell’area di sedime.

24-04-1995 – La demolizione totale. Ecco Il primo varco che si apre nella facciata del cinema

Nel frattempo, dopo la demolizione del cinema, trascorrono lunghi mesi senza che, tuttavia, il Comune di Mola si attivi per la trascrizione nei registri immobiliari dell’area di sedime come proprietà comunale, sulla base di quanto disposto dal citato art. 7 della legge 47/1985.

Si arriva così all’inverno del 1996 e il Sindaco Maggi si dimette dalla carica per correre alle elezioni politiche per un seggio da senatore. Le sue dimissioni portano sorpresa nella popolazione, tanto più che, proprio in quei mesi, viene alla ribalta la vicenda delle villette a mare, che finiscono sotto sequestro giudiziario a seguito di un provvedimento della Procura della Repubblica di Bari.

Al posto di Maggi subentra Stefano Diperna, già Vice-sindaco, che assume l’incarico di Sindaco pro-tempore, in attesa che si vada alle elezioni comunali della primavera 1996. Come è noto, nella competizione, su Diperna prevarrà, al turno di ballottaggio, Vincenzo Cristino.

In ogni caso, Diperna finalmente procede ad emanare l’ordinanza sindacale n. 101 del 7 maggio 1996 con la quale dichiara l’acquisizione gratuita dell’area di sedime al patrimonio comunale, richiamando la mancata ottemperanza del Patano all’ordinanza di demolizione, del 1987, del Sindaco Padovano.

Come si è già anticipato, Roberto Patano propone immediatamente ricorso al TAR per l’annullamento dell’ordinanza Diperna del maggio 1996. La causa va per le lunghe: in data 30 aprile 2002, con deposito il 27 maggio 2002, cioè dopo ben sei anni dopo, il TAR respinge il ricorso di Patano e dà ragione al Comune.

Tutti tirano un sospiro di sollievo: i vecchi amministratori Maggi, Diperna e Linsalata e il Sindaco Cristino che, nel 2000, è stato riconfermato alla guida del Comune con una maggioranza di centro-sinistra.

L’ex Sindaco Vincenzo Cristino

La questione sembra archiviata, anche perché, nel frattempo, il Castello è stato restaurato a più riprese e, nel 2002, il Piano Urban – che prevede tra l’altro la sistemazione dell’area di sedime in questione – è stato da poco approvato.

Tuttavia, la famiglia Patano non si arrende. Hanno la stoffa dei combattenti i Patano o forse, più venalmente, vogliono recuperare il terreno (ovvero ottenere un risarcimento o un suolo edificabile in altra zona del paese). Ed è così che Roberto Patano si appella al Consiglio di Stato nel 2003. Ancora una volta, la giustizia procede con fare molto felpato e gli anni passano.

IL CONSIGLIO DI STATO DA’ RAGIONE A PATANO E CONDANNA IL COMUNE A RESTITUIRE IL SUOLO

Si arriva al 2009 e il giudizio si avvia finalmente alla conclusione, però le avvisaglie non sono buone.

L’ex Assessore Enzo Linsalata, fiutando l’aria, si preoccupa di inviare una lettera al Sindaco Nico Berlen (che, nel frattempo, nel 2005, è subentrato a Cristino). Nella missiva del 4 maggio 2009, Linsalata si vede costretto a fare una difesa d’ufficio delle ragioni giuridiche sottese all’ingiunzione del Sindaco Maggi, nonostante in seguito egli sosterrà di aver, a suo tempo, contestato apertamente, ma verbalmente, quel provvedimento.

L’ex Assessore Crescenzo Linsalata

Inoltre, Linsalata così scriveva: “Si rileva poi che il manufatto fu abbattuto il 17 maggio 1995, come risulta da documentazione fotografica, che si allega alla presente memoria, dalla quale si evince che agli inizi di maggio 1995 l’opera abusiva non era stata del tutto demolita.”

In poche parole, a dimostrazione, Linsalata allegò alla lettera una foto  scattata alle mura perimetrali, ancora in piedi, del cinema, con affissa su di esse la prima pagina de “La Gazzetta del Mezzogiorno” dell’11 maggio 1995.

