FANTACALCIO, CHE PASSIONE!

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Riflessioni semiserie di un “addicted” del pallone virtuale.

di Andrea Costanza

Calcio e fantacalcio.

Un connubio perfetto.

Un po’ come lo è caffè e sigaretta per i fumatori e i caffeinomani.

Un connubio grazie al quale poter passare un weekend non dico perfetto ma, più realisticamente parlando, perfettibile perché, sia chiaro, la noia del weekend è insostenibile.

Zitti tutti.

La Serie A sta per cominciare e se giochi pure al fantacalcio, vuol dire che sarai costretto a metterti l’elmetto.

L’adrenalina e la tensione sono alle stelle.

C’è il calcio d’inizio.

Vai a controllare i voti in tempo reale dei tuoi giocatori.

L’ansia si aggiunge ad altra ansia.

Cominciano gli anticipi del venerdì e del sabato, poi arriva l’indolente domenica pomeriggio e però tu l’elmetto continui ad averlo in testa mentre guardi le partite davanti al televisore come se stessi assistendo ad un bollettino di guerra, arriva il posticipo della sera e anche quello del lunedì.

Fischio finale.

Cala il sipario.

Sei triste.

Ti rendi conto che l’ennesima giornata di campionato è sfuggita via assieme a quella del fantacalcio.

Nel frattempo un interrogativo esistenziale ti ronza nella testa: avrà vinto o avrà perso, la mia squadra?

Forse si pareggia.

Lo scopriremo domani mattina alle 06.58 sull’app di riferimento.

Se vinci, esulti come se avessi liberato la Normandia; se pareggi guardi il bicchiere mezzo pieno tirando un sospiro di sollievo dal momento che avresti potuto perdere; e se perdi, beh, ti raggiunge la depressione cosmica.

Ora, per chi è avvezzo al gioco del fantacalcio sa di cosa sto parlando.

Per chi non lo è, preciso che non si sta parlando della squadra del cuore.

Parlo della tua di squadra e in quella squadra ci sono quei giocatori che tu hai voluto comprare in sede d’asta tenutasi l’estate precedente. I soldi ovviamente sono immaginari, non sei un magnate, fai finta di esserlo in realtà non sei niente, fatto sta che i soldi con cui ti iscrivi e partecipi al gioco sono veri. Con la rosa al completo tu sei quello che, settimana dopo settimana, schiera la formazione migliore. Sei quello che si informa sulle condizioni dei tuoi giocatori, se si sono allenati e del motivo per cui non si sono allenati, se stanno bene, se stanno male, se sono diffidati, se sono squalificati, se partiranno titolari o partiranno dalla panchina, e poi ci sono le conferenze stampa degli allenatori in cui gli allenatori ti comunicano chi saranno i titolari e chi no, ti comunicano, se lo comunicano, in quale posizione del campo giocherà Tizio, tu Tizio ce l’hai in rosa e nel caso gli preferisci Caio affinché Caio possa portarti sulla via della vittoria.

Un po’ come nel caso del fumatore e del caffenoimane che non possono fare a meno di farsi vincolare dalla loro sostanza proibitiva e dal relativo connubio perfetto, questo gioco alla lunga porta dipendenza. Perché in fondo ti permette di scherzare con l’immaginazione; hai la tua squadra, l’hai creata tu e siccome è tua ti senti in diritto di interloquire con i tuoi giocatori, di rimproverarli e di spronarli: tu perché non fai goal? E tu gli assist quando li porti a casa? Tu invece che fai in mezzo al campo? Dormi? E quel rigore sbagliato? E tu quell’espulsione? Ma allora non abbiamo capito, a me servono i tuoi goal, i tuoi assist, vi dovete comportare bene tutti quanti.

L’obiettivo è soltanto uno: vincere il fantacalcio.

