NICO DONNO, IL MOLESE CON I VIAGGI “NO LIMITS” NEL SANGUE

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Fin da ragazzino, il nostro lettore ha avuto una spiccata predisposizione per il lato avventuroso della vita. Ecco come racconta la sua indomita giovane età nella Mola degli Anni ’60 e ’70. Da allora è diventato un viaggiatore alla ricerca dei luoghi più esotici e sconosciuti al turismo di massa. Nella seconda parte, un prezioso reportage alla scoperta dell’impenetrabile Amazzonia e delle sue misteriose tribù.

LA “MALATTIA” DELL’ETERNO VIAGGIATORE

Prima parte

Dopo la pubblicazione di alcuni reportage del nostro lettore Nico Donno sulle sue più recenti esperienze di viaggio vissute tra le grandiose Cascate Vittoria (Zambia-Zimbabwe), nell’impenetrabile giungla del Venezuela e negli infuocati deserti della Namibia, la Redazione di “Mola Libera – Giornale Indipendente” ha voluto intervistarlo.

Nico ha narrato episodi della propria infanzia e adolescenza a Mola e di come è nato il suo interesse per i viaggi e per la storia e la cultura delle etnie a rischio estinzione che in luoghi remoti, spesso ubicati dall’altra parte del pianeta, lottano per la propria sopravvivenza e per la salvaguardia della natura incontaminata nella quale vivono.

L’interessante intervista (che pubblichiamo in due parti) si conclude con il racconto della straordinaria esperienza che Nico ha vissuto, nell’estate 2014, in un piccolo villaggio della tribù kayapò sperduto nella fitta foresta pluviale brasiliana, nel nord del Mato Grosso.

Nico, come è nata questa tua grande passione per l’avventura e per i viaggi?

Fin da bambino ero un’anima inquieta … in perenne movimento e sempre curioso di scoprire “quello che c’era dietro l’angolo di casa”… ma cominciamo dall’inizio:

Sono nato a Mola, nel lontano 1958, in un’abitazione di via Donizetti (una traversa di Corso Umberto I°) dove sono vissuto con la mia famiglia fino al 1968. In quegli anni, con altri monelli più grandi di me, andavo spesso a giocare nel rione della “Terra”, dove si trova il castello angioino-aragonese e, attraverso un’angusta breccia nelle mura, penetravo (di nascosto) all’interno del maniero, allora, in completo abbandono. Muri, scalinate e soffitti erano pericolanti ma, incoscienti del rischio, ci addentravamo nei bui ambienti interni della fortificazione alla ricerca di “fantomatici” tesori. Il castello rappresentava per me e i miei compagni di gioco un luogo magico e proibito dove poter dar vita alle nostre fantastiche avventure.

Il Castello Angioino in una cartolina del 1925. Negli Anni ’60 non era molto diverso: abbandonato e diroccato serviva ai ragazzini molesi dell’epoca per avventurose scorribande al suo interno

Ricordo che dalla corte interna del castello, una breve scala scendeva in un locale sotterraneo da cui partivano, in direzioni opposte, un paio di corridoi che man mano si restringevano fino a diventare dei cunicoli … per avanzare si era costretti, alla tremolante luce di mozziconi di candela, a camminare carponi; uno di questi passaggi, che sembrava dirigersi verso la Chiesa Matrice, dopo una ventina di metri s’interrompeva per la presenza di una grande quantità di detriti …

Strisciare, arrampicare ed esplorare destavano in me un’emozione incredibile. Al termine di queste scorribande tornavo a casa con le ginocchia sbucciate e i pantaloni sporchi e strappati. A nulla servivano i duri rimproveri e le “ciabattate” di mia madre … (povera donna … a causa della mia incontenibile vivacità, viveva in continua apprensione.)

Da adolescente, a differenza della maggioranza dei miei coetanei, non mi entusiasmava giocare a calcio e mi meravigliavo non poco vedendo che a costoro, invece, non piacevano i “giochi” che divertivano me … (questa situazione, lo confesso, per un po’ di tempo mi ha fatto sentire un po’ diverso … ero sempre in mezzo agli altri, ma non mi sentivo del tutto uno di loro).

Negli anni successivi (dato che la mia famiglia si era, nel frattempo, trasferita in via D’Annunzio) ebbi la fortuna di conoscere e frequentare un gruppo di ragazzi più grandi che condividevano maggiormente i miei interessi. All’inizio, dato che ero un pivello, venivo poco considerato ma pian piano riuscii a conquistare la loro stima. Ricordo che nelle calde giornate estive, ci recavamo a nuotare a Portecchia o all’estremità del porto … a volte si andava in bici a Polignano per tuffarci dalla bellissima scogliera.

I miei amici si divertivano nel vedermi tuffare … erano stupiti ed ammirati dal mio coraggio. Avevo appena 12-13 anni ma non avevo alcuna titubanza a saltare nel vuoto, a “volo d’angelo” … anche da 10 mt. d’altezza. Una delle mie “piattaforme” preferite era la sommità della “Grotta delle Rondinelle” (sulla scogliera tra San Vito e Polignano) all’interno della quale il mare, penetrando per una ventina di metri, ha creato una piccola spiaggia di ciottoli. (La grotta ha un doppio ingresso: oltre che dal mare vi si accede anche da terra attraverso una stretta fessura nel soffitto.)