In sostanza, Linsalata voleva dimostrare che i dieci giorni intimati da Maggi per l’abbattimento erano abbondantemente trascorsi senza che la totale demolizione fosse avvenuta: la qual cosa avrebbe consentito, se contestata, di avvalersi della facoltà concessa dalla legge al Comune di intestarsi catastalmente l’area di sedime, senza possibilità di successiva rivendica da parte del Patano.

A onor del vero, vi è però da dire che, probabilmente, i lavori si protrassero perché – come si è già detto – il Sindaco Maggi, il 27 aprile di quell’anno, con una sua nota (n. 8960) aveva prescritto opportune cautele per la rimozione e lo smaltimento dell’amianto in fase di demolizione. E la stessa cosa aveva anche fatto la USL BA/4.

Tuttavia, Linsalata lamenterà successivamente, nelle sedi politiche, che la sua lettera, con relativa foto allegata, non fu mai prodotta nel corso del giudizio.

Quella foto avrebbe potuto cambiare le sorti del processo? Quasi sicuramente no: infatti, allo spirare dei dieci giorni prescritti per la demolizione dall’ingiunzione Maggi, il Comune non formalizzò a Patano alcun verbale di mancato adempimento.

La foto di Linsalata, quindi, rivestiva solo un carattere storico ma non probatorio.

In ogni caso, si arrivò finalmente alla conclusione della causa e, questa volta, la giustizia amministrativa diede ragione a Patano, riformando la sentenza di primo grado e accogliendo il suo ricorso.

In sostanza, il Consiglio di Stato, in sede giurisdizionale, quinta sezione, con la sentenza n. 5166 del 19 maggio 2009 (ancora sei anni di tempo…) e depositata il 3 settembre 2009, condanna il Comune di Mola a restituire al Patano l’area di sedime del demolito cinema.

La sentenza del Consiglio di Stato così riassume la questione sanzionandone l’illegittimità: “A seguito di una lunga vicenda giudiziaria, che ha visto l’intervento di due gradi di giudizio, il ricorso (di Patano sull’ordinanza di demolizione del 26 giugno 1987, ndr) veniva rigettato definitivamente. A questo punto, il Comune, invece di pretendere, come ha fatto invece dopo, l’esecuzione dell’ordine di demolizione sospeso, inviava un nuovo ordine di demolizione dell’immobile, ormai concretamente abusivo. Tale ordine veniva eseguito dall’appellante, che provvedeva alla demolizione dell’immobile abusivo. Ora, invece di considerare soddisfatto l’interesse pubblico con l’esecuzione del suddetto ordine di demolizione, l’Amministrazione comunale interveniva e, preso atto che il primo ordine di demolizione non era stato eseguito, ma era stato eseguito il secondo, provvedeva all’acquisizione al patrimonio disponibile del Comune della sola area di sedime dell’immobile medesimo.”

Nel motivare la decisione contro il Comune di Mola, per il Consiglio di Stato (CdS) non è stata seguita la corretta procedura stabilita dalla legge e che, l’avv. Loiodice, nella sua lettera dell’11 aprile 1995 inviata al Sindaco Maggi, aveva però ben riassunto.

In sostanza, i giudici del CdS evidenziano che, stabilita l’inottemperanza alla demolizione, il Comune avrebbe dovuto prima prendere possesso dell’immobile, quindi acquisire gratuitamente il bene abusivo (con la relativa area di sedime che costituisce la base superficiaria del manufatto), effettuare la trascrizione nei registri immobiliari, e, infine, procedere alla demolizione a spese del Patano.

Peraltro, il CdS censura la seconda ordinanza (quella del Sindaco Maggi): “Va rilevato che l’Amministrazione comunale, dopo la definizione della vicenda processuale riguardante l’immobile in parola, ha emanato un nuovo provvedimento che, ovviamente, si sovrappone al primo e determina chiari effetti novativi, per cui l’ottemperanza, intervenuta prima della contestazione dell’inerzia, dà luogo all’esecuzione del provvedimento, senza la possibilità di procedere all’acquisizione dell’immobile (che non c’è più) né dell’area di sedime, che è colpita dall’esecuzione solo in funzione dell’acquisizione dell’immobile non demolito.”