L’estate scorsa i miei amici Antonio e Peppino mi hanno proposto di partecipare. Dovete sapere che io, pur essendo un amante del calcio, a questo gioco non ci avevo mai fatto caso. Per me era solo un gioco fra tanti giochi, un gioco con dei partecipanti, con regole precise da rispettare, con vincitori da una parte e perdenti dall’altra.

Proviamo, non si sa mai, magari vinciamo, ho pensato.

Abbiamo vinto.

Intorno ad un tavolo abbiamo deciso il nome da dare alla nostra squadra (“i tre sciacqualattug”), e con la Gazzetta dello Sport davanti, abbiamo deciso quali giocatori puntare e per cui sganciare la grana immaginaria in sede d’asta. La mia idea iniziale era quella di individuare prima una squadra desiderabile dentro cui attingere i giocatori più funzionali per l’ottenimento dei tanto agognati bonus. La stella polare di quell’idea era il bel gioco; a prescindere se la squadra fosse grande, media o piccola, se fosse blasonata o meno, l’importante è che giocasse bene a calcio, giocasse all’attacco, giocasse per fare goal e non per non subirli, perché se giochi bene a calcio, i bonus in fatto di goal e assist arriveranno e tu hai bisogno proprio di quei bonus per vincere.

In virtù di quell’idea, le mie attenzioni erano rivolte soprattutto all’Atalanta di Giampiero Gasperini. Io avevo già stilato una lista con tutti i giocatori papabili e poi ognuno l’ha completata con delle aggiunte. In sede d’asta siamo stati bravi a prenderne quattro, di cui uno voluto da Antonio, ovvero Ilicic (12 gol, 7 assist); gli altri voluti da me, ovvero Hateboer (5 gol, 5 assist), Toloi (1 gol, 3 assist) e Pasalic (5gol, 3 assist); poi alla ciurma si è aggiunto successivamente anche Castagne (4 gol, 2 assist).

Tre nomi su tutti.

Il primo.

Josip Iličić.

Nome in codice: “Barone rampante”.

No, Italo Calvino e il suo romanzo non c’entrano niente, fatto sta che Josip lo è, un barone. Te ne accorgi quando vezzeggia la palla, quando la tratta con assoluto garbo come se stesse accarezzando le foglioline della sua piantina preferita. Con quell’aplomb austero, con quel viso corrucciato in balìa dei suoi pensieri che lo distraggono dalle miserie di un’umanità senza scampo, te lo vedi percorrere con dignitosa compostezza il sentiero che comunica il suo castello con le desolate lande in cui abitano le plebi. Le plebi, le torme di difensori che lo aspettano, non vogliono farlo passare, lui si ferma, li guarda, domanda se può passare perché essendo un barone è persona assai cortese ed educata, le plebi non accettano, le plebi si innervosiscono, le plebi menano, lui con un dribbling ubriacante passa comunque e fa goal, dopodiché se ne va donando loro un inchino lento e sussiegoso come nella migliore tradizione aristocratica della sua casata.

Il secondo.

Hans Hateboer.

Nome in codice: “Il treno”.

No, John Frankenheimer e il suo film non c’entrano niente, fatto sta che Hans lo è, un treno.  Un prodotto di altissima tecnologia e di fabbricazione olandese. Il terreno sotto i suoi piedi è costretto a fendersi per via dell’ennesima verticalizzazione che gli permetterà di metterla in mezzo o di buttarla dentro.

Questo accade sulla fascia destra.

Su quella sinistra c’è il terzo fattore orobico.

Timothy Castagne.

Nome in codice: “Tim la furia”.

Il belga quando ha il pallone fra i piedi non ce n’è per nessuno. Difende e attacca, attacca e difende con la medesima intensità solcando chilometri come se non ci fosse un domani.

La Dea del Gasp.

Una gran gnocca.

