IL VASO DI PANDORA, NELLA VOLTA DI PALAZZO ROBERTI

0
138

Il prof. Simone continua, per i lettori di “Mola Libera”, la ricerca e l’illustrazione delle figure mitologiche nelle tele e nei dipinti di Palazzo Roberti. E’ la volta di Pandora.

di Dino Simone

A Palazzo Roberti non poteva mancare il personaggio di Pandora, che anzi, in uno dei clipei monocromi  della volta, è raffigurata con il marito Epimèteo.

Era Epimeteo figlio di Giapèto e fratello di Promèteo e di Atlante, che reggeva il modo sulle sue spalle. Il suo nome è tutto un programma e significa “colui che riflette in ritardo, che capisce dopo”.

Nei due miti, che lo vedono impegnato accanto a Prometeo o a Pandora, Epimeteo non ci fa una bella figura e dimostra non di pensare prima, come fa suo fratello Prometeo (“previdente”), ma di  capire dopo le conseguenze dei suoi gesti.

Platone fa raccontare al sofista Protagora, nel dialogo omonimo (XI, 319-322), il mito dell’origine dell’uomo e degli altri esseri viventi.

C’era un tempo – narra il sofista – in cui esistevano gli dèi, ma non esistevano le stirpi mortali. Quando poi anche per queste venne il tempo destinato per la loro creazione, furono dèi a foggiarle, nell’interno della terra, mescolando terra e fuoco e quelle sostanze che si fondono con fuoco e terra. E quando era destino che dovessero portarle alla luce, assegnarono a Prometeo e ad Epimeteo l’incarico di distribuire le facoltà a ciascuna razza come si conviene.

Ma Epimeteo chiese a Prometeo di lasciar fare a lui la distribuzione: “Quando le avrò distribuite”, gli disse, “tu verrai a controllare”. E, dopo averlo così persuaso, mise mano alla distribuzione. [..]

Se non che, non essendo un tipo molto accorto, Epimeteo non s’avvide di aver speso tutte le facoltà con gli animali: restava ancora sprovvista la razza umana, e non sapeva trovare una soluzione. Mentre si trovava in  questo impaccio Prometeo viene a controllare il risultato della distribuzione, e vede che le altre specie animali erano ben provviste di tutto, mentre l’uomo era nudo, scalzo, scoperto e inerme. Ed era ormai vicino il giorno predestinato in cui bisognava che anche l’uomo uscisse dalla terra alla luce. Prometeo, allora, trovandosi in difficoltà circa il mezzo di conservazione che potesse trovare per l’uomo, ruba ad Efesto e ad Atena la loro sapienza tecnica insieme al fuoco, perché senza il fuoco era impossibile acquisirla o utilizzarla, e così ne fa dono all’uomo. Grazie ad essa l’uomo possedeva la sapienza necessaria a sopravvivere, ma gli mancava ancora la sapienza politica, perché questa era in mano a Zeus.

[…]

Gli uomini cercavano di unirsi e di salvarsi fondando città. Ma, una volta che si erano uniti, si facevano torti l’un l’altro, perché non possedevano l’arte politica, sicché, tornando a disperdersi, morivano.

 Zeus, allora, temendo che la nostra specie si estinguesse, manda Ermes a portare agli uomini rispetto e giustizia, perché fossero regole ordinatrici di città e legami che uniscono in amicizia.

Epimeteo avrebbe  dovuto distribuire saggiamente le “buone qualità” (dynàmeis) fra tutti gli esseri viventi e invece, senza pensarci troppo, com’era nel suo costume, cominciò prima dagli animali e si  dimenticò degli uomini.

Nel mito di Pandora è lui che, non ascoltando  gli avvertimenti di Prometeo, accoglie la splendida creatura mandata da Zeus con il suo vaso, ed è sempre lui che, secondo alcune fonti, lo avrebbe aperto, facendone uscire tutti i mali.

Esiodo

Nelle Opere e i giorni Esiodo (poeta dell’ VIII-VII secolo a. C.) racconta il mito di Pandora, la prima donna,  che ha fatto perdere all’uomo lo stato primitivo di felicità (come Eva lo ha strappato dal Paradiso terrestre), riprendendolo dalla Teogonia, dove però non ne aveva indicato il nome, definendola soltanto un kalòn kakòn, uno splendido malanno.