In definitiva, secondo il Consiglio di Stato non vi erano i presupposti per l’acquisizione a titolo gratuito dell’area di sedime, avendo il Patano già eseguito la successiva ordinanza sindacale n. 8149 (Maggi) notificata il 14 aprile 1995, novativa della precedente del 1987, demolendo a proprie spese il manufatto. In poche parole, l’acquisizione al patrimonio comunale, avvenuta con l’ordinanza n. 101 del 7 maggio 1996 (Sindaco Diperna), non poteva comunque essere adottata poiché l’immobile abusivo era già stato demolito.

IL COMUNE CERCA DI CORRERE AI RIPARI, MA SENZA ESITO

Insomma, dopo la sentenza del Consiglio di Stato scende una cappa di gelo sui vecchi e sui nuovi amministratori.

Il 28 settembre 2009, in una sua lettera al Sindaco pro-tempore Nico Berlen (eletto nel 2005), il Prof. Loiodice, legale del Comune nella causa, dà conto del negativo esito giudiziario e propone un ricorso per revocazione della sentenza del Consiglio di Stato, a causa di un lamentato “errore di fatto”.

L’ex Sindaco Nicola Berlen

Peraltro, il prof. Loiodice così scrive: “La sentenza fa emergere un rischio di responsabilità per danno erariale che può imputarsi ai soggetti che hanno adottato la seconda ordinanza di demolizione. In riferimento a tale prospettiva, occorre, evidentemente, effettuare un atto di intimazione nei confronti di tali soggetti allo scopo di interrompere la prescrizione e per evitare responsabilità in capo agli attuali amministratori e dirigenti.”

La Giunta Berlen cerca di correre ai ripari e, quindi, emana una delibera (n. 2 del 12 gennaio 2010), con la quale decide di affidare un ulteriore incarico al Prof. Loiodice per la proposizione di ricorso per revocazione.

Tuttavia, il Consiglio di Stato, con la sentenza del 29 marzo 2011, pubblicata il 13 maggio 2011, dichiara inammissibile il ricorso per revocazione alla luce delle comuni nozioni di diritto generale.

Anzi, fa di più: nel rigettare la domanda, ancora una volta i giudici ripercorrono la vicenda della doppia ordinanza.

E ribadiscono che “il Comune, all’esito del contenzioso, anziché pretendere l’esecuzione della prima ordinanza, aveva preferito emettere un nuovo ordine di demolizione dell’immobile abusivo, di contenuto novativo. Di qui la constatazione che il Patano aveva eseguito l’ordine di demolizione rinnovato, per volontà del Comune, nel 1995 e che, pertanto, una volta demolito l’immobile, l’acquisizione a titolo gratuito dell’area di sedime sarebbe stata priva di causa, non potendosi atteggiare come sanzione impropria. Una volta esclusa l’inottemperanza all’ordine di demolizione, neanche si sarebbero realizzati i presupposti previsti dall’art. 7 L. n. 47/85 per l’acquisizione a titolo gratuito dell’area.”

Insomma, una totale dèbacle giudiziaria e un’ulteriore doccia fredda per gli amministratori che, nel frattempo, sono cambiati nuovamente. Infatti, con le elezioni del 2010, è tornato al potere Stefano Diperna, il nuovo Sindaco che ha sconfitto Berlen nelle urne.

L’EX SINDACO MAGGI MESSO IN MORA DAL COMUNE PER DANNO ERARIALE

Come abbiamo visto, il prof. Loiodice nella sua lettera al Sindaco Berlen del 28 settembre 2009, aveva paventato il danno erariale a carico dei precedenti amministratori.

Dopo l’esito giudiziario assolutamente negativo per il Comune, l’allerta di Loiodice viene presa sul serio dal Segretario generale avv. Donato Susca che invia una lettera all’ormai ex parlamentare Ernesto Maggi e, per conoscenza, al nuovo Sindaco Diperna.