Quando la vedi giocare è un po’ come andare sulle montagne russe: ti ci diverti e ti assale anche la paura. A divertirti è il suo marchio di fabbrica, ovvero quel pressing asfissiante e ossessivo funzionale alla sua idea di gioco che prevede l’attacco come precondizione della difesa e viceversa; insomma, se io aggredisco l’avversario cercando di rubargli palla affinché non la tenga mai fra i piedi, significa che mi sto difendendo attaccando. Sembra un paradosso ma non lo è. Guardi giocare la Dea e però può succedere che te la faccia nelle mutande. Sembra un altro paradosso ma non lo è. Perché se non riesci a recuperarla in tempo nel momento stesso in cui tutti i tuoi giocatori, da attaccanti aggiunti, sono ammassati nella metà campo avversaria, e se quindi quella palla non ce l’hai tu e ce l’ha l’avversario, significa che è già scattato il contropiede. E allora tu con la maschera d’ossigeno attaccata alla bocca sei costretto a vedere tutti, persino i magazzinieri e i preparatori atletici nerazzurri, invertire la direzione di marcia e correre alla disperata verso il proprio portiere per evitare di subire il goal.

Che ansia.

Che tensione.

Ma che goduria vederla il prossimo anno in Champions League.

La goduria però è costretta a calare drasticamente quando penso all’Empoli di Aurelio Andreazzoli. L’anno scorso aveva vinto il campionato di Serie B collezionando ben 88 goal e conquistando dunque lo scettro di miglior attacco. Quest’anno purtroppo è retrocesso in B. La sua retrocessione è stata per me un enorme dispiacere. L’ultima partita, quella decisiva contro l’Inter che avrebbe potuto salvarlo, l’ho vissuta con lo stesso furore agonistico del tifoso e tifoso dell’Empoli, in effetti, lo sono stato. Tuttavia, pur retrocedendo, la squadra toscana è riuscita a esprimere un ottimo calcio ed è stata l’altra squadra su cui abbiamo voluto puntare. Ma come, potreste obiettare voi, davvero avete avuto il coraggio di puntare le vostre fiches fantacalcistiche su una neopromossa?  Lo sappiamo, i pregiudizi sono duri a morire e io tuttavia, ammetto, ne ho avuto uno. Ha un nome e un cognome.

Francesco Caputo.

Nome in codice: “Ciccio”.

I miei due soci lo volevano. Io no. Non lo avrei preso perché non pensavo che in Serie A potesse fare goal con la stessa regolarità dimostrata nella serie cadetta. In Serie B l’anno scorso ne ha fatti 26 di goal, accompagnati da 7 assist. Quest’anno invece ha collezionato 16 gol e 3 assist. Grande stagione quella di Ciccio. Per fortuna lo abbiamo acquistato e per fortuna ho avuto torto.

Dell’Empoli mi interessava piuttosto il centrocampo, più precisamente mi interessavano due giocatori su cui la mia fantasia, prima ancora che il campionato cominciasse, si era messa a girovagare persino nel mondo ultrasensibile dell’Iperuranio.

Parliamo del primo giocatore.

Rade Krunić.

Nome in codice: “L’incursore”.

Cito dal dizionario Garzanti.

Incursore: “soldato appartenente a speciali reparti addestrati per le operazioni anfibie d’assalto sul territorio nemico”.

Quando c’era bisogna di difendere, l’incursore Rade aiutava con spirito d’abnegazione i suoi compagni sulla linea mediana col coltello fra i denti; quando c’era bisogno di attaccare, riponeva il coltello nella guaina, procedeva col mascheramento mimetico sul volto, imbracciava il fucile, salutava tutti col saluto militare e partiva. Il fango. Le intemperie. Le batterie dei mortai avversari. No, tutto ciò per lui non era un problema. Correva e schivava, riusciva ad infiltrarsi e l’avamposto lo conquistava. Per lui 5 gol, 7 assist.

Parliamo ora del secondo.

Ismaël Bennacer.

Nome in codice: “Il pifferaio magico”.

