NICO DONNO IN AMAZZONIA: “HO VISSUTO IN SIMBIOSI CON LA MADRE TERRA”

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Il viaggiatore molese racconta la sua straordinaria esperienza di vita all’interno di un’antica e fiera popolazione, nella parte più remota dell’immensa giungla brasiliana.

Seconda parte

NELLA TRIBU’ DEI “KAYAPO'”, TRA LE FORESTE IMPENETRABILI DEL MATO GROSSO

Nico Donno con un grosso caimano (in portoghese jacarè) – Pantanal, Brasile (estate 2014)

Dopo la prima parte, pubblicata sabato scorso, ecco la seconda parte della nostra intervista a Nico Donno, molese, viaggiatore perenne.

Nico, del tuo instancabile tour per le vie del mondo, puoi raccontarci dell’esperienza vissuta nella foresta pluviale brasiliana?

Nell’estate del 2014, dopo aver visitato alcuni Stati brasiliani, fra i quali il Paranà, l’Amazonas, il Bahia e il Rio de Janeiro, raggiunsi il Mato Grosso dove, grazie ad un “contatto fidato”, incontrai Yuri, un’esperta guida meticcia, appartenente ad una comunità di cablocos (incrocio tra i primi coloni portoghesi e gli indios). Grazie a Yuri, riuscii a raggiungere un piccolo villaggio di Kayapò, un’antica popolazione che vive all’interno dell’impenetrabile foresta pluviale, tra i meandri del fiume Xingù (un affluente del Rio Negro), nel nord del Mato Grosso.

Molti degli insediamenti kayapò sono del tutto inaccessibili, mentre altri gruppi della tribù hanno accettato, loro malgrado, contatti con i colonizzatori.

Confesso che quella con i kayapò è stata l’esperienza più coinvolgente e totalizzante che ho vissuto stando a diretto contatto con la natura. Lì ho fatto il mio primo bagno in un fiume dove erano presenti caimani e piranha – questi ultimi sono pericolosi solo in presenza di sangue .

Stavo bene in mezzo alla natura … nel cuore della foresta più grande del mondo … mi sentivo totalmente libero e in armonia con i ritmi dalla Terra.

Dormivo sul mio sacco a pelo all’interno di una capanna. Lo sciamano del villaggio sosteneva che dormire sulla nuda terra aiuta a rientrare in connessione con la natura, in una sorta di processo di intima comunione. Pur essendo decisamente pragmatico, confesso che nei giorni che sono stato ospite in quello sperduto villaggio, ero arrivato al punto di avvertire determinate vibrazioni e flussi di energia presenti in quell’”universo verde”.

Non credo al destino in quanto limiterebbe eccessivamente l’individualità dell’uomo che, invece, necessita del libero arbitrio, ma in quella foresta avvenne qualcosa di particolare. Appena giunto tra i kayapò, dopo un faticosissimo tragitto nella fitta foresta pluviale dove è presente un tasso di umidità del 90%, mi trovai davanti degli uomini seminudi, di bassa statura e dalla pelle tatuata … erano armati di arco e frecce e sembravano guardarmi con diffidenza … in quel momento, oltre alla netta sensazione di aver infranto la “barriera del tempo”, ebbi la consapevolezza di essermi cacciato nei guai. Yuri, la guida, mi tranquillizzò dicendomi che quegli uomini non erano ostili ma solo parecchio incuriositi … probabilmente, molti di loro vedevano per la prima volta un europeo. Dopo un paio di giorni, infatti, vivendo con loro mi resi conto di essere, forse, giunto proprio dove il “destino” mi stava aspettando.

I kayapò hanno un innato e profondo senso dell’accoglienza: quando ti invitano nella loro povera capanna ti offrono, spesso privandosene, quel poco che possiedono: per loro l’ospitalità è sacra.

Con un’anaconda lunga 4 mt e pesante circa 100 kg. – Amazzonia, Brasile (estate 2014)

Cosa ti ha affascinato maggiormente di quella comunità indigena?

Nonostante la mancanza di ricchezza materiale i kajapò vivono sereni, giorno per giorno, senza crucciarsi troppo del futuro. Sono liberi (lo si legge nei loro sguardi) … immersi nella natura più  selvaggia.