L’ex Sindaco Stefano Diperna

Il segretario generale, in data 13 settembre 2009, tra l’altro, così scrive: “Considerato che la sentenza del C.d.S. n. 5166/2009 ritiene la seconda ordinanza di demolizione n. 8149 del 14.04.1995 come novativa, e , quindi, tale da avere riaperto i termini per la demolizione, con la conseguenza che è risultata illegittima l’ordinanza n. 101 del 07.05.1996 (ordinanza Diperna, ndr) di acquisizione al patrimonio comunale dell’area di sedime suddetta. Considerato che l’annullamento della suddetta ordinanza determinando l’inefficacia retroattiva dell’acquisizione gratuita al patrimonio comunale dell’immobile in questione, produce in capo all’Amministrazione comunale la responsabilità sia per l’acquisizione dell’area, sia per l’utilizzo che ne è stato fatto successivamente alla data di acquisizione, con la conseguenza che la stessa potrebbe essere obbligata a risarcire i danni alla parte privata. Ritenuto che, in presenza della suddetta ipotesi di risarcimento dei danni, occorra sin d’ora individuare i responsabili del danno erariale verificatosi al fine di ottemperare alla normativa sulla responsabilità amministrativa dinanzi alla Corte dei conti.
Considerato che il soggetto che ha adottato la seconda ordinanza di demolizione n. 8149 del 14.04.1995, con effetti novativi, e, quindi, tale da avere riaperto i termini per la demolizione, risulta essere l’ing. Maggi Ernesto (…), Sindaco pro-tempore all’epoca dei fatti.Tutto ciò premesso, in conseguenza del probabile danno erariale, con la presente nota si costituisce in mora, ai sensi e per gli effetti di cui agli artt. 1219 e 2934 del codice civile, l’ing. Maggi Ernesto (…), presunto responsabile per avere riaperto i termini per la demolizione, con la conseguenza che è risultata illegittima l’ordinanza n. 101 del 07.05.1996 di acquisizione al patrimonio comunale dell’area di sedime suddetta”.

Una successiva lettera, pochi giorni dopo, sarà inviata, sempre dal segretario comunale avv. Susca, direttamente alla Procura Regionale della Corte dei Conti, nella quale, riassumendo l’intera vicenda giudiziaria, si informa l’organo statale della costituzione in mora del Comune di Mola nei confronti dell’ex Sindaco Ernesto Maggi per l’eventuale danno erariale.

NEL 2011 ROBERTO PATANO CHIEDE LA RESTITUZIONE DELL’AREA E I DANNI PATRIMONIALI

Dopo l’azione di responsabilità erariale avviata nel 2009 dal Segretario comunale a carico dell’ex Sindaco Ernesto Maggi, il proprietario del cinema, demolito nel 1995, contrattacca nuovamente.

Patano chiede i danni al Comune di Mola

Il giorno successivo alla lettera del segretario generale all’ing. Maggi, un’altra tegola si abbatte sugli amministratori comunali. Infatti, il 14 settembre 2011, viene recapitato l’ennesimo ricorso di Roberto Patano al TAR Puglia contro il Comune di Mola.

Con esso, il Patano chiede il “risarcimento di tutti i danni, sotto ogni aspetto e forma, subiti e subendi dal ricorrente in dipendenza della illegittima adozione, illegittima esecuzione e illegittima trascrizione nei registri immobiliari della ordinanza sindacale n. 101 del 7 maggio 1996 e degli atti ad essa presupposti (…) trascritta presso la Conservatoria dei Registri Immobiliari di Bari in data 12 giugno 1996 (…) e successivamente annullata dal Consiglio di Stato con decisione n. 5155 del 3 settembre 2009 (…).”

Il ricorso di Patano, tra l’altro, contiene alcune singolarità che lasciamo giudicare ai lettori. Ad esempio, in esso, “a causa di un vero e proprio abuso di potere perpetrato dal Comune di Mola di Bari”, si lamenta il “danno morale e biologico” per “la particolare relazione intercorrente con il bene immobile”, trattandosi di “un bene ricevuto per donazione paterna” al quale “erano e sono legati inossidabili ricordi della propria infanzia, interamente passata nel cinema che sul medesimo era edificato”.

L’abuso lamentato, secondo il legale di Patano, “ha determinato nocumento alla salute (concretatosi in particolare modo in una gastrite ulcerosa di derivazione nervosa) nonché alla serenità psicologica del ricorrente – tutte circostanze facilmente documentabili – e per le quali pure si chiede di volersi disporre le opportune indagini di carattere medico legali”.

