ERCOLE, NEL MITO DI ALCESTI A PALAZZO ROBERTI

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Il prof. Dino Simone racconta ai nostri lettori uno dei personaggi mitologici più raffigurati nei dipinti di Palazzo Roberti.

di Dino Simone

Alcesti, chi era costei? direbbe il Manzoni.

Chi era e che cosa c’entra con Palazzo Roberti?

C’entra, c’entra. Nel suo mito ha un ruolo importante Eracle/Ercole un eroe che ben conosciamo, uno dei personaggi mitici più raffigurati a Palazzo Roberti.

Ercole è l’eroe dalla forza straordinaria che ha lottato contro mostri e briganti ed è considerato un benefattore dell’umanità, l’eroe delle proverbiali “dodici fatiche”, ma anche di tante altre imprese disperate, l’eroe dalla potente sessualità  che ha amato tantissime donne (Deianira, Onfale, Iole), ma anche un personaggio facile all’ira, che lo porta a compiere  gravi delitti, l’uccisione dell’amico Ifito e dei figli avuti dalla prima moglie (pensiamo all’omonima tragedia di Euripide e all’Hercules furens di Seneca).

Nel mito di Alcesti , figlia di Pelia e moglie di Admeto, re della Tessaglia, Eracle combatte addirittura con Thanatos, la Morte, e vince: riesce a strappargli  Alcesti ormai senza vita e a riportarla al marito.

Admeto è più fortunato di Orfeo, che si vede sfuggire Euridice quando ormai era a un passo dall’uscita dall’Averno. I due miti sono strettamente legati nelle varie fonti.

Ecco come racconta la leggenda di Alcesti e Admeto Platone nel Simposio (179 b-d ):

Solo  gli amanti sono disposti a morire l’uno per l’altro, e non solo gli uomini ma anche le donne. Ne offre eloquente testimonianza ai  Greci Alcesti, figlia di Pelia, che sola accettò di morire al posto di  suo marito, il quale pure aveva padre e madre: Alcesti, ispirata dall’amore, a tal punto li superò nell’affetto, da farli apparire come estranei al proprio figlio e a lui congiunti solo di nome. E questa azione parve così bella, non soltanto agli uomini ma anche agli dei, che, per quanto varie e belle azioni altri avesse compiuto, a ben pochi gli dei concessero il privilegio di ricondurre dal regno dei morti la propria anima, ma ad Alcesti diedero questo privilegio, ammirati dell’azione  che aveva compiuta: a tal punto anche gli dei onorano lo slancio e la virtù d’amore!

Secondo Platone Orfeo fu rimandato a mani vuote dall’Ade perché non aveva osato morire per amore, come Alcesti, ma era sceso vivo nel mondo degli Inferi, sperando di liberare Euridice grazie al potere della musica. Invece per Virgilio Orfeo, colto da improvvisa follia, aveva perso per sempre la sua sposa perché si era voltato a guardarla, nonostante il divieto degli dei.

Nell’omonima tragedia di Euripide non è la dea Persefone che fa tornare nel mondo dei vivi Alcesti, commossa dal sacrificio da lei compiuto per il marito, ma Eracle che lotta con Thanatos.

L’Alcesti è in fondo una bella favola, una tragedia a lieto fine. Comincia con un modulo ricorrente: una persona deve morire, e finisce lietamente, con l’intervento di un personaggio straordinario.

Erant in quadam  civitate  rex et regina  (C’erano una volta un re e una regina): inizia così la favola di Amore e Psiche nelle Metamorfosi  o  L’Asino d’oro di Apuleio (II secolo d. C.).

Potrebbe essere questo lo stesso incipit dell’Alcesti, ma in greco, Èsan èn tini polei basilèus kai basìleia, solo che qui, a differenza della fabula latina è indicata anche la civica: Fere in Tessaglia.

Il mito di Alcesti, la sposa che accetta di morire al posto del marito Admeto, proviene da un antico motivo folkloristico: il sacrificio per amore, che presenta molte varianti.

In un giorno inaspettato, che spesso coincide con le nozze, arriva la morte a reclamare la vita della propria vittima, ma questa, con un elemento tipico della fiaba, ottiene di continuare a vivere, a patto che qualcuno accetti di morire al suo  posto. In alcune versioni è l’uomo a sacrificarsi per l’amata.