Pandora (“che offre a tutti gli uomini i suoi doni”) era l’appellativo di Gea, la Terra. Riprendendo questo nome, Esiodo gli dà un’accezione negativa: Pandora (che può significare “dono fatto da tutti gli dei agli uomini”, oppure “dono a cui tutti gli dei hanno contribuito”) ha in sé tutti i doni, tutte le attrattive per ingannare gli uomini. E questa è certamente un’invenzione del poeta.

Zeus, adirato con Prometeo che aveva restituito con l’inganno il fuoco agli uomini, decide di inviare ai mortali un male senza rimedio, del quale tutti possano godere nell’animo, stringendosi con amore al loro malanno. Questo malanno è la donna, Pandora, la cui creazione ad opera delle varie divinità è stata già narrata diffusamente nella Teogonia. Si tratta in realtà di un essere meraviglioso, tanto per le sue doti fisiche quanto per le attrattive del suo ingegno, che possono rivolgere al bene o al male. Pandora ha portato l’umanità alla miseria del tempo presente perché Epimeteo l’ha accolta e lei ha tolto il coperchio al vaso, da cui  escono e si scatenano i mali della terra;  vi rimane dentro soltanto la speranza.

Allora Zeus, che aduna le nuvole, disse adirato a Prometeo:

“O figlio di Giapèto, tu che fra tutti nutri i pensieri più accorti,

tu godi del fuoco rubato e di avermi ingannato,

ma a te un gran male verrà, e anche agli uomini futuri:

io a loro, in cambio del fuoco, darò un male, e di quello tutti

nel cuore si compiaceranno, il loro male circondando d’amore”.

Così disse e rise il padre degli uomini e degli dèi:

a Efesto illustre ordinò poi che, veloce,

mescolasse della terra con acqua, vi ponesse dentro voce umana

e vigore e, somigliante alle dee immortali nell’aspetto, formasse

bella e amabile figura di vergine; poi ad Atena

che le insegnasse i lavori: a tesser la tela dai molti ornamenti,

e che grazia intorno alla fronte le effondesse l’aurea Afrodite

e desiderio tremendo e gli affanni che fiaccano le membra;

che le ispirasse un sentire impudente e un’indole scaltra

ordinò ad Ermete, il messaggero Argifonte.

Così disse, e quelli obbedirono a Zeus Cronide signore.

[…] Attorno le dee Grazie e Persuasione signora

le posero auree collane, attorno a lei

le Ore dalle belle chiome intrecciaron collane di fiori di primavera;

ed ogni ornamento al suo corpo adattò Pallade Atena.

[…] E voce le infuse l’araldo divino  e chiamò questa donna

Pandora, perché tutti gli abitatori dell’Olimpo

la diedero come dono, sciagura per  gli uomini…

Poi, dopo che l’inganno difficile e senza scampo ebbe compiuto,

ad Epimeteo il padre mandò l’illustre Argifonte,

araldo veloce, a portare il dono degli dèi; ed Epimeteo

non volle porre mente, come a lui Prometeo diceva,

a non accogliere mai dono da Zeus Olimpio, ma rimandarlo

indietro, che qualche male non dovesse venire ai mortali:

però solo dopo che l’ebbe accolto, quando subì la disgrazia, capì.

Prima infatti sopra la terra la stirpe degli uomini viveva

lontano e al riparo dal male, e lontano dall’aspra fatica,

da malattie dolorose che agli uomini portan la morte

– veloci infatti invecchiano i mortali nel male -.

Ma la donna, levando con la sua mano dall’orcio il grande coperchio,

li disperse, e agli uomini procurò i mali che causano pianto.

Solo Speranza, come in una casa indistruttibile,

dentro all’orcio rimase, senza passare la bocca, né fuori

volò, perché prima aveva rimesso il coperchio dell’orcio

per volere di Zeus egioco che aduna le nubi.

E infinite tristezze vagano fra gli uomini

e piena è la terra di mali, pieno ne è il mare  (Opere, vv. 53- 101,  passim).