Ma il pezzo forte del ricorso sta nella richiesta di risarcimento per il mancato utilizzo del bene a fini commerciali ed edificatori. Ecco in proposito le argomentazioni di Patano:

“E’ peraltro opportuno sottolineare che l’immobile illegittimamente appreso dal Comune di Mola di Bari deve considerarsi di grande e pressoché inestimabile valore essendo situato nel punto più prestigioso del medesimo Comune, nel pieno centro storico, a ridosso del Castello Angioino. E’ agevole rilevare che sull’immobile predetto – oltre alle residue potenzialità edificatorie – il ricorrente, nelle more, avrebbe potuto (come non mancherà di fare non appena avrà riottenuto la materiale disponibilità del proprio immobile) realizzare innumerevoli attività e manufatti compatibili con la relativa destinazione; in particolare avrebbe potuto realizzare parcheggi assai remunerativi in ragione della posizione di rilievo dell’immobile che in tutte le ore della giornata è oggetto di una straordinaria affluenza. Avrebbe inoltre potuto intraprendere ed allogare sul suddetto immobile attività commerciali liberamente esercitabili anche di supporto al Castello Angioino ed alle attività turistiche proprie della zona interessata. (…) Ove solo il Comune di Mola di Bari non fosse stato così ‘repentino’ nel sottrarre illegittimamente il bene immobile all’odierno ricorrente (peraltro apparentemente coltivando con il medesimo trattative intese al bonario acquisto del medesimo bene per elevatissimi corrispettivi in danaro e/o in cubatura), quindi, l’odierno ricorrente avrebbe di certo realizzato e posto in essere sul medesimo immobile l’attività maggiormente redditizia, come
occorre per tutti gli altri propri beni immobili.”

“La trattativa”: ci fu e in che misura?

Quindi, come si è visto, nel ricorso di Roberto Patano si scrive molto chiaramente di “trattative” con il Comune di Mola. 

In diverse lettere scritte dagli avvocati del Patano si propone una cessione dell’area di sedime in cambio di un’area edificabile di pari valore.  La proposta fu respinta ufficialmente dal Sindaco Maggi con una lettera all’avv. Sorrentino del 7 marzo 1995.

Eppure, ancora nel ricorso al TAR del 2011, Patano fa intendere che il Comune di Mola fosse disposto a cedere alle sue richieste.

Tra i tanti documenti d’epoca non abbiamo reperito, in merito, una corrispondenza precisa tra gli amministratori comunali e il Patano. Tuttavia, siamo in possesso di un foglio scritto a mano, senza intestazioni, con l’apposizione di due firme non chiare, datato “Mola di Bari 23.03.94 ore 18,30”.

Il titolo dello scritto è: “Ipotesi di transazione”. Il contenuto riporta così di seguito. “Dal Patano: 1) Demolizione del cinema; 2) Cessione di tutta l’area; 3) Donazione di tutta l’attrezzatura cinematografica”. “Dal Comune: 1) Trasferimento di una superficie pari a mq 3500 (tremilacinquecento) di superficie edificatoria in zona di espansione Ift di circa 2.00 mc/mq di
proprietà comunale a compenso dell’area di sedime del Cinema e di ogni altro onere del Patano.”

La richiesta di restituzione del suolo e la rivendicazione di demanialità

Dopo aver presentato il ricorso al TAR per il risarcimento dei danni, i legali del Patano, inviano un “atto di diffida e messa in mora”, ricevuto dal Comune di Mola il 14 dicembre 2011.

In esso chiedono al Sindaco pro-tempore (Diperna) di “procedere senza indugio alla esatta esecuzione delle decisioni del Consiglio di Stato n. 5166/2009 e n. 2893/2011 e per l’effetto procedere alla immediata e materiale restituzione (previo ripristino dello status quo ante) in favore del sig. Roberto Patano del bene illegittimamente acquisito al patrimonio comunale”, avvertendo che, trascorso il termine di 30 giorni senza che la restituzione fosse avvenuta, si sarebbe proceduto a proporre giudizio di ottemperanza per l’esatta esecuzione delle sentenze del Consiglio di Stato, nonché per la condanna del Comune di Mola al pagamento delle somme dovute al Patano per ogni ritardo nella esecuzione delle suddette pronunce passate in giudicato.