Mentre nelle tradizioni folcloristiche la divinità è solitamente unica, in Euripide si articola in tre distinti personaggi: Thanatos, il dio della morte; Apollo il dio che ha ottenuto lo scambio in favore di Admeto, come contraccambio dell’ospitalità ricevuta; Eracle, il semidio che, in virtù della sua doppia natura, si fa salvatore di Alcesti, ingaggiando una lotta con Thanatos.

Nella tragedia di Euripide la novità è data dall’intervento di Eracle, che davanti alla tomba di Alcesti lotta con Thanatos per strappargli la donna e ricondurla ad Admeto. Quella di Alcesti è una vera e propria resurrezione, elemento qui fiabesco e popolare. Ma, come conferma un affresco di una catacomba della Via Latina, del IV secolo d.C., in cui  Ercole è raffigurato mentre riporta in vita Alcesti, il mito diventa raffigurazione di  Cristo che risorge dai morti.

Il re Admeto deve morire, ma il dio Apollo ha ottenuto dalle Moire, le dee del destino, che egli potrà salvarsi  a patto che qualcuno sia pronto a morire per lui.

Perché Admeto deve morire?  Il poeta non dà alcuna risposta, non indaga. In altre fonti, il re di Fere  sconta la colpa di aver dimenticato Artemide nei sacrifici compiuti in occasione delle sue nozze.

Euripide non spiega neanche perché Admeto accetta che un altro, un innocente, muoia al suo posto. Perché non si ribella, perché non affronta il suo destino.

Ma, come avviene con le favole, anche in questo caso non dobbiamo farci molte domande.

Alcesti è, tra le tante eroine di Euripide (Medea, Fedra, Elena), l’unico personaggio positivo, l’unico che Euripide ammira. Moglie devota, decide di morire al posto  di Admeto, mentre i  vecchi genitori si sono rifiutati di sacrificare la propria vita  per il figlio.

ALCESTI (sul letto di morte)  
Angelica Kauffmann, Morte di Alcesti

Admeto, tu vedi come vanno le cose per me. Prima che arrivi la fine, vorrei comunicarti i miei desideri. Ti ho onorato, ti ho permesso, dando in cambio la vita, di godere ancora la luce del sole: muoio per te, e mi era possibile non farlo, prendermi, ad arbitrio mio, uno sposo fra i Tessali, abitare in una reggia sontuosa. Ma non ho voluto vivere priva di te, con i figli orfani, non ho esitato a sacrificare la giovinezza di cui godevo, io. Ma l’uomo che ti ha generato e la donna che ti ha partorito ti hanno tradito entrambi: eppure erano arrivati a un’età in cui è bello andarsene, salvare il figlio e morire gloriosamente. Eri il loro unico figlio, scomparso te non potevano sperare di metterne al mondo un altro. Avremmo avuto davanti a noi ancora molti anni, tutti e due, e tu non piangeresti ora per avere perduto la sposa, non ti toccherebbe allevare da solo i figli. Ma un dio ha deciso che le cose andassero così. Lasciamo stare. Serbami gratitudine per tutto questo. Io non ti chiederò un favore uguale – niente è più prezioso dell’esistenza -, ma giusto, e lo ammetterai.

Tu, da buon padre, ami i tuoi figli come li amo io. Lasciali padroni della mia casa, non dargli una matrigna, sposandoti di nuovo.  

 Admeto, accettando il sacrificio della moglie, le promette che non si risposerà e che resterà fedele al  suo ricordo per tutta la vita.

ADMETO

Proprio così: non aver paura. Da viva eri mia moglie e anche da morta sarai nota come la mia unica moglie: nessuna donna tessala prenderà il tuo posto, chiamerà Admeto «marito mio». Non esiste un’altra donna di stirpe tanto illustre né di bellezza pari alla tua. Quanto ai figli, mi bastano quelli che ho: chiedo solo agli dèi che costituiscano il mio conforto, visto che ho perduto te troppo presto. Il lutto per te non lo porterò per un anno, ma per sempre, finché vivo, insieme all’odio per chi mi ha partorito, al rancore per chi mi ha generato: mi amavano a parole, e non di fatto. Tu hai offerto, in cambio della mia vita, quanto c’è di più caro e così mi hai salvato. E non devo piangere se perdo una compagna come te? Niente più feste, niente più simposi e convitati, niente più ghirlande: e via anche la musica che riempiva le mie stanze. Non mi sentirei più di prendere in mano una cetra, non mi darebbe sollievo cantare al suono del flauto libico: tu mi hai tolto ogni gioia di vivere.