Epimeteo non ha dato ascolto a Prometeo, che gli aveva raccomandato di non accettare nessun dono da Zeus,  e “solo dopo capì”.

Esiodo, Le Opere e i Giorni

Secondo Robert  Graves, Miti  greci,  la leggenda di Prometeo, Epimeteo e Pandora  è una favola antifemminista inventata probabilmente da Esiodo stesso,  per spiegare nelle Opere e i giorni perché l’uomo deve procurarsi il necessario per vivere con il lavoro e la fatica. Teniamo presente che caratteristica costante della letteratura  greca sarà la misoginia e che Semonide (VII-VI secolo  a. C.) farà discendere le donne dai vari animali: per lui si salvava soltanto la donna-ape, lavoratrice, parsimoniosa:  “quando la trova uno è fortunato; a lei sola non si accompagna il biasimo; fiorisce grazie a lei e prospera la casa”.

Il poema Le Opere e i Giorni è dedicato da Esiodo al fratello Perse che, con la complicità di giudici disonesti,  gli aveva  sottratto la parte più cospicua dell’eredità paterna.

Raccontandogli questo mito, e poi quello delle cinque età del mondo, il poeta vuol  far capire al fratello la necessità del lavoro, la sua utilità e dignità ,”lavorare non è vergogna,  non lavorare è vergogna (érgon d’oudēn òneidos, aerghìē dè t’òneidos)”.

Il vaso di Pandora

A metà dell’opera, ricollegandosi a un tipo di donna simile a Pandora, il poeta invita Perse a non fidarsi di una donna leggera, provocante, interessata solo ai suoi averi  (“che non ti inganni il cuore sussurrandoti carezzevoli parole e osservando la dispensa”). Il termine greco pygostòlos, che Esiodo usa per connotare un tale tipo di donna e che letteralmente  viene tradotto  “che si orna il sedere, dal didietro azzimato”, allude ai vestiti stretti, che mostrano le forme del corpo, mettendo in evidenza il lato B. Questo aggettivo, usato per indicare la capacità di seduzione delle donne,  si contrappone a quello che caratterizza i personaggi femminili dei poemi omerici, elkesìpeplos, “dal lungo peplo”, lett.  “che trascina il vestito”.

Fu Zeus a volere che Pandora fosse seducente e che Hermes le infondesse in petto “l’indole ingannevole, le menzogne e gli astuti discorsi”.

Esiodo dà al fratello  istruzioni sulla coltivazione dei campi, sull’alternarsi delle stagioni, sull’età in cui per l’uomo è opportuno sposarsi e sul tipo di moglie da prendere.

Per quanto riguarda l’età delle nozze, il poeta consiglia all’uomo di sposarsi poco dopo i trent’anni, ovviamente con una ragazza molto giovane e illibata (parthenikè, vergine) e del vicinato e conclude questa sezione  affermando che “non vi è cosa migliore che sposare una buona moglie” (gynaikòs … tēs  agathès).

J. W. Waterhouse, Pandora apre il vaso

Il mito di Pandora è raccontato nei due poemi esiodei con una diversa finalità. Nella Teogonia, un poema basato sulle genealogie di dèi ed eroi, Esiodo ha inserito il mito della prima donna, bellissima e ingannevole, progenitrice della trista genia delle donne, causa di mali per gli uomini, presentando i discendenti di Giapèto, in particolare Prometeo, che per il furto del fuoco  era stato punito duramente da Zeus e fatto incatenare ad una rupe della Scizia (il Caucaso), dove ogni giorno un’aquila gli rodeva il fegato che poi gli ricresceva durante la notte. Da tale supplizio il titano era stato liberato da Eracle. A questo personaggio, visto come un benefattore dell’umanità, che aveva osato sfidare il potere di Zeus, per migliorare le condizioni di vita degli uomini, Eschilo dedicò ben due tragedie, il Prometeo incatenato e il Prometeo liberato.

Prometeo dà il fuoco agli uomini

Ma l’ingannò di Giapèto l’accorto figliuolo, e la vampa

che lunge brilla, a lui rubò dell’indòmito fuoco,

entro una ferula cava. Nel mezzo del cuore fu morso

Giove che freme dall’alto, di bile fu pieno il suo cuore,

come fra gli uomini vide la vampa che fulge lontano;

e un male, a trar vendetta del fuoco, creò pei mortali.