Nel frattempo, come è ben noto, da alcuni anni il suolo aveva completamente mutato fisionomia essendo stato adibito ad area pubblica a verde e camminamenti, a servizio del Castello Angioino completamente restaurato, a seguito del progetto di risanamento, consolidamento e recupero approvato con delibera di Giunta Comunale n. 106 del 11 giugno 1998. Il Comune, quindi, si guardò bene dal restituire il suolo al Patano, catastalmente censito al foglio di mappa n. 47, particella 2182.

Ovviamente, i legali di Roberto Patano andarono avanti proponendo, nel 2013, davanti al Consiglio di Stato, il giudizio di ottemperanza affinché venisse ordinato al Comune di Mola di dare piena e puntuale esecuzione al giudicato formatosi con la sentenza n. 5166 del 2009.

La situazione sembrava assolutamente senza via d’uscita. Il Comune avrebbe dovuto non solo restituire il suolo ma anche pagare un forte indennizzo richiesto dal Patano in ragione di € 500,00 al giorno per ogni ulteriore ritardo nell’esecuzione del giudicato.

Il Sindaco Diperna decise a quel punto, su suggerimento dell’ex Assessore ai Beni culturali Enzo Linsalata e d’intesa con il legale del Comune avv. Luigi Paccione, di tentare in giudizio la strada della rivendicazione della demanialità del suolo.

Una mossa da ultima spiaggia che, se ben condotta, avrebbe risolto alla radice l’intera vicenda: tuttavia, essa necessitava, in ogni caso, di robuste argomentazioni storico-giuridiche.

Per le ricerche storiche, Diperna si affidò a Linsalata (egli sarà poi affiancato dallo storico barese Pasquale B. Trizio, che produrrà due relazioni molto importanti allegate all’iter giudiziario) con una lettera del 12 giugno 2013.

In essa, il Sindaco incaricava di “ricercare e acquisire, presso i vari archivi e uffici pubblici e giudiziari, tutta la documentazione che lo stesso riterrà utile e/o necessaria” tenuto conto che “per la questione legata al Castello Angioino vi sono ancora diversi contenziosi e/o giudizi pendenti”.

Pertanto, acquisita una prima documentazione storica che attestava la demanialità dell’area, il Comune di Mola, costituitosi nel giudizio di ottemperanza, dedusse in via pregiudiziale “l’inammissibilità della domanda del Patano di restituzione del suolo perché appartenente al demanio pubblico in quanto parte dell’antico fossato del Castello Angioino a diretto confine con la spiaggia.”

Successivamente, all’esito di un’istruttoria, il Consiglio di Stato, sezione quinta, con ordinanza n. 2605 del 21.05.2014, ritenuta la rilevanza della questione afferente alla proprietà demaniale del suolo sollevata dal Comune di Mola, assegnò alla parte più diligente il termine di 120 giorni per incardinare dinanzi al giudice ordinario (Tribunale civile di Bari) “una specifica azione volta ad accertare l’effettiva proprietà del bene per cui è causa” poiché “l’accertamento della titolarità dell’area in questione non rientra nelle competenze del giudice amministrativo, ma in quelle dell’autorità giudiziaria ordinaria.”

Il giudizio civile per decidere la proprietà del suolo

Fu così che l’avv. Paccione, su procura del Sindaco Diperna, in data 1° ottobre 2014, provvide a citare, dinanzi al Tribunale civile di Bari, Roberto Patano oltre al Ministero dell’Economia e all’Agenzia del Demanio, agendo “a tutela dell’interesse pubblico per l’accertamento del carattere demaniale del suolo di cui si tratta in quanto bene incommerciabile facente parte dell’antico fossato del Castello Angioino.”

Molto interessanti risultano le ragioni addotte dal legale del Comune per sostenere la demanialità dell’area di sedime del demolito cinema Castello.

In particolare, nell’atto di citazione si afferma che, in base alla relazione allegata del dott. Pasquale B. Trizio, “il Castello e il fossato circostante entrarono a far parte del demanio pubblico sin dal Decreto della Regia Camera della Sommaria del 12 settembre 1670, reso esecutivo nel 1775”.