Nico Donno all’imboccatura di una grotta sulla sempre amata scogliera di Polignano a Mare (estate 1978)

Mi piaceva tuffarmi. Avevo cominciato a spiccare il volo dalle scogliere fin da piccolissimo. Ricordo che a volte, quando l’istinto di conservazione aveva la meglio sull’incoscienza e mi rendevo conto di essermi arrampicato troppo in alto, mi chiedevo: “Perché sono salito fin quassù?” Allora mi assaliva un senso di disagio e l’impulso di tornare giù al sicuro. Ma c’erano solo due modi per scendere: tornare indietro sconfitto, o tuffarmi vincitore. Nessun’altra possibilità.

Spesso restavo a lungo appollaiato sulla roccia ma prima o poi dovevo scegliere. Era una continua sfida con me stesso. Non mi vergogno nel confessare che numerose volte, “prendendo a calci il mio orgoglio” e asciugando amare lacrime, ho dovuto tirarmi indietro … quelle per me, ancora adolescente, rappresentavano brucianti umiliazioni … ma la rivincita era solo rinviata al giorno dopo. Fin d’allora avevo capito che, spesso, il peggior nemico da sconfiggere è dentro di te.

Da quei lontani giorni, nella mia vita, ci sono state innumerevoli “scogliere” e innumerevoli “tuffi” che, un po’ alla volta, mi hanno aiutato a crescere e a consolidare stima e fiducia in me stesso.

Ricordo con nostalgia anche i lunghi pomeriggi estivi dei primissimi anni ’70, quando con i miei compagni pedalavo spensierato per le stradine di campagna che, a quei tempi, erano ancora tutte bianche e percorse dai traballanti traini dei contadini. Si raggiungevano i vicini paesi di Rutigliano, Conversano e Castellana Grotte. Sovente si andava a visitare, nel territorio di Conversano, la diroccata Masseria di Monsignore, quindi si scendeva nella sottostante e omonima gravina per raggiungere una grotta la cui apertura era celata da una folta vegetazione.  (La caverna, non molto vasta, è composta da tre corridoi orizzontali … il più profondo, ricco di concrezioni, è lungo un centinaio di metri).

Non posso, poi, dimenticare un’assolata giornata primaverile del 1973: avevo 15 anni e frequentavo il 2° anno dell’I.T.I.S. “L. Da Vinci”, allora ubicato in via O. Martinelli, … quel giorno, con il caro Gianni Castellana (cugino di 2° grado, nonchè compagno di classe e amico di tante avventure … al quale va il mio sentito ricordo per la sua prematura scomparsa avvenuta nel 2003) marinammo la scuola per “evitare” un compito in classe di matematica (il nostro prof. era il bravissimo, ma severo, Francesco Campanile).

Poichè non sarebbe stato prudente farsi vedere in giro per Mola … di buon mattino inforcammo le biciclette e partimmo in direzione di Conversano. Raggiunto il “paese del Conte” dovetti insistere parecchio per convincere Gianni, piuttosto titubante, a spingerci ancora verso Alberobello. L’intero tragitto Mola-Alberobello, tra andata e ritorno, è di circa un’ottantina di km e comprende tratti di ripida salita. Nonostante le vecchie e pesanti biciclette pedalavamo spediti. Arrivati al paese dei trulli “spompatissimi” e affamati, ci fiondammo all’interno del panificio della piazza principale … in quattro bocconi divorammo un’enorme “ruota” di focaccia a testa. Sazi e riposati riprendemmo la strada del ritorno ma, complice una foratura (riparata in un noleggio di bici a Castellana Grotte), riuscimmo a ritornare a Mola solo al calare della sera. Appena giunto a casa, i miei genitori, preoccupatissimi per il mio ritardo e informati della mia assenza a scuola, dopo un’epica sfuriata, mi spedirono a letto senza cena.

In quegli anni leggevo parecchio, soprattutto libri e riviste che avevano per argomento viaggi ed esplorazioni. Mi stupivano e affascinavano, in particolare, i popoli che vivono a strettissimo contatto con la natura, spesso in condizioni estreme (tra i ghiacci, nella giungla o nei deserti).

Pur amando molto il mio paese natio (tanto che, nonostante la considerevole distanza da Genova, appena posso, torno volentieri per riabbracciare i cari amici d’infanzia) devo confessare che, da giovanotto, Mola “mi stava molto stretta” … non avrei potuto viverci … avvertivo quella necessità, per me insopprimibile, di allargare i miei orizzonti, conoscere luoghi, genti e culture lontane dalla mia.