[…] Magari avessi la voce e il canto di Orfeo, per ammaliare la figlia di Demetra o il suo sposo e così portarti via dall’Ade. Scenderei tra le ombre, e né il cane di Plutone né Caronte, il nocchiero delle anime potrebbero impedirmi di restituirti alla luce. Ma così come stanno le cose, aspettami, finché non giunga il mio ultimo giorno: prepara la dimora, dove tu ed io abiteremo insieme.

Ancora un richiamo alla figura di Orfeo, di cui Admeto vorrebbe avere il dono del canto, per scendere nell’Ade a liberare Alcesti. Per Platone, invece, Orfeo è stato un imbelle, che non ha avuto il coraggio di morire per amore.

Alcesti è morta. La reggia di Admeto è in lutto.Tutti piangono.

F. Leighton, Eracle lotta con Thanatos per il corpo di Alcesti (1869)

A questo punto entra in scena Eracle, che è di passaggio:  sta andando a  compiere un’altra delle sue fatiche. Admeto non gli dice che è morta sua moglie e ordina ad un servo di accompagnare Eracle nella stanza degli ospiti, di preparargli un pranzo “ricco e abbondante” e di chiudere bene le porte, perché né pianti né lamenti devono turbarlo.

Mentre Eracle banchetta nelle stanze interne, Admeto, uscendo dal palazzo con il corteo funebre di Alcesti, vede venire il padre Ferete  con le offerte rituali. Violento, senza esclusione di colpi è lo scontro tra padre e figlio, che si accusano reciprocamente di egoismo e di viltà.

FERETE

Sono qui per partecipare al tuo dolore, figlio: hai perduto un’ottima e fedele moglie … Bisogna onorarne le spoglie, perché si è immolata per te e non mi ha privato del figlio: non mi vedrò costretto a consumare una penosa vecchiaia senza di te. […]

ADMETO

Io qui, a questo funerale non ti ho invitato e la tua presenza non la considero gradita. Lei non indosserà mai il corredo funebre che le hai portato, non ha bisogno dei tuoi doni, per la sepoltura. Al mio dolore dovevi partecipare quando ero in pericolo di vita. E dopo esserti defilato, dopo avere permesso che morisse un’altra persona, giovane, tu, così vecchio, vieni ora a piangere su questo cadavere? …Ti distingui per viltà da tutti: decrepito come sei, al termine dell’esistenza, non hai voluto, non hai avuto il coraggio di sacrificarti per tuo figlio. Avete permesso che lo facesse lei …

FERETE

 […] Figlio. che torti ti ho fatto? E di che cosa ti privo? Non ti chiedo di morire per me, e tu non chiedermi di morire per te. Ti piace vivere: e credi che a tuo padre non piaccia? Hai lottato spudoratamente per evitare la morte e vivi oltre il termine a te assegnato uccidendo lei. E accusi me di viltà, tu un codardo vinto da una donna, che è morta per la tua bella faccia?

Mentre fuori della reggia si svolgono i funerali di Alcesti, nel palazzo Eracle continua a banchettare e beve vino puro per inebriarsi. Non è il solito eroe di tante altre tragedie, qui è piuttosto il personaggio tipico dei drammi satireschi.

Ecco che cosa dice di lui un servo.

SERVO

Ospiti arrivati alla reggia di Admeto ne ho conosciuti e serviti a tavola tanti, ma sinora non me n’era capitato nessuno peggiore di questo. Aveva ben visto la tristezza del mio padrone, ma ha avuto lo stesso la faccia tosta di entrare, di oltrepassare le soglie del palazzo. E poi, pur conoscendo la situazione, non si è accontentato dei cibi che gli venivano imbanditi, no, quello zotico se qualcosa mancava ce la chiedeva con insistenza…

A sua volta Eracle si meraviglia dell’espressione seria e preoccupata del servo, che è scuro in volto, sebbene sia morta una persona estranea alla famiglia, come gli ha fatto credere Admeto e lo invita a godersi la vita e a brindare a Cipride, la dea dell’amore, la più piacevole di tutte le dee. Queste parole di Eracle riflettono la sua umanità, la letizia con cui accetta le fatiche, il dolore e la morte. Secondo la critica, questa raffigurazione grottesca di Eracle mangione è il frutto del dolore del servo, che si sente offeso dal  comportamento dell’eroe. Alla fine il servo gli rivela che è morta proprio Alcesti, la moglie di Admeto.
ERACLE