Pianta di Mola e del Castello nel XVI secolo – Dalla relazione dello storico Pasquale Trizio

Inoltre, così riporta in diritto l’avv. Paccione: “L’area urbana catastalmente censita al foglio di mappa n. 47 particella 2182, partita 1000445, costituisce il sedime dell’antico fossato del Castello Angioino a diretto confine con il mare e fa parte del demanio pubblico comunale ai sensi delle
norme di legge.” Tuttavia, “la particella 2182 figura assurdamente in catasto come di proprietà privata. Sta però di fatto che mai nessun atto di sdemanializzazione risulta emesso con riferimento al fossato del Castello Angioino e alle aree ad esso adiacenti coperte dal mare sino a tutta la fine
del XIX secolo, onde gli atti privati che hanno disposto il trasferimento di tale bene incommerciabile devono reputarsi irrimediabilmente nulli di diritto, ivi compresi, principalmente i due atti notarili di donazione del marzo 1981 a favore del convenuto Roberto Patano” che “pretende erroneamente di essere proprietario di detto suolo demaniale e a tale fine invoca titoli negoziali che appaiono nulli di diritto a motivo della condizione giuridica del bene che ne impone l’inalienabilità e l’impossibilità per i terzi di acquisire diritti su di esso”.

Pianta del Castello e di Mola nel 1834 – Dalla relazione dello storico Pasquale Trizio

Nelle conclusioni dell’atto, l’avv. Paccione chiede al Tribunale di Bari di “provvedere ad accertare e dichiarare che: a) il suolo in Mola di Bari, catastalmente censito al foglio di mappa 47, particella 2182, partita 1000445, alla data di entrata in vigore del codice civile del 1865 costituiva parte del fossato del Castello Angioino di Mola di Bari a diretto confine con il mare; b) il Castello Angioino, sino alla prima metà del secolo scorso, ha costituito fortezza militare operativa a servizio della difesa nazionale; c) il suolo in discorso costituisce area demaniale pubblica comunale.” E, inoltre,
di “ordinare a Roberto Patano di astenersi da ogni molestia alla piena fruizione pubblica della suindicata area demaniale trasformata in giardino comunale.

In via istruttoria, l’avv. Paccione ha chiesto al Tribunale di ammettere consulenza tecnica d’ufficio per accertare: “a) l’esatta delimitazione del fossato del Castello Angioino alla data di entrata in vigore del codice civile (25 giugno 1865); b) se il Castello Angioino, a far data dall’Unità d’Italia è
stato utilizzato come fortezza militare operativa e se sì, sino a quale data; c) l’esatta delimitazione delle aree sottratte al mare, in prossimità del Castello Angioino, lato Nord-Ovest dello stesso, a seguito della colmata dello specchio acqueo sottostante il detto Castello.”

In seguito all’atto di citazione del Comune di Mola, il Consiglio di Stato, in data 11 novembre 2014, ha preso atto di tale “domanda al giudice civile, al fine di accertare l’appartenenza al demanio pubblico dell’area in questione” e, pertanto, “sussistendo con evidenza un rapporto di pregiudizialità del giudizio civile rispetto a quello proposto in questa sede, dispone la sospensione del giudizio, ai sensi dell’art. 79 del codice del processo amministrativo e dell’art. 295 del codice di procedura civile.”

In sostanza, soltanto dopo che il Tribunale di Bari avrà deciso sulla titolarità dell’area di sedime del cinema demolito, il Consiglio di Stato si pronuncerà definitivamente. Si tratterà, ovviamente, di una decisione obbligata perché sarà la pronuncia del giudice civile a tracciarne la strada.

Dopo l’udienza di comparizione del 20 febbraio 2015, vi fu un successivo tentativo di mediazione del 30 marzo, obbligatorio per legge, ma dall’esito negativo.

Ovviamente, nel costituirsi, Roberto Patano ha rigettato ogni ipotesi di demanialità dell’area.

Però, la vera novità sta nella costituzione dell’Avvocatura distrettuale dello Stato di Bari, per conto dell’Agenzia del Demanio e del Ministero dell’Economia.

In particolare, nella comparsa di costituzione e risposta, il Procuratore dello Stato avv. Lydia Fiandaca se da un lato aderisce alle difese e alle richieste del Comune di Mola, “in ordine al riconoscimento della natura pubblica e non privata dell’area in oggetto”, dall’altra chiede, in via riconvenzionale, “che ne venga accertata e dichiarata l’appartenenza al demanio statale, nella specie al demanio marittimo e, per l’effetto, escludere la natura di area demaniale comunale.”