A caccia e a pesca, poi, catturano solo le prede che necessitano per sfamare se stessi, la propria famiglia o la loro comunità. Non conoscono l’avidità o la speculazione. Tutto ciò, ovviamente, spiazza e colpisce come un pugno nello stomaco noi occidentali.

Sono rimasto, inoltre, affascinato dal fortissimo e indissolubile legame simbiotico che i kayapò (animisti che incorporano nelle loro pratiche anche riti cosmologici) hanno sviluppato nei confronti della “Madre Terra”, intesa come immensa forza spirituale. Tanto che ogni attentato a quest’ultima è anche un attentato a loro stessi. Questo tipo di concezione sfuma notevolmente (in molti casi sparisce totalmente) nella percezione del mondo occidentale, dove l’economia e la forza del denaro sono causa e fine ultimo dell’esistenza.

Mi ha colpito, particolarmente, la fierezza con la quale questa comunità ha mantenuto integri la propria lingua e i propri costumi a dispetto del furto e dell’occupazione massiccia ed indiscriminata delle loro terre da parte delle multinazionali del legname e delle industrie minerarie. Per questi indios la Terra era perfetta all’origine, poi l’avida mano dell’uomo moderno l’ha stravolta e umiliata.

I kayapò, oramai da decenni si battono, sostenuti da numerosi attivisti provenienti da ogni parte del mondo, contro la realizzazione del mega-progetto governativo che prevede la costruzione, sul fiume Xingù, della diga idroelettrica di Belo Monte che costringerebbe circa 20.000 indiani all’esodo dalla propria terra. La corruzione dilagante nelle alte sfere politiche, però, continua ad indebolire gli sforzi di resistenza degli indios e della fragile opposizione all’interno del parlamento brasiliano. I capi kayapò che protestano contro la creazione della diga sono costantemente minacciati e, alcuni, sono stati brutalmente uccisi. Esecutori e mandanti non sono mai stati perseguiti dalla legge.

Sul Rio Xingù – Mato Grosso, Brasile (estate 2014)

Quali sono gli usi e i costumi di quella tribù?

Gli indios kayapò, hanno una conoscenza impareggiabile di piante ed animali della foresta e rivestono un ruolo di vitale importanza nella conservazione della biodiversità. Utilizzano circa 250 diverse piante alimentari e 650 medicinali. Conoscono, quindi, le proprietà medicamentose di una grande quantità di erbe (cicatrizzanti, antidolorifiche ecc.) ma anche gli effetti di quelle velenose dalle quali estraggono il curaro nel quale intingono la punta delle loro frecce utilizzate per cacciare.

Per avvelenare le loro frecce adoperano anche un’altra sostanza estremamente tossica, estratta dalla pelle del dorso della “rana dorata” (Phyllobates terribilis), così chiamata per il colore giallastro del suo epidermide; gli zoologi sostengono che tale minuscolo anfibio (grande appena 2,5 cm) sia l’animale più velenoso del pianeta … ha sulla sua epidermide abbastanza veleno da uccidere 10 persone adulte.

I kayapò coprono i loro corpi con una particolare vernice nera che, durante la caccia nella foresta pluviale, consente loro una perfetta mimetizzazione nell’ambiente circostante. Per cacciare usano, oltre all’arco, anche la cerbottana: altra arma silenziosa, e quindi validissima nella foresta, che consente al cacciatore di colpire le prede senza svelare la propria presenza; permettendogli, quindi, di continuare indisturbato la sua micidiale azione predatoria.

I membri anziani della tribù perforano i lobi delle orecchie con grandi tappi e portano larghi dischi labiali (nel labbro inferiore). La dimensione dei dischi varia in base all’età e aumenta di diametro all’accrescere del ruolo che l’individuo riveste all’interno della comunità. Questa pratica è poco seguita dai giovani. Gli anziani sono restii a farsi fotografare in quanto pensano che le fotocamere, oltre a catturare la loro immagine, “rubino” la loro anima.

Indio kayapò – Mato Grosso, Brasile (estate 2014)

I capi-villaggio kayapò indossano un copricapo fatto di piume di uccello di colore giallo per rappresentare i raggi del sole. Molto caratteristica è la capigliatura delle donne e dei bambini, con una rasatura a “V”. I bracciali che indossano, fatti di perline colorate e intrecciati dalle donne del villaggio, rappresentano forme geometriche racchiudenti un linguaggio simbolico, simili ai vivacissimi motivi dipinti con tinture naturali sul loro corpo.