Nico Donno, Salento (1980)

Dopo il diploma, i successivi 3 anni di I.S.E.F. presso l’Università di Urbino, e i 18 mesi di servizio di leva (imbarcato sulle corvette della Marina Militare) mi trasferii a Genova dove cominciai, subito, ad insegnare. Nel capoluogo ligure ebbi, finalmente, l’opportunità di praticare numerose discipline sportive che mi avevano sempre affascinato e iniziai a viaggiare … prima in Europa poi, allargando il mio raggio d’azione, mi spinsi in altri continenti. Sono sempre stato convinto che il miglior modo per conoscere e capire il mondo è osservarlo dal maggior numero possibile di angolazioni.

Anni fa, un caro amico psicologo, conoscendo questa irrefrenabile voglia di avventurarmi verso mete sconosciute, nel corso di una cena mi diagnosticò (tra il serio e il faceto) la Sindrome di Wanderlust (dal tedesco “wander”, girovagare, e “lust”, desiderio: la malattia dell’eterno viaggiatore).

Tale “propensione” si manifesta, generalmente, in quegli individui che non riescono a stare fermi in un solo luogo per lunghi periodi e non tollerano la routine quotidiana. Recenti studi hanno dimostrato che la voglia di partire ed esplorare risiede in uno specifico gene del nostro DNA: il DRD4-7R, ribattezzato, ovviamente, il “gene della Wanderlust”. Ma non è presente in tutte le persone, solo il 20% della popolazione mondiale ha nel proprio corredo genetico alti livelli di DRD4-7R: il recettore della Dopamina D4 che regola l’istinto ad affrontare i rischi e a sperimentare nuove avventure.

Nico Donno al Corso di sopravvivenza – Appenino ligure, giugno 1984

Rassegnatomi ad essere affetto da tale “patologia” (che non ho, assolutamente, alcuna intenzione di curare), continuo caparbiamente a ”peregrinare” per il mondo, a volte in compagnia di altre anime dannate. Noi viaggiatori siamo gente strana, siamo persone che non riescono ad essere sedentarie, il nostro corpo e la nostra mente ne rifiutano il concetto stesso e vi si ribellano. L’abitudine è pura nemesi e questo ci rende degli animali disadattati.

 

Nico, come è scaturito il tuo interesse per la storia e la cultura di popoli ed etnie a rischio estinzione che vivono in luoghi sperduti e spesso ubicati dall’altra parte del pianeta?

Fin da bambino ero uno dei pochi che, andando controcorrente, “faceva il tifo” per gli indiani … e, negli anni a seguire, ascoltando Bob Dylan cantare “ … the cavalry charged, the indians died …” (“… la cavalleria caricava, gli indiani morivano …”) provavo viva indignazione per il cinismo e la crudeltà dell’uomo bianco. La struggente ballata anti-militarista “Con Dio dalla nostra parte” venne, infatti, composta dal mitico cantautore statunitense per ricordare al mondo il genocidio di circa 100 milioni di pellerossa, perpetrato degli evoluti “visi pallidiin nome di Dio, della civiltà e del progresso. Cos’altro aggiungere? Un popolo che non conosceva la parola denaro fu sterminato da un altro popolo che per il denaro viveva.

Anche da adulto ho seguito le strenue battaglie che i numerosi, eroici attivisti, in particolare sudamericani, combattevano e continuano a combattere per la salvaguardia di quel che resta della foresta amazzonica, l’ultimo polmone verde del pianeta, e dei suoi popoli (Yanomami, Guarani, Ashaninka e altri ancora).

Molti degli attivisti questo loro impegno l’hanno pagato con la vita. Ricordo fra tutti il vile assassinio di Chico Mendes, avvenuto il 22 dicembre 1998. Quella del sindacalista brasiliano, che lottava per la difesa della foresta, fu una morte annunciata. Lo stesso Mendez qualche anno prima, dopo le numerose minacce di morte ricevute e consapevole dei grossi rischi che correva, in un suo famoso discorso terminò dicendo: “… non voglio fiori sulla mia tomba, perché so che andrebbero a strapparli dalla foresta!”

Quando arrivarono i primi coloni europei, nel 1500, l’attuale Brasile era abitato da circa 11 milioni di indios suddivisi in circa 2.000 diverse tribù. Dopo appena un solo secolo dal primo contatto, il 90% degli indigeni fu spazzato via principalmente a causa delle malattie importate dai coloni, come influenza, morbillo e vaiolo. Nei secoli che seguirono altre migliaia di indiani morirono, schiavi, nelle piantagioni di gomma e canna da zucchero.

E’ triste ammetterlo ma questa lotta contro la deforestazione incontrollata, messa in atto  dalle multinazionali del legname, dalle compagnie minerarie e dalle industrie idroelettriche (con la silente complicità dei vari governi) è impari e, purtroppo, dall’esito scontato.

Nell’estate del 2014 visitai alcuni Stati del Brasile e, nel Mato Grosso, riuscii ad avvicinare una tribù di Kayapò, un’etnia che vive, isolata e lontano dalla civiltà, all’interno dell’impenetrabile foresta pluviale, lungo alcune anse del fiume Xingù, un affluente del Rio Negro.                                         

(fine della prima parte. Continua con il racconto dalla fitta giugla amazzonica)

 

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