In sostanza, l’Avvocatura dello Stato rivendica, a sua volta, la proprietà dell’area ritenendo che il suolo, per la sua antica appartenenza alla costa, sia di esclusiva proprietà del demanio marittimo che, per le norme giuridiche generali, non può mai essere comunale bensì soltanto statale, pur se negli ultimi anni il demanio è passato nella disponibilità gestionale dei comuni.

In particolare, così si esprime l’Avvocatura dello Stato: “Lo stesso Comune afferma che agli inizi del secolo furono eseguiti imponenti lavori di colmata dello specchio delle acque sottostanti il Castello (lato mare) e fu realizzata un’arteria stradale che separò definitivamente dal mare il detto complesso e le aree adiacenti. Tale circostanza è sufficiente a far ritenere che le aree in precedenza occupate da specchi acquei e successivamente colmate, appartengono ancora per ciò solo al pubblico demanio marittimo dello Stato”.

Conclusioni

La causa civile per l’accertamento della proprietà del suolo di sedime del cinema, demolito nell’aprile 1995, è ancora lontana dal concludersi e, pertanto, al momento non è possibile una previsione sull’esito.

E’ ben chiaro che l’adesione alla tesi della proprietà demaniale, sostenuta dal Comune di Mola, da parte dell’Avvocatura dello Stato (che pure rivendica quel suolo quale demanio statale e non comunale) è un punto molto importante all’interno del processo.

Ai fini dell’esito processuale, sarà dirimente la relazione peritale che il CTU (consulente tecnico d’ufficio) depositerà e consegnerà all’autorità giudiziaria chiamata a decidere.

Al momento, sappiamo che il CTU sta svolgendo le sue ricerche e verifiche con molto scrupolo e attenzione, relazionandosi con le parti, e acquisendo numeroso materiale storico e probatorio.

Per ora, possiamo concludere questa ricostruzione con la consapevolezza di aver dato un contributo alla ricostruzione di una pagina molto importante della nostra storia locale.

Nel dossier, pubblicato in quattro parti nell’apposita sezione di “Mola Libera” (agevolmente consultabile),  abbiamo potuto valutare, fin dalla fine del periodo feudale, come l’arbitrio abbia prevalso a lungo sugli interessi generali della collettività, spesso nella tolleranza e nel silenzio delle autorità cittadine e statali.

Tuttavia, la pur lenta presa di coscienza comunitaria ha consentito di fare giustizia, con la demolizione del cinema abusivo, di un’iniquità durata oltre quarant’anni, dal 1952 al 1995.

Peraltro, gravi errori amministrativi, duramente sanzionati dal Consiglio di Stato, hanno permesso ai privati di tenere ancora in scacco il nostro Comune dal ’95 ai giorni nostri, in una querelle giudiziaria non ancora terminata.

Ecco una carrellata di importanti foto d’epoca connesse alla vicenda giudiziaria

Un’immagine del crollo dell’esattoria comunale (la fondiaria), avvenuto l’8 gennaio 1949, che sorgeva sul suolo sul quale fu poi costruito il cinema
Ecco come appariva il suolo, sul quale sorse poi il cinema, con le ultime macerie del crollo della fondiaria
Il cinema Castello durante l’edificazione (1956-57)
L’inaugurazione del cinema. Il quinto da sinistra è Vincenzo Patano, il primo da destra è il consigliere comunale Nazareno Sgobba del Partito Monarchico
L’ingresso del Castello nel periodo in cui fu adibito a mattatoio comunale
Enzo Linsalata (a destra), Assessore ai Beni culturali e Vice-sindaco, con il Sindaco Giovanni Padovano, nel 1987
28-11-1988 – L’Assessore Linsalata (in primo piano) presenzia alla demolizione dei servizi igienici del cinema addossati al Castello
28-11-1988 – La demolizione dei servizi igienici porta alla luce l’abuso compiuto ai danni del paramento esterno del Castello
8-3-1994 – Bari – L’Assessore Linsalata (in primo piano) mentre, con un folto gruppo di molesi, attende la favorevole sentenza del TAR Puglia che spianò la strada alla demolizione del cinema.

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