La lingua kayapò viene parlata in quasi tutta la regione del nord del Mato Grosso: è un idioma che comprende ben 9 diversi dialetti. Molti componenti le varie tribù kayapò non conoscono il portoghese.

Ricordo con affetto il piccolo Boro, un bimbo del villaggio, una “peste” di 7-8 anni circa, che girava a piedi scalzi nella giungla e si arrampicava sugli alberi con l’abilità di una scimmia: penso a come i genitori occidentali privino spesso i loro bambini di questa crescita naturale, non permettendo loro, per ansia e paura, di scoprire il mondo circostante.

Il bimbetto, incuriosito dalla mia presenza nel villaggio, mi stava sempre intorno … dovevo sicuramente sembrargli un “bizzarro individuo”. Avevo preso l’abitudine di chiamarlo con il vezzeggiativo “Borinho” … lui sembrava gradire e mi sorrideva felice.

In quei giorni di permanenza tra i kayapò, trascorsi nella foresta a raccogliere frutta o pescando piranhas a bordo della canoa, ebbi anche il tempo di organizzare, con gli entusiasti ragazzotti della tribù, delle corse di velocità, utilizzando come “pista” un breve spiazzo adiacente le capanne. Non mancarono delle gare di nuoto e tuffi, nel vicino fiume, e un “epico” tiro alla fune a cui vollero aggiungersi anche alcuni adulti. Al piccolo Borinho, interessatissimo, detti lezioni private di “tecnica di lancio delle pietre piatte” nel fiume per insegnargli a farle rimbalzare più volte sulla superficie dell’acqua; il piccoletto, inoltre, si entusiasmava non poco quando mi esibivo come “giocoliere”, facendo roteare in aria tre piccoli cocchi.

Come, purtroppo, avviene alla fine di ogni viaggio, arrivò il giorno della partenza.

Yuri, dopo aver caricato gli zaini sulla canoa, mi informò che lo sciamano del villaggio voleva parlarmi. L’anziano uomo (spesso taciturno) mi aspettava, seduto, davanti alla sua capanna. Guardandomi negli occhi pronunciò lentamente, nel suo incomprensibile dialetto un breve discorso, che Yuri si affrettò a tradurre: “Senor, qui hai avuto il tuo “tempo” … sei riuscito a creare un legame con la Madre Terra … questo “dono prezioso” non devi perderlo, esso è un sottile ma robusto filo di ricongiunzione con la tua origine …!”

Bambini kayapò – Mato Grosso, Brasile (estate 2014)

Ci furono i saluti (a cui non riuscirò mai ad abituarmi) … abbracciai tutti i membri della comunità. Sul loro viso c’era la purezza delle persone che vivono di cose semplici … e non sono costrette alle ipocrisie e alle falsità che tanto caratterizzano noi esseri “evoluti” dell’era digitale. Il loro sorriso era vero.

Ad un tratto il piccolo Borinho che, stranamente, non si era visto per tutta la mattina, mi si avvicinò timidamente con la faccina seria e, in silenzio, mi porse un dono: una piccola cerbottana con alcune freccette (quel piccolo, “grande” regalo lo conservo gelosamente nel mio studio). Ero commosso … mi inginocchiai e lo ringraziai abbracciandolo forte. Sorridendogli, gli detti un buffetto sulla guancia paffuta e sporca di fango mentre estraevo da una tasca un oggetto che, sapevo, gli piaceva immensamente … glielo misi tra le manine: era il mio coltellino svizzero, multiuso. I suoi occhi si spalancarono increduli … in silenzio, imbarazzatissimo, stringendo il “temperino” al petto, come se fosse la cosa più preziosa al mondo, corse via sparendo tra la folta vegetazione dietro le capanne …

Venivo da un mondo diverso, non parlavo la loro lingua, eppure in quei giorni mi ero legato a quella gente come ben poche volte mi era capitato con altri miei simili.

Indio kayapò – Mato Grosso, Brasile (estate 2014)

La canoa si allontanò lentamente dalla sponda del fiume, mentre continuavano gli ultimi saluti.