L’avevo intuito, vedendo gli occhi gonfi di lacrime, i capelli rasi, il volto di Admeto. Ma era riuscito a convincermi, raccontandomi che stava seppellendo una persona non di famiglia. E io, facendo violenza ai miei sentimenti, ho oltrepassato lo stesso la porta, ho bevuto nella casa di un uomo ospitale, in un momento così grave per lui. E sono qui a gozzovigliare, con la testa cinta di fiori? Ma tu, tacermi la disgrazia che c’era in casa! Dove seppellisce Alcesti? Dove posso raggiungerlo?

Avendo saputo dal servo che la tomba di Alcesti si trova appena fuori dalla città, l’eroe decide di correre  lì per strappare la moglie di Admeto alla morte.
ERACLE

Tu mio cuore, che molto hai osato, e voi, mie mani mostrate ora quale figlio Alcmena ha generato a Zeus. Devo salvare la donna spirata di recente, riportare tra queste mura Alcesti, ricambiare la gran cortesia di Admeto. Mi precipito laggiù e aspetto al varco il signore dei morti, Thanatos dalle nere vesti: penso di sorprenderlo mentre beve il sangue delle vittime, vicino alla tomba. Balzando dal luogo della mia imboscata, lo agguanterò, lo stringerò nella morsa delle mie mani e nessuno potrà strapparlo dalla mia presa finché non mi abbia restituito Alcesti.

E così avverrà. Eracle è l’eroe che lotta con Thanatos presso la tomba di Alcesti e si fa consegnare la donna, ma è anche  un burlone che porta ad Admeto una fanciulla velata, per metterne alla prova il  giuramento di fedeltà fatto alla moglie in punto di morte.

ERACLE

Io mi sono incoronato il capo di fiori, ho libato agli dèi in una reggia funestata dalla tua disgrazia. E ti incolpo, ti incolpo per quello che mi è successo, ma non voglio rattristarti ulteriormente…. Ti spiego la ragione per cui sono di nuovo qui. Ti prego di prendere questa donna e di custodirmela finché non sarò di nuovo qui con le cavalle tracie, dopo avere ucciso il re Diomede. Se mi succede quello che non vorrei – io mi auguro di tornare – te ne faccio dono: tienila come ancella in casa. Ne sono venuto in possesso con molta fatica. Ma devi aver cura tu di questa donna: non l’ho rubata, me la sono conquistata battendomi duramente. Verrà il momento in cui anche tu, probabilmente, mi elogerai per questo.

ADMETO

Ti prego, se è possibile, affida questa donna a un altro tessalo che non abbia patito le mie sofferenze, hai tanti amici qui a Fere: non richiamarmi le mie angosce. A vedermi questa donna in casa non riuscirei a trattenere le lacrime….Dovrei assegnarle stabilmente il talamo della defunta? … Ma Alcesti merita il mio più profondo rispetto. Quanto a te, donna, chiunque tu sia: lo sai che hai la stessa statura di Alcesti e che le assomigli, fisicamente? Ahi! Portala via, lontano dalla mia vista, per gli dèi, non colpire uno che è già segnato dal dolore. La guardo e mi sembra di vedere la mia sposa: il cuore mi batte forte, gli occhi mi si riempiono di lacrime, sono disperato, adesso provo tutta l’amarezza del mio dolore.

Alla fine di una serrata sticomitia (dialogo in cui ogni personaggio recita una battuta di un solo verso) Eracle, convinto della sincerità e della  fedeltà di Admeto, che mai avrebbe accolto nel suo letto la donna velata, gli  conferma che sì, quella che vede è proprio Alcesti. Per adesso  è muta, ma potrà parlare tra qualche giorno, quando sarà sciolta dal vincolo che la consacra agli dei inferi.
Ercole riporta in vita Alcesti

Nel Novecento il mito di Alcesti è stato ripreso più volte da: Rilke, Yourcenar, Raboni.