Un simulacro plasmò con la terra l’insigne Efesto,

simile ad una fanciulla pudica: lo volle il Croníde.

La cinse e l’adornò la Diva occhiglauca Atèna,

con una candida veste, sul capo le pose una mitra

istorïata con le sue mani, stupenda a vederla,

e su la fronte corone le pose Pàllade Atèna

di fiori, appena appena spiccati dall’erba fiorente.

E d’oro un dïadema le cinse d’intorno alla fronte,

che avea per lei foggiato l’artefice insigne ambidestro,

[…]

 E poi, dopo che egli [Efesto] fece il bel male invece del bene,

condusse dov’eran gli altri Celesti e i mortali la donna,

tutta dei fregi ornata d’Atena dagli occhi azzurrini.

E meraviglia colse le genti mortali ed i Numi,

quando videro l’alto inganno, senza scampo per gli uomini.

Da questa derivò delle tenere donne la stirpe,

la razza derivò, la genía rovinosa delle donne,

grande sciagura, che vive fra gli uomini nati a morire,

che della povertà compagne non sono, ma del lusso.

Prometeo incatenato

[…]

E un altro male, invece d’un bene, anche inflisse ai mortali:

chi, per fuggire i tanti pensieri che le femmine dànno,

schiva le nozze, e giunge soletto all’esosa vecchiezza,

non ha, seppure nulla gli manca, nessun che l’assista…

Per colui invece a cui diede le nozze il destino,

quand’anche abbia una moglie pudica, di mente assennata,

col tempo, anche per lui si bilanciano il bene ed il male.

Ma quello che s’imbatte con una di trista genía,

nutre, per tutta quanta la vita, una smania nel petto,

nell’animo , nel cuore, rimedio non c’è del suo male.

Né trasgredire si può, né ingannare il volere di Giove.

Neanche Prometèo, di Giapèto il benefico figlio,

all’implacato suo sdegno sfuggí: con fatale potenza

immani ceppi lui costrinsero; e tanto era scaltro (Teogonia, 565-616, passim).

Nella Teogonia il mito della donna (Pandora) si inserisce nella contesa tra le divinità, e l’invio di Pandora,  incarnazione di tutti i mali che affliggeranno l’uomo, appare come una ritorsione  da parte di Zeus contro Prometeo che lo ha beffato per ben due volte. Per Zeus si tratta di mandare all’uomo la punizione peggiore che possa esser pensata.

Pandora apre il vaso

Anche nelle Opere e i giorni  le parole che Zeus pronuncia nel momento in  cui decide di mandare Pandora sono  ispirate a ira e desiderio di vendetta, ma l’attacco con cui la narrazione del mito si apre, “Gli dei tengono nascosti agli uomini i mezzi di vita”, e poi i  versi successivi (… se così non fosse, in un sol giorno ti procureresti agevolmente di che vivere…. Tralasciando il lavoro dei buoi e delle mule pazienti. Ma Zeus li nascose,  essendo sdegnato nell’animo, ché Prometeo,  l’astuto, l’aveva ingannato) indicano chiaramente che la conseguenza della contesa fra Prometeo e Zeus è il voler tenere nascosto all’uomo il bios, cioè  i mezzi per vivere. Il mito di Pandora è qui tutto incentrato sull’uomo ed ha lo scopo di far capire le ragioni dei mali che lo affliggono e della necessità del lavoro.

Nel Protagora di Platone Prometeo entra in azione per porre riparo ai danni provocati da Epimeteo, dando all’uomo, in mancanza delle dynameis, ormai esaurite, il fuoco e la sapienza tecnica, invece nel  mito narrato nelle Opere domina il pessimismo più cupo: nessuno può rimediare all’errore e all’insipienza di Epimeteo, che, colpito dalla bellezza e dalle capacità di Pandora, l’aveva presa con sé, diventando corresponsabile dei mali che da quel momento affliggeranno l’umanità.

Epimeteo e Pandora (Palazzo Roberti)

 

 

 

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here