Come il protagonista della favola dei fratelli Grimm, anche lui ha avuto il suo piffero col quale, in cabina di regia, irretire i suoi avversari per portarli sulla via della perdizione. Sebbene abbia collezionato “solo” 5 assist, la sua è stata una grande stagione. Ottimo sia nella fase d’interdizione, infatti si annovera tra i migliori recupera-palloni del campionato, sia in quella di costruzione. Un potenziale top player.

Stesso discorso vale un altro grande prospetto su cui abbiamo voluto puntare a stagione in corsa. Un’altra scommessa vinta.

Hamed Junior Traorè.

Nome in codice: “La perla nera di Abidjan”.

Ha collezionato 2 gol e 2 assist, eppure anche nel suo caso le apparenze non devono ingannare. Ha tutto: forza, tecnica, visione di gioco. Di anni ne ha solo 19 e incarna la tipica pietra preziosa che, se lavorata a dovere, può evolversi diventando un gioiello dal valore inestimabile. Chi vivrà vedrà.

Ma ora veniamo alla sorpresa più roboante di questo campionato di Serie A e va da sé anche del fantacalcio.

Erano i primi giorni di Giugno. In sella al suo cavallo oltrepassava adagio i confini delle contrade polacche per recarsi in un luogo a lui sconosciuto.

L’Italia. Direzione Genova.

Prima ancora che la sua fama risuonasse in tutta Europa a suon di pistolettate, avevo cognizione di chi fosse. Ricordo un articolo sul “Secolo XIX” in cui Enrico Preziosi, il presidente del Genoa, spiegava il motivo per cui aveva deciso di comprarlo (“Me lo hanno segnalato quando mi trovavo a Forte dei Marmi e ho passato la notte a guardarmi 4-5 sue partite”). Il forestiero in questione, comprensibilmente è stato accolto con scetticismo dai tifosi del Grifone, con la tipica freddezza con cui si dà il benvenuto alla meteora di turno. C’è però da dire che da parte sua, subire quel clima all’insegna dell’indifferenza, non è stato affatto un problema. Anzi, al contrario, gli ha dato modo di non provare nostalgia di casa, nostalgia delle sue amate e gelide steppe.

Nessuno sapeva come si pronunciasse il suo nome. Poi, come un fulmine a ciel sereno, è arrivata una partita di Coppa Italia

Genoa Lecce. 11 agosto 2018.

Di fronte all’incredulità dei tifosi e alla loro eccitazione, di fronte alla quarta pistolettata consecutiva messa a segno dalla sua colt 45, il difensore agonizzante della squadra avversaria gli sibila queste parole.

– Piatek… che gran figlio di puttana.

Lui risponde obiettando.

– Non ci siamo, amico. Si scrive Piątek. Si legge Piontek. La “a” è muta.

Krzysztof Piątek.

Nome in codice: “Il cacciatore di taglie” (copyright Carlo Pellegatti).

Col Genoa ha collezionato 13 gol in 19 partite e dopo essersi trasferito a Milano vestendo la maglia del Milan, da Gennaio in poi, ne ha fatti 9 in 17 partite. 22 in totale. I miei soci erano titubanti a comprarlo, e come loro titubanti lo erano in tanti, perché si credeva che fosse un bluff, una bolla di sapone destinata a scoppiare in un nulla di fatto. Io no. Io mi sono impuntato e, nello scetticismo generale, in sede d’asta siamo riusciti ad acquistarlo per 40 milioni.

Dicasi 40.

Col senno del prima, è stata una pazzia pura. Eppure, come ci viene a dire Erasmo da Rotterdam nel suo “Elogio della Follia”, “la pazzia costruisce città, imperi, istituzioni ecclesiastiche, religioni, assemblee consultive e legislative: l’intera vita umana è solo un gioco, il semplice gioco della Follia”.

Noi, grazie anche e soprattutto a quella pazzia, grazie alle sue pistolettate, ben più modestamente abbiamo trionfato al gioco del fantacalcio.

 

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