L’opera più rispettosa del modello euripideo, che viene ricordato a grandi linee,  è quella di Marguerite  Yourcenar  (Il mistero di Alcesti), anche se cambia  l’ambientazione. Admeto non è più un re,  ma il proprietario di una “grande dimora rustica”. Inoltre la Yourcenar, rispetto al mito tradizionale, introduce il motivo di una vecchia maledizione familiare che esige che ad ogni generazione la sposa muoia per lo sposo.

Nell’Alcesti o La recita dell’esilio, di Giovanni Raboni, l’azione drammatica, ambientata in età moderna, è semplice e lineare. I personaggi sono ridotti a tre: Stefano (Admeto), il padre Simone (Ferete) e la moglie Sara (Alcesti), con un personaggio che compare ad intermittenza, il Custode. Dei tre  soltanto due potranno salvarsi e fuggire dal vecchio teatro in cui hanno trovato riparo, per sottrarsi ad una persecuzione politica.

Nella lirica Alcesti Rainer Maria Rilke trascura la versione euripidea. La vicenda, in sintonia con la tradizione folcloristica, è ambientata nel giorno delle nozze. Un ruolo importante ha Hermes, come nell’altra lirica di Rilke: Orfeo. Euridice. Hermes.

La narrazione comincia con l’arrivo inaspettato, e inizialmente passato inosservato,  del nunzio di morte, probabilmente Hermes nelle sue funzioni di psicopompo.

J. H. Tischbein, Eracle consegna ad Admeto una donna velata

A un tratto il messo era comparso, come
un ospite nuovo,  immerso nel tumulto
della festa di nozze, fra la gente.
Ed essi, i bevitori, non sentirono
il dio dal chiuso andare, che portava
la sua divinità come un mantello
umido, e parve loro uno dei tanti
mentre passava. Ma improvvisamente
vide in mezzo ai discorsi uno degli ospiti
a capo della tavola lo sposo
come non più disteso, ma rapito
in alto, rispecchiare dal profondo
un’ombra estranea che paurosamente
gli si volgeva… E subito fu chiaro,
fu calma, solo con un resto
a terra di torbido rumore, un gorgogliare
di balbettii cadenti, già corrotti,
di sorde risa trattenute. Allora
riconobbero il dio, l’agile dio,
che stava, pieno della sua missione,
implacabile, – e quasi si comprese.
Pure, quando fu detto, parve piú
d’ogni scienza, non cosa da comprendere.
Deve morire Admeto. Quando? Adesso.

 […]

Admeto tendeva le mani al dio che fuggiva, dopo aver portato il suo annuncio di morte, e gli chiedeva  di vivere almeno una sola notte, quella notte. Ma il dio negava.

Accorsero i suoi vecchi genitori, mentre lui gridava ma li lasciava andare.

Si  rivolse allora all’amico Kreon /Creonte, ma non c’era più, si era dileguato.

Ma ecco che venne lei, Alcesti, che però si volse non verso di lui, ma parlò al dio e gli chiese di prenderla al posto di Admeto.

Quel letto che di là aspetta gli sposi appartiene all’oltretomba e lei ne ha già preso commiato. Come  ha ormai preso commiato dalla vita.  Lei “Prendimi, prendimi per lui” chiede al dio.

Ferdinand Victor Eugene Delacroix – Hercules and Alcestis

Come la brezza che si leva al largo,
il dio s’avvicinò, quasi a una morta
e fu lontano subito dall’uomo
a cui in un breve gesto egli donava
tutte le cento vite della terra.
Admeto, vacillante, li rincorse
per aggrapparsi, come in sogno. E loro
erano già dove le donne in pianto
gremivano l’uscita. Ma una volta
ancora egli le vide il viso, indietro
rivolto, in un sorriso chiaro come
una speranza, una promessa: a lui
tornare adulta dalla cupa morte,
a lui vivente…
        Allora egli le mani
premette sulla fronte, inginocchiato,
per non vedere piú che quel sorriso
.  (Traduzione di Giaime Pintor)

L’Admeto di Rilke è caratterizzato da un desiderio di vivere quasi infantile, a differenza di Alcesti, il  cui nome campeggia solitario nel titolo, ma non si fa mai nel corso della narrazione.

 La lirica è densa di significati simbolici: le nozze sono viste come un “rito di passaggio”, dalla fanciullezza (e  dalla verginità) all’età adulta, mentre Il commiato da uno stadio della vita diventa quasi una forma di morte.

Palazzo Roberti, Clipeo con le imprese di Eracle

 

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