Dire addio fa parte del viaggi: per me, di solito, è la parte più difficile … quella volta lo fu più delle altre.

Mentre le capanne del villaggio scomparivano in lontananza mi chiesi: “Riuscirò, un giorno, a rivedere queste persone semplici e generose con le quali ho diviso, oltre al cibo, momenti veri ed irripetibili? Quanto ancora questo villaggio fatto di poche capanne, immerso in questa paradisiaca ed incontaminata foresta pluviale, riuscirà a rimanere al sicuro da speculatori avidi e senza scrupoli?”

Nico, nel corso dei tuoi viaggi in luoghi selvaggi e remoti, quando sei impegnato in un’arrampicata o nella discesa delle rapide di un fiume impetuoso, non ti fa paura l’eventualità che qualcosa possa andare storto, sapendo di trovarti distante migliaia di km dalla civiltà? 

Certo, spesso ho paura. La paura esiste … ma è una grande alleata … è quella che ti permette di tornare a casa. Devi solo imparare a controllarla.

Gli antichi greci adoravano Fobos, il dio della Paura (figlio di Ares, dio della guerra, e di Afrodite, dea della bellezza): il suo tempio maggiore si trovava a Sparta e gli spartani, popolo di guerrieri, si recavano in quell’edificio sacro a pregare subito prima di scendere in battaglia.

Un mio vecchio istruttore di paracadutismo ripeteva spesso: “Il codardo e il coraggioso sono molto diversi tra loro, ma hanno una cosa in comune … la paura! Noi paracadutisti dobbiamo imparare a conoscere la paura e capire come controllarla perché è con essa che dobbiamo convivere!”

A volte, quando mi trovo davanti a qualche pericolo, mi succede di chiedermi perché mai mi sono cacciato in quella situazione e cosa ci faccio in quel posto; poi mi impongo di mantenere la calma e rifletto, velocemente, su ciò che è più opportuno fare per affrontare e risolvere il problema. Lasciarsi assalire dal panico non è di alcuna utilità, anzi, in alcuni casi potrebbe risultare fatale.

Nelle situazioni difficili cerco, comunque, di ricorrere all’esperienza e alla preparazione fisica e mentale acquisita in decenni di attività fisica all’aria aperta, scalando montagne, discendendo fiumi, esplorando grotte, saltando da aerei, elicotteri e nuotando in laghi e torrenti.

Senz’altro utilissimo, inoltre, si è rivelato (tra i tanti corsi frequentati) un Corso di Sopravvivenza (il 1° organizzato, nel lontano 1984, dalla Sezione Paracadutisti di Genova). Da allora cerco di tenermi aggiornato sulle più recenti tecniche di sopravvivenza, consapevole che le “situazioni” posso cambiare e complicarsi notevolmente soprattutto se il “campo di gioco” viene a trovarsi in alcuni degli angoli più remoti del pianeta: lì, dove non esistono scorciatoie, la natura selvaggia non fa sconti ed eventuali soccorsi potrebbero, forse, non giungere mai.

Ma del resto sono le sfide che rendono la vita interessante: superarle è ciò che le dà significato.

(cliccare sulle foto per ingrandire)

Grazie Nico, per la tua preziosa testimonianza di vita vissuta!

Non tutti possono essere viaggiatori (non turisti, ma viaggiatori!) instancabili come Nico Donno. Tuttavia, le sue esperienze in giro per il mondo ci raccontano che non tutto il globo è per fortuna omologato alla società occidentale: esistono ancora angoli che conservano antiche culture e sapienze remote. Si tratta di un patrimonio che l’Umanità non può perdere: anche attraverso i racconti di Nico riusciamo a capire che la Terra è un unicum nata per vivere e respirare con l’Uomo.

L’attacco feroce da parte dell’uomo occidentale, per sete di profitto, alle popolazioni dell’Amazzonia e del Mato Grosso e al loro prezioso habitat naturale va fermato: la testimonianza di sensibilizzazione di Nico Donno rappresenta un tassello verso una maggiore consapevolezza di noi uomini e donne del terzo millennio.

Nico Donno sul Rio Xingù – Mato Grosso, Brasile (estate 2014)

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